auguri

Finisce anche il 2010. Nel rione si spareranno le solite botte e tricchi tracchi, togliete questa monnezza altrimenti Napoli brucerà. Ma qui le cose sono un’altra cosa, qui Napoli è attiva, qui il rione è in fermento, qui, nel vico San Felice, tutto è pronto. È passato un anno di attività nel silenzio più assoluto, è passato il micro credito, la scuola per gli immigrati, la terza domenica, il banco alimentare, il teatro, l’educandato, la clown terapia, il cinema sott’o ponte, la tenda, crescere insieme, gli artigiani.

Mentre tutto resta in silenzio qui invece tutto si muove, lievita, ribolle. A volte c’è un po’ di sconforto, di delusione, ma poi tutto ritorna a camminare, convincere, esultare, vivere. Noi quest’anno abbiamo avuto meno entrate, la gente ha letto di meno, pochi hanno scritto e commentato. Ma resta il fatto che tutto continua, tutto riprende, tutto resta. Noi anche resteremo con il blog e con il progetto di una radio web, di una webtv e di far collaborare tanta, ma veramente, tantissima gente. Un ½ comandamento: nun sparat ‘a bomba ‘e Lavezzi! [+blogger]

la pubblicità sul nucleare

Caro Michele Serra

Ti scrivo per sottoporre a te, al Direttore di ‘Repubblica’ e de “Il venerdì” una riflessione estremamente critica su una pubblicità accolta anche da “venerdì” n. 1188 del 24 dicembre 2010: si tratta del messaggio del cosiddetto “FORUM NUCLEARE ITALIANO” che, presentato come un libero sondaggio d’opinioni, è in realtà una vera e propria pubblicità camuffata, e perciò in aperta violazione con le norme vigenti. Sia il contenuto del messaggio che gli aspetti tecnici (grafica, impaginazione, etc), vìolano le leggi in quanto un “neutrale” invito al dibattito altro non è che una astuta propaganda filonucleare.

Vengono esposti, su due pagine adiacenti, in quella sinistra i motivi – quattro – antinucleari; e sulla pagina destra quelli pro-nucleari. Ma due dei motivi/contro sono “truccati”. Sul foglio-pro si legge che la tecnologia nucleare “è sicura”, senza se e senza ma; invece sul foglio-contro (il nucleare) si legge che tale tecnologia “non è sicura come sembra”. “Come sembra”: due paroline che inficiano di un buon 50% l’affermazione “non è sicura”. Vediamo ora, semplicemente, il quarto motivo: pro, e contro. Sul foglio contro il nucleare si legge: “piuttosto che averla, preferisco essere energeticamente dipendente da altri paesi”. Si tratta, a ben vedere, di un argomento tutt’altro che anti-nucleare, e pertanto mentre gli argomenti pro-nucleare risultano 5, anzi 5,5 (a causa del “come sembra” di cui sopra), quelli anti-nucleare sono 2,5. In più, nella facciata pro-nucleare si dice che tale tecnologia “può renderci energicamente più indipendenti da altri paesi”; quel “più” è uno scaltro rafforzativo.

In pratica le due frasi (ciascuna di due righi e mezzo) apparentemente speculari sono fortemente squilibrate pro-nucleare; in tal nodo si induce chi legge (o ascolta in TV il messaggio, opportunamente martellato anche con la cartellonistica stradale) a valutare serenamente due messaggi di cui uno è fortemente pro-nucleare e l'altro non è dello stesso peso anti-nucleare. Il "forum" non parte dal 4-4; ma da un 5,7/5,8 a 2,3/2,2. E questo lo chiamano forum, libero confronto, dibattuto "ad armi pari"?

Graficamente poi il messaggio anti-nucleare è nella 2° di copertina (cui il lettore è, in genere poco attento), mentre il messaggio "pro" è nella 'prima' pagina del supplemento de "il venerdì". E' un foglio collocato sulla destra, leggendo; e si sa che in pubblicità l'occhio corre prima sul lato destro di un foglio o di un libro aperto. Inoltre la pagina "sono contrario", stampata al negativo (scritta bianca su fondo nero) è di meno immediata lettura del testo a destra, scritto in nero su fondo bianco. Si tratta di tanti piccoli, impercettibili artifici grafici; guarda caso, poi, la frase "E tu che posizione hai?" si trova esclusivamente solo nella pagina pro-nucleare. E, infine, sempre nella pagina pro-nucleare, c'è - in un accattivante azzurro, assente nell'altra pagina tutta nera - la firma "forum nucleare" ripetuta due volte: come logo e come indirizzo di posta elettronica. Colpisce, infine, un altro particolare grafico: la frase "Per questi motivi sono favorevole all'energia nucleare" è a capoverso; mentre la frase contraria al nucleare non è a capoverso ed è pertanto svantaggiata perchè occorre pescarla 'durante il rigo.

Giù la maschera dunque smalizziati grafici e ingannevole committente! Sotto il profilo formale e sostanziale si tratta di una pubblicità a favore dell'energia nucleare, per neutralizzare le "resistenze" dagli indecisi o di chi ai tempi di Chernobyl non c’era. O se c’era, ma si spera abbia dimenticato. Occorre anzi aggiungere che un Referendum - a norma di Costituzione e di legge ordinaria - ha già cancellato il nucleare dall'Italia! Si censura, tra i motivi-contro, che ogni centrale nucleare in esercizio è comunque radioattiva; si omette che il “nucleare di pace” è l’anticamera di quello “di guerra” …; si censura che le scorie hanno tempi di smaltimento per centinaia/migliaia di anni e la parola radioattività non è, ovviamente, menzionata.

Se in Italia funzionassero il "garante del lettore" o l’Autorità di garanzia sulla correttezza pubblicitaria, questo messaggio - così confezionato, contenutisticamente e sotto il profilo formale - non sarebbe dovuto assolutamente essere pubblicato. Ovvero dovrebbe avere una chiara riga: "inserzione pubblicitaria". Aggiungendo, in modo esplicito e corretto, il committente. Che non è un "Forum" desideroso di effettuare, neutralmente, un pulito (da occulti condizionamenti) sondaggio d'opinione. E tu, caro Serra, che ne pensi ? [Francesco Ruotolo]

gli sms di padre pio

“Parla con padre Pio”, è la nuovissima trovata per i fedeli che intendono avere un particolare sconto di peccati attraverso le riflessioni, le preghiere, le frasi tipiche dell’uomo più importante di san Giovanni Rotondo. Un sms al giorno toglie l’inferno da torno. Al soli 25 centesimi potrai ricevere tutti i giorni (se sei cliente solo di un determinato gestore), le straordinarie frasi, elucubrazioni, riflessioni del santo più santo di tutti i tempi.

Dopo Tele Padre Pio (la tv che trasmette 24 ore su 24 l’immagine della sua tomba), radio Padre Pio, e numerosi documentari, fiction e cartoni animati, gli sms raccontano l’industria completa e pragmatica dell’armonia religiosa. Una perfetta macchina taylorista, alla faccia di Adam Smith e delle sue teorie liberiste, siamo in un epoca che supera di gran lungo ogni previsione economica. Riusciremo ancora a perdonare per 30 denari?! [+blogger]


...al secondo policlinico

Ciao Antonio, qualche settimana fa al secondo policlinico di Napoli è accaduta una cosa assurda, come al solito io non riesco a vedere certe cose e ho scritto quanto segue, per favore se puoi metti quanto scritto di seguito sul tuo blog... grazie per la voce che mi dai a presto Rosy

Sono qui per raccontarvi un episodio che mi è accaduto un sabato al Secondo Policlinico di Napoli. Ero in una camera del reparto di neuropsichiatria per svolgere il tirocinio del mio corso di clown terapia, mentre ero nella stanza di due bambini, arriva una volontaria. Fin qui potrebbe apparire molto naturale e semplice la cosa, poiché ci sono molti volontari che per una ragione o un'altra decidono di impiegare il loro tempo nelle corsie degli ospedali. A un certo punto la volontaria, con un tono alquanto aggressivo informa me, e le mie colleghe del corso, che tra un po’ verrà a prendersi i bambini per portarli giù nella ludoteca. Io la ascoltavo con una certa curiosità; tacevo, ma la mia espressione era alquanto eloquente, nella mia testa pensavo, ma siamo importanti noi oppure i bambini? Stanca di quelle inutili parole e di quel vano tentativo di giustificare il suo atteggiamento chiedo alla volontaria di collaborare e le dico: “Scusa, ma se collaboriamo non è meglio, andiamo tutti insieme, stiamo tutti insieme, così i bambini si divertono di più non trovi”? A quel punto la volontaria va via e dice che sarebbe tornata alle 16:30 per collaborare tutti insieme, non si è più vista…

Io, nel frattempo, continuo il mio giro per le stanze e i reparti, sono andata anche al reparto di oncoematologia e, per due ore, ho provato a strappare un sorriso a quei bambini; non tutti possono allontanarsi dalle loro camere, alcuni sono legati alle macchine, alcuni sono molto piccoli, non arrivano a un anno, altri ancora preferiscono stare con i genitori. Nell’ospedale esistono molte ludoteche, l’ambiente è confortevole e questo mi ha reso felice, ma mentre facevo il giro dei reparti, sono attratta da un bambino che piange fuori a una camera, ci sono i genitori, ai quali chiedo il motivo di quel pianto disperato, provo a distrarlo, ma non c’è nulla da fare. I genitori mi dicono che quella è la ludoteca per i bambini più piccoli, una stanza ben arredata all’interno della quale potrebbero andare quei bambini piccoli che un attimo prima avevo visto in alcune camere e che non potevano andare negli spazi adibiti ai bambini più grandi, in ragione della loro tenera età. Chiedo ai genitori come mai quella stanza è chiusa, mi dicono che la aprono pochissimo e soprattutto che in quel reparto i volontari sono poco presenti. La gioia che avevo provato un attimo prima nell’osservare quell’ambiente ben arredato è stata sopraffatta dalla rabbia di quelle parole, dalla dignità di quei genitori che non osano chiedere qualcosa che spetterebbe loro di diritto. La presidente dell’associazione che ha reso possibile il nostro tirocinio lamentava questa situazione di assenteismo. M’informava che i volontari dell’altra associazione, ben più grande e rinomata erano del tutto assenti nel reparto di neuropsichiatria infantile, questi ultimi hanno le chiavi delle ludoteche, son ben più padroni del territorio, ma nella realtà sono poco presenti e in effetti, ho avuto modo di costatare di persona che ciò era vero.

Io ora mi chiedo, perché debbano accadere cose del genere, ma non sarebbe più semplice collaborare, provare tutti insieme a dare un po’ di calore a questi bambini? C’è da rilevare che alcuni volontari sono tirocinanti di corsi universitari e quindi praticano il tirocinio spesso loro malgrado, questo è un modo per avere dei crediti in più sul curriculum universitario. Ciò tuttavia non credo giustifichi un comportamento del genere. Non sono nessuno per emettere sentenze e giudizi, ma sono una persona che comunque ha delle emozioni e vedere quelle scene, credetemi è straziante e fa male al cuore, soprattutto per chi, in certe cose, ci crede. [Rosaria Uglietti]

i sudici e le arpie

Gli straccioni di Napoli si sono riuniti il 22 dicembre nella sede di Crescere Insieme ed hanno festeggiato il natale, hanno mangiato, bevuto e pregato insieme ad Alex Zanotelli. Hanno ballato e qualcuno si è offeso, poi hanno riso, hanno recitato, hanno gioito e alla fine sono ritornati a dormire per strada. Erano una settantina, un tavolo immenso e preparato con semplicità dalle volontarie, una postazione con microfono e computer, un video proiettore per il karaoke. Ha pregato prima Padre Alex, poi un musulmano, una polacca, un indiano, una protestante... Altissime le grida dell'uomo che ha citato il Corano, indistinguibili per me anche le altre litanie in lingua. Anche se fosse stato un verso qualunque sarebbe piaciuto a tutti: un ululato per ringraziare, un mugugno che recitava le adorazioni, un altro brontolio per supplicare, genuflettersi, ricordare.

La festa degli straccioni che zoppicano, che puzzano, che sono sporchi con il fiato maleodorante di vino e di birra. La festa dei mentecatti, abbandonati a se stessi, ignoranti privi di umanità e di sensibilità. Questi gli uomini e le donne che vivono per la strada, questo lo schifo che proviamo quando li vediamo, quando pisciano vicino ai muri, quando non si puliscono e hanno le mani sporche di grasso e di merda. Sono i poveri che noi celebriamo come malati di mente, che ignoriamo perché impossibilitati a fare qualcosa, sono poveri e non uomini, e non esseri, e non civili.

Bhè, in quella bolgia infernale, in quella tavola imbandita, come la descrisse Viviani nella poesia “Lassamme fa ‘a Dio”, quei rifiuti di umanità hanno svelato la dignità vergognandosi di essere ripresi con la telecamera; hanno discusso, chi a bassa voce chi a voce alta, hanno interagito e si sono messi da parte; hanno regalato la loro puzza ai volontari, hanno baciato le mani, hanno strafogato facendo il bis. I malati di mente sono malati di esistenza, odiano la verità, e si dibattono per le loro stesse sofferenze. Ieri sera in quella sala da pranzo, da cena, da ballo, palco per cantare e sbraitare, un vocio sterminato di vermi che strisciano nell’indifferenza umana si sono dati gli auguri maledetti, hanno ruttato la loro allegria, hanno costruito una civiltà desueta, atavica, dimenticata. Uno di loro, coccolato da padre Alex, ha detto: “sono io il Signore, buon natale!”. [+blogger]

rivoluzione: ma contro chi?

...ma di cosa stiamo parlando? Ma come si può pensare di fare la rivoluzione? E poi, contro chi? Un tempo si protestava, si contestava gridando e inneggiando slogan, si scendeva in piazza, si facevano sommosse. Dall'altro lato, però, c'era una platea di uomini che ragionavano in qualche modo, che si dimenavano, che reprimevano. Insomma, c'erano esseri pensanti, ecco perché i giovani, e i meno giovani, facevano sentire le loro proteste, le loro insoddisfazioni, le loro grida. Le femministe si battevano contro una opinione razzista ma pur sempre una opinione.

Se è vero la massima che alcuni vogliono la botte piena e la moglie ubriaca è altrettanto vero che un'insieme incapace gestisce la cosa pubblica come se fosse una impresa che sul mercato è sempre in perdita. La situazione non è poi così tragica visto il livello di cultura e di "umanità" che sprofonda ogni giorno nel nostro parlamento. Ormai bisogna chiedere ad un nostro rappresentate se ha la fedina penale sporca e, nel caso contrario, gli consigliamo di cambiare mestiere.

Come si può pensare di fare la rivoluzione, anche solo una resistenza passiva, contro chi si occupa di gossip o chi si limita a citare frasi fatte, tutte uguali, prive di consistenza?; come si può pensare di fare la rivoluzione contro chi passa quasi tutto il giorno in studi televisivi e radiofonici?; come si può pensare di "tagliare la testa" alla Carfagna, oppure far "sputar sangue" a Capezzone o a Fassino? C'è da ridere e forse anche da piangere, ma sicuramente una rivoluzione, culturale che sia, almeno nel breve periodo, non può proprio esser fatta. [+blogger]


senza luce nel rione

Questo il settimo giorno di buio per buona parte del rione Sanità. Molte luci che illuminano il quartiere da gironi non si accendono oscurando via Arena e via Sanità, piazza e via Mario Pagano, via Antonio Villari, via santa Maria Antesaecula e tutti i vicoli e vicoletti adiacenti. Un black out inspiegabile e forse senza un vero motivo valido.

Tre giorni fa ho messo un avviso, ma poi la luce come per magia è ritornata. Pensavo che fosse tutto rientrato nella normalità, invece il giorno seguente di nuovo l’oscurità aleggiava per le vie. Bisogna pur avere una buona vista, e oggi solo grazie alle luci natalizie poste sui balconi e per le strade, che la visibilità risulta migliorata.

Ma nei vicoli la cosa è estremamente grave, vico santa Maria del Pozzo è impraticabile, buio pesto al nero di seccia, e anche negli altri vicoli come vico delle Carrette, vico Cangiani, vico Palma, vicoletto santa Maria Antesaecula c’è l’oscurità che simboleggia un coprifuoco, come ai tempi della seconda guerra mondiale. [+blogger]

acqua diritto fondamentale

Intervista ad Alex Zanotelli


Quando pensiamo ai diritti fondamentali pensiamo alla libertè e all’egalitè (Rivoluzione francese), perfino alla ricerca della felicità (Costituzione USA), all’uguaglianza (Costituzione Repubblica Italiana art 3). In che senso tu definisci l’acqua un diritto umano fondamentale?


Penso che la riflessione sull’acqua oggi, parlo di riflessione giuridica, oscilla dal diritto al bene comune. C’è chi enfatizza di più il bene comune e chi il diritto. Credo che ambedue gli aspetti però siano necessari. Se non ricordo male i ragazzini quest’estate, al campo che abbiamo fatto al rione Sanità, dicevano che il diritto è “quella cosa che ti permette di vivere”, e se è così allora aria e acqua, siccome chiaramente sono due elementi senza i quali l’uomo non può vivere, diventano diritti umani fondamentali. L’acqua in questo senso è ancora più fondamentale del cibo perché posso stare tre settimane, un mese senza mangiare ma senz’acqua dopo due tre giorni sono morto. Si deve sottolineare però che deve essere un diritto fondamentale per tutti gli esseri umani, non solo per alcuni. E invece già oggi c’è una cattivissima divisione dell’acqua. Assistiamo al fatto che più di un miliardo di uomini, grosso modo, non ha accesso all’acqua. È questa una violazione profonda dei diritti umani perché ogni uomo, ogni donna ha diritto ad un minimo di acqua. L’Onu ritiene che 50 litri di acqua al giorno, procapite, sono necessari per bere, per mangiare, per lavarsi, per una vita dignitosa. Per cui diventa davvero importante guardare all’acqua come diritto umano fondamentale. Insieme a questo però c’è la considerazione dell’acqua come bene comune, che è uno degli elementi sostanziali della riflessione. In questo senso penso che il referendum sull’acqua pone al sistema mondiale, al sistema italiano, che è basato sul mercato sul profitto, delle domande enormi. Per la prima volta infatti la campagna referendaria chiede: primo, che un bene come l’acqua sia dichiarato bene di non rilevanza economica; secondo, che l’acqua venga tolta dal mercato; e terzo che il profitto venga tolto dall’acqua. Se riusciamo a fare questo passaggio avremo per la prima volta definito un bene comune essenziale senza il quale davvero non ci può essere una democrazia reale. Sono questi, direi, i due parametri su cui si sta muovendo oggi la riflessione sull’acqua.

Nel Cantico delle Creature Francesco chiamava l’acqua sorella e creatura del Signore, insieme a frate sole, sorella luna, le stelle, frate vento e frate focu. La definiva: “...utile, et humìle, et preziosa, et casta...” In che senso tu definisci negli appelli l’acqua come “creatura” sacra? In che senso questa francescana intuizione, questa visione poetica, può essere proposta oggi?

Non parlerei di visione poetica. Penso che quella di Francesco era una visione che considerava la sacralità delle cose, usiamo questa parola. Ed è importante e fondamentale richiamarci a quest’aspetto. Un aspetto che è sparito oggi giorno. Oggi, con questo tipo di civiltà che ci ritroviamo, con la stravittoria del mercato, con la stravittoria del concetto del profitto, abbiamo reso tutto merce mentre la visione del Cantico delle Creature, ma direi soprattutto la visione delle religioni primarie (non primitive come le abbiamo chiamate) come per esempio la religione degli indios del nord america, quella degli aborigeni australiani, dei bantu dell’africa, conduce ad un concetto della realtà entro cui viviamo molto sacrale. Basterebbe leggere le lettere ai presidenti degli Stati Uniti dei capi indio nelle quali si diceva: “tu mi chiedi questo pezzo di terra ma sappi che questa terra è sacra, che questo fiume è il sangue di mio padre…” cioè si coglie il concetto profondo che quello che c’è è sacro, è vita. E questo è un qualcosa che le religioni primarie hanno preservato. Molto meno lo hanno fatto quelle che sono le religioni oggi. Per cui io dico che è fondamentale non solo ritornare a Francesco ma ritornare alla prima bibbia che Dio ha dato agli uomini, per i credenti almeno, e non è la bibbia scritta: è quello che noi chiamiamo il creato dove tutto è sacro cioè… le foglie hanno una saggezza incredibile, l’albero ci parla… Dobbiamo entrare in un’altra ottica, vedere la realtà con altri occhi altrimenti siamo destinati ad autodistruggerci. Infatti stiamo andando davvero alla distruzione della terra; fatta da noi proprio perché abbiamo mercificato tutto. Per cui il richiamo di Francesco diventa fondamentale e ci invita ad andare oltre Francesco, ad un altro modo di guardare le cose.

Il tuo appello definisce l’acqua (insieme all’aria) una risorsa indispensabile per la vita. In che senso deve essere un bene comune e non privato? Che cosa significa per te bene comune? Non c’è il rischio che sia inteso come qualcosa che tutti possono prendere e dunque sprecare, vendere?

Qui è importante sottolineare, se prima sottolineavamo l’aspetto del diritto, l’aspetto dell’acqua come bene comune. Io spesso quando vado in giro a parlare chiedo alla gente: “Andate al prossimo Consiglio Comunale vostro e chiedete al Consiglio Comunale che cosa rimane di comune in questo Comune. Non c’è più nulla. Mentre quelli che sono i nostri Comuni, i Consiglieri Comunali, dovrebbero essere coloro che reggono le comunità locali. Ormai hanno svenduto tutto, non c’è più nulla che ci unisce. Una volta per esempio la gente era unita, da che cosa: dal bosco che avevano, da che so io, l’acqua… da tutta una serie di fattori determinanti per la vita della gente, che erano in comune e che appartenevano a tutti. Se noi non ritorniamo a questi concetti basilari del bene comune siamo destinati davvero al fallimento totale. Ecco perché è così importante l’impegno sull’acqua. Quando si parla di beni comuni si pensa soltanto all’acqua, all’aria. Ma davvero non è solo questo… la conoscenza è un bene comune… per esempio io in questo periodo ho riflettuto a lungo sul fattore così fondamentale delle sementi. Le sementi una volta erano in mano alla gente. Si seminava, da quelle sementi si otteneva tutta una serie di semi… c’era una ricchezza enorme di semi, veramente bella come biodiversità, si avevano centinaia e centinaia di semi alcuni anche molto resistenti. Cos’è che è avvenuto oggi. È avvenuto per esempio che alcune multinazionali, praticamente 5 multinazionali, tra cui la più potente è sicuramente la “Monsanto”, hanno in mano in sostanza le sementi da vendere e hanno ridotto la diversità a pochissimi semi per ognuna delle specie che abbiamo, pochissimi! Che poi quando si semina il contadino cosa fa, soprattutto il povero contadino, non può tirarci più fuori il seme da quella seminagione che ha fatto e deve ritornare dalla multinazionale ha ricomprarselo. Questo vuol dire che in effetti l’agricoltura è nelle mani di pochissime persone, poche multinazionali, che i semi sono sempre più ridotti a pochissimi, che distruggiamo la biodiversità e perdiamo una ricchezza e qualche cosa che appartiene a tutti mentre l’umanità da quando coltiva aveva sempre preservato questo. La lotta per l’acqua come bene comune deve essere l’inizio per il recupero di questi beni comuni alle comunità locali altrimenti davvero non c’è futuro… neanche per la nostra democrazia… cioè se non c’è qualche cosa che ci unisce su cui noi possiamo decidere, su cui la comunità locale possa decidere, è chiaro che non c’è futuro. E oggi tutte le cose importanti ce le hanno già tolte, noi non decidiamo ormai quasi più su nulla...

Le firme per Il referendum “L’acqua non si vende” si sono raccolte; anche molti insegnanti del Movimento di Cooperazione Educativa hanno firmato. Ora si dovrà passare alla fase più difficile: far arrivare alla gente il messaggio, di un bene insostituibile (inalienabile, indisponibile) a rischio: come la scuola può contribuire a educare? Che cosa consigli di fare agli insegnanti? Cosa sui può fare per avvicinare ragazzi e scuola alla percezione dell’utilità, ma anche della bellezza e della nostra parentela con l’acqua?

Io giro parecchio per le scuole e trovo delle scuole molto preparate a questo livello, con delle insegnanti che fanno un bellissimo lavoro educativo. Ma in generale direi che tra gli insegnanti spesso c’è scarsa conoscenza, e quindi anche tra gli studenti. Però è inutile che ci lamentiamo degli studenti, penso che il problema, davvero, è prima di tutto degli insegnanti. Che cosa si può fare? Prima cosa fondamentale, secondo me, è quella dell’informazione. Buona parte dei nostri insegnanti non è informata sulla questione. Quando parlo di informazione intendo un’informazione seria sull’acqua, per esempio su quanta acqua abbiamo, per esempio che di tutta l’acqua che abbiamo solo il 3 per cento è potabile, che di questo tre per cento il 2,7 per cento è usata dall’agricoltura e dall’industria, (il 70 % uso agricolo e il 20% uso industriale) e questo ci lascia già con pochissima acqua, e allora assistiamo alla corsa delle multinazionali per accaparrarsene l’uso come hanno fatto per il petrolio. Parlo cioè di una conoscenza minima di quello che è la realtà dell’acqua e possederla diventa, prima di tutto per gli insegnanti, davvero fondamentale. Seconda cosa, c’è una riflessione più profonda che deve essere fatta e cioè gli insegnanti lentamente dovranno scoprire che cos’è l’acqua, l’acqua come vita, come base della vita, come la madre; ci sono molti scienziati oggi che ci dicono che non è neanche il dna forse la base della vita ma l’acqua e quindi sono passaggi questi che prima di tutto gli insegnanti devono fare e dopo trasmettere ai ragazzi. In questo senso molti chiedono dov’è che si trovano le informazioni di cui abbiamo bisogno. Di informazione sull’acqua ce n’è a non finire. Prima di tutto direi che basterebbe entrare in un sito internet come http://www.acquabenecomune.org/ per trovare moltissime informazioni; ci sono poi tantissimi libri, in questo periodo sono usciti molti libri, alcuni più piccolini fatti anche bene, altri più voluminosi… quindi c’è tantissimo materiale, c’è tantissimo materiale anche video per esempio un dvd come “Per amore dell’acqua” della Feltrinelli, è fatto molto bene basta proiettarlo, oppure “Il pianeta acqua”. Ma c’è di tutto in giro, c’è una grande ricchezza. Questa però deve essere davvero data agli studenti, e in questo senso c’è una responsabilità, non soltanto di coloro che insegnano nelle scuole ma di quelli che insegnano anche a livello religioso, coloro che fanno catechesi nelle parrocchie. L’acqua è la vita, è la madre, dovrebbe entrare come qualcosa di fondamentale in tutta l’etica anche cristiana; il rispetto per l’acqua, la sobrietà, l’uso che ne facciamo dovrebbe diventare davvero parte della catechesi che avviene nelle parrocchie, nelle chiese o anche nelle scuole a livello religioso. Per cui direi che è questo il vero nodo: creare una nuova cultura di rispetto per l’acqua come diritto fondamentale umano, come bene comune.

Le nuove generazioni sono cresciute con una pressoché infinita (o grande) quantità di beni a disposizione: ogni risparmio, ogni rinuncia allo spreco viene sentita come perdita, inutile sacrificio piuttosto che come aiuto all’accesso per tutti. Che possiamo fare oltre, prima e dopo le parole?

Anche a questo livello chiaramente penso che deve nascere davvero un nuovo rapporto con i beni, con la realtà. Cioè noi siamo stati educati, diciamo pure dal dopo guerra, a pensare ad una crescita illimitata e che di beni ce n’erano per tutti, che l’importante era consumare. Questa è stata la filosofia che ha dominato. Oggi abbiamo capito che questa filosofia ci sta portando all’autodistruzione, alla distruzione della terra. Quindi oggi cominciamo a capire che dobbiamo radicalmente cambiare. Il problema risale a monte. Come dicevo prima, dietro a questa filosofia del consumare ci sta una visione del mondo ridotto a cosa, a materia, a merce, per cui tutto è da sfruttare. No! Questo pianeta è una cosa talmente bella, io sono credente, e credo che Dio ha impiegato 4 miliardi e 6oo milioni di anni per portare la vita dove è arrivata. Quindi è necessario un senso di rispetto, usare quello che si deve usare per vivere ma avere un profondo rispetto per questo stupendo gioiellino che è il pianeta che dobbiamo consegnare poi ai figli ai nipoti… qualcuno dice che l’abbiamo preso in prestito da loro, ed è un concetto molto bello questo. Queste considerazioni devono portarci assolutamente a un cambiamento radicale rispetto all’uso dei beni. Una parola che dovremmo usare molto più spesso è: sobrietà. C’è chi parla di decrescita, tipo Serge Latouche, ma io preferisco parlare di sobrietà, cioè l’uso sobrio dei beni: i beni servono per vivere e devo sapere che altri dopo di me avranno bisogno di questi beni. Quindi è necessario un uso attento, accorto dei beni e questo chiaramente domanda una riflessione totale che vuol dire che dobbiamo per esempio cominciare a capire che dobbiamo riciclare tutto, che dobbiamo riusare tutto. . L’altro giorno, in una lettura durante la messa, il profeta Amos diceva che è finita l’era dei buontemponi, o meglio l’orgia dei buontemponi. Penso che nessuna frase sia più bella per descrivere questi 40 anni dopo la seconda guerra mondiale: è stata l’orgia dei buontemponi, deve finire. In particolare, per esempio, è chiaro che l’acqua è un bene limitato. Già oggi ne abbiamo poca. Con l’uso che ne facciamo, che è incredibile, diventerà sempre di meno e a questa diminuzione contribuiranno i cambiamenti climatici perché perderemo i ghiacciai, i nevai dove c’è moltissima della nostra acqua , quindi avremo sempre meno acqua a fronte di una popolazione che cresce, arriveremo almeno a nove miliardi di esseri umani. E quindi è chiaro che se, come dice l’Onu, ogni uomo dovrebbe consumare 50 litri di acqua al giorno mentre in Italia ne consumiamo sui 250 e gli americani sui 400 litri al giorno, assistiamo ad un dispendio di acqua assurdo. Dobbiamo cominciare a capire di autolimitarci per permettere a tutti di averne perché è un diritto fondamentale, è un bene comune che deve essere rispettato.

In che senso nella battaglia contro la privatizzazione dell’acqua ci giochiamo tutto, anche la democrazia?


Io direi che giunti a questo punto della storia umana c’è molta gente che è pessimista e dice che ormai è finita. Io non penso che sia finita. È un momentaccio questo, difficilissimo, e non sarà così semplice ritornare sui nostri passi ma io penso che con la questione dell’acqua forse potremo aiutare le persone a capire anche altro, perchè l’acqua è qualche cosa che le persone capiscono facilmente; se io parlo di sementi, di conoscenza, di tante altre cose, bisogna star lì a ragionare, poi alla fine ci arrivano; ma se parlo dell’acqua tutti riconoscono che l’acqua è un diritto, che l’acqua è un bene comune. Infatti spesso si sente la meraviglia della gente che . dice: “Come, privatizzate l’acqua? Ma come si fa a privatizzarla”. La masse popolari sono sensibili alla tematica dell’acqua, per cui diventa più facile promuovere un impegno a questo livello e ottenere il consenso popolare, politico. Basta vedere, ad esempio che con il referendum siamo riusciti in due mesi, senza partiti, senza soldi e senza la grande stampa, ad ottenere un milione e 400.000 firme; il che vuol dire che tanta gente si è mossa spontaneamente perchè ha capito che evidentemente era qualcosa d’importante. Vorrei ricordare che sull’acqua stiamo chiedendo qualcosa di grosso, stiamo chiedendo qualcosa che va radicalmente contro il sistema con le tre domande referendarie. Se riusciremo a far passare questi concetti in pieno neoliberismo, in piena stravittoria del mercato; se riusciamo a vincere su questo, allora c’è speranza davvero che, lentamente, potremo recuperare tutti gli altri beni comuni ed è così che potremo permettere allora ai processi democratici, cioè alle comunità locali, di riappropriarsi delle proprie decisioni. Se noi non ridiamo questo in mano alle comunità locali e non facciamo in modo che siano loro a decidere, non c’è speranza per la democrazia. Oggi ci riempiamo la bocca con la parola democrazia ma la gente non decide quasi più su nulla, tutto viene deciso dai potentati economici e finanziari, per cui questo impegno sull’acqua è un impegno per salvare davvero i processi democratici e la democrazia. E anche il futuro del pianeta.


Adesso stiamo attendendo la risposta della Corte di Cassazione sulla validità delle firme del referendum. Questo dovrebbe avvenire verso il 15 ottobre e poi la Corte Costituzionale dovrà decidere su quali domande, noi ne abbiamo definite tre, porre per il referendum. Si dovrà poi decidere, ma questo lo farà il governo, una data tra il 15 aprile e il 15 giugno per permettere alla gente di andare a votare. E questa è una cosa grossa. Dobbiamo portare 25 milioni di donne e di uomini a votare perché il referendum sia valido. Quindi abbiamo bisogno davvero che un po’ tutti ci muoviamo dal basso perchè non avremo l’appoggio dei partiti (sembra che ci sia stato un accordo bipartisan tra Pd e Pdl contro il referendum quindi avremo martellate da tutte le parti), non abbiamo soldi perché non ci sono soldi in quanto ci autofinanziamo e non avremo neanche la grande stampa con noi. Si tratta quindi di un altro processo democratico che dovrà partire dal basso. Da qui l’importanza che tutti si mobilitino. In particolare poi le scuole potrebbero darci davvero una grossa mano e di questo abbiamo un enorme bisogno in questo momento. (A cura di Ugo Pugliese - pubblicata nel n.4 di Cooperazione Educativa]


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new york times - financial times

E' a pagina 38 che il New York Times traccia il quadro, poco rassicurante, dell'attuale situazione politica italiana: Berlusconi? "Un sopravvissuto". Il Governo? Ne servirebbe uno nuovo "con un approccio più onesto". L'esecutivo rimasto in piedi sopo il voto di fiducia di martedì, si legge sul NYT, è ormai "screditato e non gode di una maggioranza per lavorare. Questa non è una situazione che l'Italia può tollerare molto a lungo. Servono con urgenza nuovi leader, nuove elezioni e un approccio di governo più onesto". Il nervosismo dei mercati "Gli investitori sono nervosi per l'Italia. Non è la Grecia o l'Irlanda, il suo deficit sono gestibili e gran parte del suo debito nazionale è in mani italiane". Ma il problema , dice il NYT, è la crescita: il Paese cresce poco e meno dei suoi vicini europei, era così già prima della crisi, "affondato dalla corruzione dilagante e dalla burocrazia pesante ad ogni livello di amministrazione". Gli italiani avrebbero invece bisogno di "un governo credibile, che può chiedere sacrifici duri alle famiglie, ottenere pazienza dai creditori all'estero e il sostegno degli altri governi europei".

Il post Berlusconi Il declino di Berlusconi, prosegue l'analisi del NYT, è quello dell'unica figura capace di mettere insieme le varie anime del centrodestra italiano, che gode ancora della maggioranza dei consensi, anche perché nel centrosinistra la continua frantumazione non trova vie di uscita. Il fallimento di Berlusconi, dunque, è prima di tutto "personale". Il premier "si è alienato anche i suoi alleati politici più stretti". La sua permanenza a Palazzo Chigi "ha estenuato l'italia, indebolito il confronto pubblico, indebolito lo stato di diritto". Classe politica screditata e ora ci vorrà chi ripara i danni "Tutti i politici italiani hanno una parte di colpa per il paese, per questo caos. Ma il signor Berlusconi è stato colui che ha promesso di migliorare le cose. Invece, le aggrava. Per ora, rimane in carica. Un prolungamento al governo che non è la risposta appropriata. L'Italia ha bisogno di un nuovo governo coraggioso e credibile per riparare i danni dell'era Berlusconi".

Avvinghiato Per il Financial Times Berlusconi deve avere delle "unghie resistenti" se, nonostante "la violenza nelle strade di Roma e le risse in Parlamento", è ancora "aggrappato al potere". Insomma, è il ragionamento del FT, Berlusconi ha portato a casa la classica vittoria di Pirro, perchè non ha più l'ampia maggioranza di inizio legislatura alla Camera "e molti suoi ex alleati sono oggi all'opposizione". Fallimentari Anche FT quando volge lo sguardo all'opposizione trova motivi di scoramento: "La loro incapacità di trarre vantaggio dalle difficoltà (di Belrusconi, ndr.) serve solo a sottolineare la loro personale confusione. Nonostante le pressioni, Gianfranco Fini, presidente della Camera ed alleato di Berlusconi ora diventato suo nemico, ha visto quattro dei voti proprio gruppo spesi per salvare il governo. Fini affronta ora anche richieste di sue dimissioni da presidente della Camera".

Chi perde davvero "Ma il più grande perdente, come spesso accade durante questa guida-farsa di Berlusconi, è l'Italia. La violenza che ha accompagnato voto martedì è stata la peggiore dal 1970. Proprio come il danni, però, il voto prolungherà la paralisi politica. La settima potenza economica più grande del mondo ha bisogno di riforme. Un giovane su quattro è disoccupato, la crescita è debole e anemica; il debito pubblico ha toccato i 1.800 miliardi di euro. Berlusconi ha dimostrato al di là di ogni dubbio che egli è incapace di affrontare queste sfide. La tragedia in Italia è non è emerso nessuno più capace per scacciarlo". [fonte: http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=148396]

scuola d'italiano per immigrati


Portiamo a conoscenza di quanti fossero interessati, che continua la scuola di italiano per immigrati presso l'istituto Ozanam, adiacente alla basilica di San Severo. La scuola, su invito di Padre Alex Zanotelli, è stata battezzata "Welcome Home" e al momento conta circa 30 studenti frequentanti, divisi tra livello base, livello 1 e 2. La scuola si regge al momento sulle sole forze di noi docenti e di suor Lucia che oltre ad insegnare, ha gentilmente concesso in uso alcuni locali dell'Ozanam. Abbiamo bisogno di altri volontari, anche per organizzare attività interculturali a latere della scuola di italiano. Giovedì 16 dicembre alle ore 19 è stata organizzata una festa con musica e cena etniche sempre all'Ozanam. Ci farebbe piacere se qualche rappresentante della rete venisse alla festa, sperando di vedervi tutti. [Gennaro Sanniola]

NB. Le persone che intendano partecipare alle attività della scuola, sia come docenti che come allievi, possono rivolgersi a: Gennaro Sanniola sanniola.gen@alice.it - mobile tel. : 349 60 37 562

alternativa...


gavettone

L'altra sera mentre io e la mia ragazza camminavamo in piazza Sanità abbiamo rivisto il barbone che qualche settimana fa è stato portato al centro la Tenda da un volontario del quartiere. Dorme al coperto finalmente, ma continua a stare per strada. Mentre ci avviciniamo notiamo un ragazzo che si è staccato da un gruppo con in mano un secchio d'acqua, si accosta e rovescia addosso al barbone l'intero secchio. Ci siamo avvicinati ulteriormente per aiutare il povero malcapitato che cercava di rialzarsi, stordito ed infreddolito.

Mentre l'aiutavo a rialzarsi la mia ragazza ha applaudito ironicamente il ragazzo, si è rivolta verso il gruppetto cercando di sapere il perché di quell'atto stupido. Si sono avvicinati tre o quattro di loro che, un po' arrabbiati, ci hanno spiegato che il barbone stava pisciando per terra davanti ai bambini. Così abbiamo cercato di discutere: "quest'uomo sta male, ha problemi psichici, ha problemi fisici, ha un arto inferiore bloccato, insomma, è abbastanza sofferente". Quel secchio d'acqua ha contribuito a fargli ulteriormente del male.

Siamo rimasti a discutere un bel po', particolarmente con uno di loro che ha cercato di capire le nostre proteste, dispiacendosi, indignandosi un po', anche se qull'atto osceno giustifica la violenza subita. La "normalità" a volte contrasta le urgenze, le immediatezze, le emergenze. In quel momento l'uomo zozzoso prende il sopravvento sul l'uomo sofferente, quando si toccano le norme morali si diventa super, si legittima la coerenza, ci si trasforma in paladini pronti a giustiziare per il bene umano.

A terra c'era un uomo che aveva uno sguardo stralunato, impaurito, dolorante. A terra c'era un uomo povero, indisposto, ingenuo, ubriacone. A terra c'era una persona qualunque che ha commesso un atto osceno in un luogo pubblico. Le auto parcheggiate in terza e quarta fila, i motorini che camminano sopra i marciapiedi, il senso vietato fatto costantemente da chi transita, i rumori assordanti, i disabili che non possono circolare... tutto questo non è osceno, è la normalità. [+blogger]


artigiani e non

Stamattina a piazza Sanità diversi artigiani hanno esposto i loro prodotti, sette/otto gazebo montati a semicerchio, qualche bancarella, un nomade che cercava la carità e un nero che girava per vendere i suoi oggetti. L’esposizione si ripeterà ancora, la gente riscenderà in piazza, le persone compreranno, il guantaio, ad esempio, ha venduto due paia di guanti di pelle ginghialati.

Unire insieme tante “anime” è sempre una cosa piacevole ed indicativa per continuare ad interpretare, organizzare, fare, aiutare. Certo, bisogna anche dire che non tutti erano veri artigiani, c’erano degli infiltrati, ma forse mi sbaglio non ho visto molto bene anche se alcune cose mi sembravano di fattura cinese. Ma se sbaglio che qualcuno mi corregga.

In ogni manifestazione che si rispetti, fatta nel rione, non deve e non può mancare, anche perché siamo in piana campagna elettorale, la presenza fattiva del politico di turno. Con tutto il rispetto del caso, e senza voler calunniare nessuno, queste visite così inaspettata sarebbe piacevole averle anche in periodi qualunque, come dire, senza pretese.

I cittadini del rione Sanità piangono una composita politica fatta di manifestini dati in chiesa dagl’ex democristiani che, puntualmente e con molto garbo, venivano scaraventati fuori da Giuseppe Rassello parroco rivoluzionario armato di una fede pungente e “antiproibizionista”. C’è stato chi si è incazzato veramente ma con molta dignità e, chi invece, era contento di stringere le mani; c’è anche chi, per adesso, si limita solo a guardare e chi vuole, invece, a tutti i costi far lavorare un proprio familiare. [+blogger]

occupiamo il museo totò

Perché non occupiamo il museo Totò? Come già è stato fatto per il parco san Gennaro e per il cimitero delle Fontanelle, anche il museo dedicato ad Antonio de Curtis, nato alla via s. m. Antesaecula, deve essere aperto al pubblico. Visto che sono più di 15 anni che tutto è pronto nel palazzo delle spagnuolo, bombetta, paltò, scarpe, disegni, quadri, documentari… come mai è chiuso? Come mai non si riesce a firmare un carta che aprirebbe le porte di una dei tanti bellissimi appartamenti del palazzo Sanfelice alla via Vergini?

Oggi forse capiamo il perché l’arte e la cultura non hanno più voglia di essere paragonati, questo governo ha pensato ben oltre il disonore della storia. Un’altra azione dimostrativa forte e civile da parte della gente del rione, un’altra manifestazione contro la non curanza della nostra amministrazione, altra forma di consenso popolare che ridarebbe dignità al comico più famoso del mondo, al luogo più artistico di Napoli e al rione più “disobbediente” di tutta la città. [+blogger]

tutti

Se tutti gli uomini andassero a scuola. Se tutti gli uomini si laureassero. Se tutti gli uomini smettessero di guardare i programmi televisivi dove gli uomini sono sviliti. Se tutti gli uomini non comprassero più i prodotti che fanno pubblicità usando il corpo degli uomini. Se tutti gli uomini imparassero a usare i contraccettivi. Se tutti gli uomini denunciassero ogni violenza subita. Se tutti gli uomini votassero solo gli uomini. Se tutti gli uomini pretendessero dalle mogli una divisione equa dei compiti familiari. Se tutti gli uomini lavorassero.

Se tutti gli uomini che lavorano chiedessero di essere pagati di più. Se tutti gli uomini imparassero una lingua straniera. Se tutti gli uomini spiegassero ai loro figli come funziona il loro corpo. Se tutti gli uomini insegnassero ai figli come si stira una camicia. Se tutti gli uomini imparassero a usare il computer. Se tutti gli uomini aiutassero gli altri uomini. Se tutti gli uomini si organizzassero. Se tutti gli uomini facessero sentire la loro voce. Se tutti gli uomini sapessero la debolezza che hanno. [+blogger]

Trasposizione dell’articolo di giovanni de mauro, internazionale.it, pubblicato su questo blog il giorno 29/11/2010

chi non ha scarpe

L'altra sera, mentre camminavo per via sanità, mi sono ritrovato nel bel mezzo di un corteo di disoccupati organizzati, erano circa 500 persone. Urlavano, inneggiavano slogan, nell'insieme tutto rimbombava, esultava. I passi veloci, le braccia alzate, il rumore delle scarpe, il megafono, gli urli, i canti. Ero nel bel mezzo, al centro dei cori e della protesta, ero anche io un senza lavoro.

Quelle urla mi avevano "affatturato", mi scolpivano dentro qualcosa, mi esultavano, mi facevano dimenticare, mi tiravano, mi riempivano. Come quando allo stadio gli ultras ti lasciano cantare, ballare, saltare, esplodere nell'immediato. Era favoloso, l'euforia rimaneva dentro, ti trasportava, ti ribolliva il sangue.

Immagino se tutti insieme pacificamente, fischiando, ballonzolando, esultando avessimo "seriamente" la possibilità di unirci per difendere i nostri diritti. Chi ha il potere ha una paura bestiale dei cori, delle manifestazioni, ha una paura quasi spasmodica dell'insieme, degli uomini che si organizzano per fare, per difendere, per salvare.

Il tutto che ti avvolge è magico, l'insieme non ha paura, non ha timori, non ha padroni. L'insieme non si lascia condizionare, non accetta compromessi, non ha regole sprezzanti, non ha scarpe. "Chi non ha scarpe non ha ragione mai. Chi non ha scarpe non ha padroni, rispondo io". Cantata da Fiorella Mannoia. [+blogger]


tutte

Se tutte le donne andassero a scuola. Se tutte le donne si laureassero. Se tutte le donne smettessero di guardare i programmi televisivi dove le donne sono svilite. Se tutte le donne non comprassero più i prodotti che fanno pubblicità usando il corpo delle donne. Se tutte le donne imparassero a usare i contraccettivi. Se tutte le donne denunciassero ogni violenza subita. Se tutte le donne votassero solo le donne. Se tutte le donne pretendessero dai mariti una divisione equa dei compiti familiari. Se tutte le donne lavorassero.

Se tutte le donne che lavorano chiedessero di essere pagate di più. Se tutte le donne imparassero una lingua straniera. Se tutte le donne spiegassero alle figlie come funziona il loro corpo. Se tutte le donne insegnassero ai figli come si stira una camicia. Se tutte le donne imparassero a usare il computer. Se tutte le donne aiutassero le altre donne. Se tutte le donne si organizzassero. Se tutte le donne facessero sentire la loro voce. Se tutte le donne sapessero il potere che hanno. [giovanni de mauro - internazionale.it]

la propria vergogna

Quando una persona fa del male in modo evidente e continuo si assume la responsabilità derivante da quell’atto, l’evidenza non può essere negata. Un ladro se viene beccato a rubare va in galera, un manigoldo verrà punito, un truffatore anche. Un tempo c’erano le punizioni corporali oggi, invece, è diverso anche se le punizioni si differenziano per grado e quantità. Insomma, gli atti evidenti hanno la loro storia, bella o brutta che sia, essi potranno essere spiegati e rappresentati. Se uno si vergogna di quell’atto potrà sempre riscattarsi, comprenderlo, evidenziarlo. Quando c’è un giudizio evidente, bello o brutto che sia, le conseguenze possono essere spiegate. Quello che invece è deplorevole, schifoso, infimo, spregevole, è negare la propria vergogna. [+blogger]


"Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili". [Bertolt Brecht]

storia e tv


è scomparso il clochard?

Il povero che avevo filmato sabato sera, e che viveva al freddo vicino al supermercato di via Sanità, l’altro ieri era stato portato nel centro la Tenda da un volontario del rione, grazie anche all’intervento di molte persone del quartiere che gli portavano caffè e latte caldo, brioche e cornetto, un pasto e una coperta. Molti ci dicono che è difficile portare un “vagabondo” in una casa, toglierlo dalla strada almeno quando fa freddo, quando piove, oppure se ha bisogno di cure. Invece, Mauro Migliazza, ci dice che non c’è voluto niente: “il primo giorno ha fatto un po’ di storie, gli ho comprato qualcosa e mi sono messo vicino a lui per qualche minuto, poi sono ritornato e ho iniziato a dialogare, sono riandato via e ritornato di nuovo sempre nello stesso giorno, alla fine siamo diventati amici e si è fidato di me”.

Mi chiedo, se una sola persona è riuscito a essere “simpatico”, ad entrare nelle grazie di un povero “demente”, un’insieme di persone preparate per l’accoglienza dovrebbero avere la forza e la possibilità di “Ammucchià e puverielle n’coppe a nu lenzuolo e portarseli in paraviso”, mi perdonerete il napoletano e la citazione di Viviani. E invece no, molti sostengono che è difficile, che spesso proprio perché hanno problemi psichici sono restii al cambiamento e alle cure. Queste è pure vero, ma mi faccio un’altra domanda: se faccio il prete, il missionario, il “salvatore di uomini”, se predico la pace, l’amore, la fratellanza, la giustizia e sono contro la disuguaglianza dovrei, in primis, sporcarmi le mani come fanno centinaia di uomini e donne che dedicano la loro vita per il prossimo?!

In realtà ci sono molti, anzi moltissimi, preti invisibili che fanno questo!; ma c’è una particolarità: sono invisibili appunto, non si fanno vedere, vegetano per le strade, non respirano proprio come i più poveri che non hanno il diritto di parlare, di protestare, di vivere. L’idea di questi preti, e il loro parere, non interessa a nessuno: non interessa all’assessore Riccio (politiche sociali) che nel 2004 aveva promesso quattro luoghi/struttura dislocati strategicamente per la città di Napoli ma che invece poi si sono rivelati luoghi “d’aria puzzolente”; non interessa a nessuno che operatori volontari lavorano gratis raccogliendo la merda di chi non ha un cesso per defecare; non interessa a nessuno l’unione di più persone che sradicano la loro cultura per entrare nella cultura dell’altro.

L’economico, entrando in tutti gli aspetti del sociale, estraendo ogni forma di definizione, contrapponendo il buono, forte, felice, educato, civile al cattivo, mentecatto, malfamato, rozzo, incivile, ha invaso ogni forma di definizione materiale e immateriale, invertendo anche l’ordine di come si definisce la solidarietà, l’amore, la pluralità, il sostegno. Oggi in nome del mercato si guadagna, si legittimizza, si definisce la proprietà privata…. Un clochard, su di una panchina di piazza Cavour dove dormiva quasi ogni notte, un giorno scrisse: “C’è qualcosa di perverso se, chi ha accumulato con fatica le sue ricchezze, le custodisce gelosamente? Si!, solo nel caso in cui la morte, la sofferenza, l’indifferenza prevaricano la ragione”.

A proposito, dimenticavo, lo sapevate che nel rione ci sono a disposizione 154 posti letto (100 Tenda e 54 La Palma), su circa 300 disponibili in tutta Napoli?! [+blogger].

leggilibrosanità

Provo sempre un po’ di timore, lo ammetto, nell’approntarmi alla lettura di un saggio. Timore di un testo talmente scientifico da risultare freddo, di una scrittura così attenta ai concetti che si vanno a esprimere da risultare, spesso, poco accattivante. Timore, insomma, di sentirmi chiusa fuori, esclusa da ciò che l’autore, per paradosso, tenta di portare alla mia attenzione. Oppure di ritrovarmi ingabbiata in una serie di regole necessarie alla fruizione. O, più semplicemente, di annoiarmi. In questo senso, Il cibo, una via di relazione mi ha piacevolmente stupita. La varietà, intanto: si tratta di una raccolta di testi redatti da autori vari e curata da Maria Luisa Savorani, al cui interno trovano posto capitoli a genere saggistico, ma anche brevi racconti, poesia e persino qualche ricetta della tradizione italiana.

Si susseguono pagine che attingono all’esperienza umana e professionale degli autori (e che lasciano trapelare in più di un’occasione sensibilità e una volontà evidente di incontrare l’altro, ad esempio nei paragrafi dedicati al cibo come comunicazione) a pagine di carattere storico e antropologico (nei capitoli sui miti correlati al pane e al vino e sul culto delle dee Madri – archetipi della femminilità, di colei che è preposta per tradizione al nutrire). Le sezioni dedicate nel dettaglio alle situazioni esistenziali in cui l’alimentazione necessita di particolari specificità (la gravidanza, la maternità, la malattia, le fasi di ricerca del sé anche attraverso l’ascetismo) si alternano a brevi scritti poetici e intimistici, come pagine di diario, toccanti nella loro autenticità. Il tutto contraddistinto da un desiderio dichiarato, tra le righe e nel titolo stesso del libro, di toccare corde intime davvero in chi legge, tanto a livello di comprensione quanto in senso emotivo. Argomentando, con esempi chiari e cognizione di causa, la necessità di riappropriarci del senso profondo del cibo: quello di comunicare con il mondo intorno e con quello interiore, sino al riappropriarsi della identità propria e del contesto socio-culturale. Quello di nutrire, e non tanto materialmente, quanto piuttosto con il dono stesso del cibo, il modo in cui viene portato, l’intenzione finale del gesto di preparare e offrire.

Gli alimenti e le bevande primarie, come il pane e il vino, assumono così una straordinaria semantica intrinseca: attraverso il cibo e la maniera di sceglierlo e di porgerlo a noi stessi e alle persone che ci circondano, possiamo dire anche senza parole, comprendere l’altro, offrire aiuto, amore, solidarietà. In questa ottica, ecco che la cucina diviene luogo privilegiato in cui utilizzare la comunicazione non verbale, ma pure posto di incontro per eccellenza, di condivisione e confidenza, fucina di creatività in cui il sapere e il saper fare vengono tramandati di madre in figlia, il luogo pulsante di ogni casa. La lettura di questo libro ti fa sentire “ricevuto”, e non già in un salotto tirato a lucido e formale, quasi asettico nella sua perfezione, ma in una cucina calda, profumata di storia e di rispetto, popolata da leggende antichissime che tornano a vibrare. Il linguaggio utilizzato, anche nelle sezioni più scientifiche, è sempre fruibile, la scrittura scorrevole e il percorso lineare, così da non perdere alcuna sfumatura di gusto. Un saggio che ti accoglie e riscalda, che ti invoglia a recuperare il piacere di ricevere e offrire, nella consapevolezza di ogni piccola sfumatura dell’atto.

“Il cibo e la tavola sono codici comunicativi completi che fanno da specchio alle nostre condizioni psichiche e sociali. […] Il pranzo costituisce un’unità che coinvolge una molteplicità di atti culturali e formativi. Il momento conviviale può divenire una connessione di senso, una modalità di vivere, un’apertura sul mondo. […] Riconquistare lo spazio della cucina come espressione, come cura dell’altro e di sé, come momento profondamente vitale diventa un atto libero che ci rende protagonisti attivi della nostra vita e ricrea un dialogo.” [Silvia Longo per Libri Consigliati]

caro lucio...


Caro Lucio abbiamo “fallito”, tu portandogli un giubbotto e qualcosa di caldo, io riprendendolo con la telecamera e denunciando la miseria. Mi dispiace ma è così! Il fallimento nostro è il fallimento della povertà, della solidarietà, dell’amore, della pietas. Noi adesso abbiamo pietà di quet’uomo... ieri sera faceva molto freddo, e mentre tornavo a casa, al caldo, non ho avuto la forza di portarlo con me. Neanche tu l’hai fatto caro Lucio, neanche il prete se lo porta nel suo lussuosissimo bed e breakfast. Noi proviamo pietà, domani la pietà finisce; noi dovremmo provare amore, come si prova per un figlio, una madre, per se stessi; e invece proviamo pietà, ci dispiace, ci indigniamo, gli compriamo qualcosa. Quest’uomo sta per morire, mentre noi proviamo pietà! [+blogger]


dieta di carne

Quando ero bambino mia mamma mi ha super nutrito, una dieta ferrea fatta di ogni tipo carne: vitello, vitellino, agnello, maiale, cavallo. Era convinta che se non mangiassi almeno tre volte, in una settimana, la carne, sarei rimasto senza globuli rossi e senza ferro, ricoverato con prognosi riservata, spacciato per la mia crescita ed intelligenza. Carne macellata di ogni tipo, non importa se un animale, un terrestre come noi, subisca le più atroci torture, ingiustizie e maltrattamenti fino ad essere sparato in testa. Quando si ammazza un agnellino fa più pena di un bambino, è assurdo, ma è così. Piange disperatamente, gli occhi smarriti, terrorizzati, alienati e chi affonda la lama nel cuore sembra non aver sentimenti. Noi uomini ammazziamo ogni tipo di animale. Si ammazza per vendere, per vestirci, per divertimento, per esperimento, per noia, per paura, per crudeltà.

Il cacciatore deve pur esporre la sua testa di cervo come soprammobile oppure imbalsamare un cavalluccio marino, avere la sua pelle di balena, coccodrillo, vestirsi con il pelo di un orso o di un daino. È assurdo, ma è così. Eppure si vivrebbe benissimo senza mangiare carne, senza rivestirci di pelle, senza un visone o le scarpe di serpente. Ma del resto perché ci meravigliamo?! Come testimonia la foto, se siamo così malvagi da ammazzare un bambino, da contagiarlo con l’aids, se sterminiamo popoli, se facciamo la guerra solo per non farci togliere la neve da sopra un grattacielo, o una pista di ghiaccio nel deserto, o l'autodromo di Abu Dhabi allora perché mai dovremmo smettere di schiacciare uno scarafaggio che fa schifo? Mi chiedo: e se dopo la morte ci ritrovassimo tutti noi umani chiusi in gabbie di un metro per un metro aspettando che ci friggono? [+blogger]

i cittadini dei miracoli

LETTERA ALLE ISTITUZIONI

Al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, Al Sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, All’Assessore della Pubblica Istruzione del Comune di Napoli Gioia M.Rispoli, Al Presidente della Municipalità Stella San Carlo all’Arena Alfonso Principe, All’ Assessore della pubblica istruzione Massimo Rippa, Al Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, Al Rettore Dirigente del convitto Vitto Emanuele e preside dell’Educandati Femminile Vincenzo Racioppi

OGGETTO: RIVENDICAZIONE DI SPAZI PUBBLICI NELL’EDUCANDATI
FEMMINILE AI MIRACOLI.


Egregio Ministro dell’Interno Roberto Maroni, quelli che Vi scrivono sono i cittadini dei Miracoli, per la seguente motivazione: vorremmo sapere perché ogni cinque, sei anni c’è il cambiamento del parroco della nostra chiesa, quando questi chiede qualche spazio in più per i bambini e i ragazzi del quartiere Stella San Carlo all’Arena Napoli. Lo spazio viene richiesto da una parte dell’Educandati Femminile di piazza Miracoli scuola che è decollata fino ad ora solo per metà. Dato che questa scuola ha ancora molti spazi liberi, ci chiediamo, perché non dare uno spazio anche alla Chiesa per l’oratorio, dove si incontrerebbero e farebbero attività i ragazzi del quartiere gratuitamente. La domanda che Vi facciamo è la seguente: qual è il problema? C’è il guadagno per qualcuno che già adesso vi adopera dentro? Ci sono problemi burocratici? Noi vorremmo una spiegazione da qualcuno, siamo ormai stufi di tutto e di tutti. In attesa che qualcuno ci faccia il favore di risponderci rivolgiamo i nostri distinti saluti. [I cittadini dei Miracoli, via]

ciacco dicono alquanti...

Ecco cosa pubblicava "il foglio" - Vedi



Ecco cosa pubblichiamo noi! Leggi


veleno dalla lombardia

L'ITALIA non ha la pena capitale, ma potrebbe presto contribuire attivamente a uccidere condannati a morte, a dispetto delle nostre leggi, dei comandamenti cristiani, della morale cattolica. Un'azienda farmaceutica con base vicino a Milano, la Hospira Spa è stata incaricata di produrre Sodium Thiopental. Si tratta dell'anestetico utilizzato per le esecuzioni con iniezione letale negli Stati Uniti. Da gennaio la società milanese, sussidiaria di una multinazionale americana, dovrebbe esportare la sostanza negli Usa, che ne sono rimasti a corto e non possono più giustiziare nessuno con questo metodo, usato in 35 Stati su cinquanta, finché non riceveranno nuove dosi. A scoprire questa "Italian connection" è stata Reprieve, l'organizzazione umanitaria britannica che si batte contro la pena capitale e la tortura in tutto il pianeta, e che ha anticipato a Repubblica l'appello inoltrato questa settimana all'azienda milanese.

L'iniezione letale è un micidiale cocktail di tre sostanze, una delle quali è un anestetico dalle caratteristiche particolari, il Sodium Thiopental appunto, che dovrebbe garantire di uccidere i condannati "con gentilezza". La Hospira Usa, l'unica compagnia americana che produceva questo farmaco, qualche mese fa ne ha interrotto la produzione per problemi nel suo stabilimento negli Stati Uniti. Ben presto, i penitenziari dei 35 stati che compiono le esecuzioni con tale sistema sono rimasti senza anestetico. A quel punto hanno disperatamente cominciato a cercarlo altrove.

Lo stato dell'Arizona, per esempio, il mese scorso se ne è procurato un quantitativo prodotto da un'altra azienda farmaceutica in Gran Bretagna, ma la Corte Suprema dell'Arizona ha temporaneamente bloccato un'esecuzione, non avendo garanzie che il farmaco inglese avesse le stesse qualità di quello prodotto in America, ovvero permettesse una morte "senza atroci sofferenze". La condanna in questione è stata poi ugualmente eseguita, uccidendo Jeffrey Landrigan, nonostante i dubbi sull'anestetico e nonostante il giudice che lo aveva riconosciuto colpevole si fosse dichiarato pronto a un ripensamento di fronte a nuovi elementi sulle circostanze del delitto di cui era imputato.

Ma nel frattempo Reprieve (il nome significa "sospendere", riferito alla pena di morte, tra i patroni dell'associazione figurano personalità come lo scrittore Alan Bennett, l'attrice Julie Christie, l'architetto Richard Rogers)) ha fatto causa alla ditta britannica, come ha scritto il Guardian, chiedendo che venisse vietata la vendita del farmaco negli Usa in base a una legge europea (EU Council Regulation 1236/2005) che definisce illegale l'esportazione di prodotti "utilizzabili per la pena capitale, la tortura o altri trattamenti crudeli e inumani". A quel punto, pur di mandare avanti lo stesso la fabbrica della morte, lo stato dell'Oklahoma ha proposto di usare un anestetico usato comunemente dai veterinari per addormentare gli animali. Serviva però una soluzione più a lungo termine. E così Reprieve è venuta a sapere che Hospira ha affidato alla propria sussidiaria italiana, la Hospira Spa di Liscate, in provincia di Milano, la produzione di Sodium Thiopental da destinare ai penitenziari americani, almeno fino a quando la produzione non riprenderà negli Stati Uniti.

"Non solo, abbiamo scoperto che la fabbrica milanese è stata già usata in passato per questo scopo", dice a Repubblica l'avvocato Clive Stafford Smith, direttore di Reprieve, uno dei difensori dei diritti umani più famosi del mondo, autore di decine di mozioni contro la pena di morte e la tortura, dalle carceri degli Usa fino ai detenuti di Guantanamo. "Ora ci sono due modi per bloccare questa iniziativa. Il primo, il più semplice, è una decisione volontaria di Hospira Spa di fermare la produzione del farmaco o di impedire che venga esportato negli Usa per le iniezioni letali. Il secondo è che il governo italiano emetta un bando all'esportazione di questo anestetico". Livia Firth, ambasciatrice di Reprieve per l'Italia, ha scritto ieri una lettera a Francesco Colantuoni, amministratore delegato di Hospira Spa, per chiedergli un incontro: "Siamo sicuri che non vorreste facilitare le esecuzioni, e soprattutto non in Italia, ove la lotta contro la pena di morte è particolarmente forte", afferma la lettera. "La vostra ditta può evitare lo scandalo di essere direttamente coinvolta nella pratica barbarica della pena di morte". [Enrico Franceschini – Fonte: La Repubblica.it]


vieni via con me

Ciao Roberto, sento l'esigenza di scriverti per dirti grazie, mi dai il coraggio e la forza di non piegarmi ad una città dimenticata dai suoi stessi cittadini. Ogni giorno, percorrendo le strade di Napoli mi viene voglia di allontanarmi, di fuggire da una realtà triste e qualche volta l'ho fatto, ma poi son sempre ritornata. Sono sicura che parole come le mie ti avran bombardato da tempo ormai, ma io voglio abbattere comunque il muro del silenzio e sono qui a scriverti perché lo sento e perché le parole arrivano al cuore. Questa sera ti sento vicino, con il cuore sono con te, non so spiegarti il perché di tutto questo, so solo dirti che è cosi, forse perché tue parole mi sono entrate dentro così forte che sento l'esigenza di esternare questi miei pensieri.

La solitudine che a volte ti prende è una strana e perversa forza che ti fa andare avanti nonostante tutto, perché ci sono quegli sguardi, quelle luci di speranza che di tanto in tanto si pongono innanzi ai tuoi occhi e ti fanno capire che la vita è bella, che c'è chi ti ascolta, che c'è gente come te in qualche parte del mondo che non aspetta altro che essere visto dai tuoi occhi. Quando dico gente come te, intendo gente simile a te stesso oltre che gente come te Roberto ovviamente. Vedi le parole a volte si prestano a dei giochi come in questo caso, ma è come dici tu, è la loro forza che le fa vibrare. Provano con te ad insinuare il dubbi, ma la forza tua è proprio questa andare avanti e non piegarsi. Sai io mi identifico con la gramigna, dura a morire, ricordi chi diceva che CHi NON HA PAURA DI MORIRE, beh sarà cosi anche per te.

Io ho paura della morte, ma so che le mie parole andranno avanti ,che il mio ricordo ci sarà, sebbene non abbia piantato nulla nelle coscienze del mondo, so che le ho piantate dentro me e in chi mi circonda. Io ho un vivissimo ricordo delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio e sapessi quanto ho pianto questa estate quando qualcuno al telegiornale insinuava che le agende rosse di Borsellino fossero agende comuniste, insinuando il dubbio nelle persone che non erano presenti in quegli anni e che non sanno che quel colore era un semplice caso e non un colore politico.

Infangare è questo il termine giusto, però c'è un proverbio che dice L'OFFESA DEL FANGO NON SPORCA, per cui sta a noi gente comune a non farci sporcare e a non far sporcare persone che si sono battute in nome dell'onestà e della libertà. Buona notte occhi scuri e brillanti, il nero dei tuoi occhi è come il buio delle stanze in cui vivi, ma ricordati che la luce della tua anima le illuminerà sempre. Notte magica poesia di un mondo lontano e vicino alla mia anima, notte che tu possa, almeno nei sogni, essere libero e riassaporare quella libertà che ti han tolto ma che chi ti ama ti restituisce... un bacio. [Rosaria Uglietti]

l’italia avanzata

Franco Califano, noto cantante, ha dichiarato di voler una casa dove poter passare la sua vecchiaia. Anzi, più che volere pretende ed ha anche richiesto un vitalizio per la sua fama. E’ stato ricevuto dalla Polverini, presidente della regione Lazio che, stando sempre alle sue dichiarazioni, gli ha promesso entrambi le cose. Il cantante sembra che non abbia più i soldi per poter pagare la sua lussuosa casa, e dopo aver sperperato un patrimonio, adesso chiede aiuto ai contribuenti.

Certo, se fosse realmente così e se la legge glielo permettesse questo significherebbe che avremmo risolto il problema dei senza tetto. E non solo, il nostro paese sarebbe così avanzato che aiuterebbe i poveri, i poverissimi, e anche i ricchi caduti in disgrazia. Soltanto io avrei una lunga lista di persone che hanno bisogno di una casa, che vogliono fare una vecchia dignitosa, che vorrebbero un piccolo vitalizio per mangiare e dormire. Ma certo, questo è il paese della coerenza, della fantasia, delle illusioni, della bontà.

Se aiutiamo le persone che hanno guadagnato un patrimonio, che sono vissute nella ricchezza, nella sontuosità, e soprattutto, come si è sempre vantato il cantante di cui sopra, accerchiato da belle donne, allora questo vuol dire che i poveri, gli operai, le badanti, gli ambulanti, i disoccupati, i precari, gli sfruttati e le prostitute avranno sicuramente di che rallegrarsi per il prossimo futuro. [+blogger]

razzismo su pompei

“Se Pompei fosse in Lombardia, o in Toscana, sarebbe quello che deve essere, cioè il sito archeologico più importante del mondo, una risorsa turistica fruttuosa, un luogo meraviglioso di studi e di ricerche”. Intervistato dal resto del carlino, chi ha rilasciato la precedente dichiarazione ha poi rincarato la dose: Pompei dimostra prima di tutto che ci sono molte, moltissime Italie… ma davvero pensate che una cosa del genere sarebbe potuta succedere, che so, a Firenze? Via, non prendiamoci in giro. Anzi, voglio andare ancora più su: davvero pensate che sarebbe stato possibile una cosa del genere Innsbruck?”. E ancora: “il nostro paese si divide in aree sviluppate e non”.

Poiché il livello intellettuale e morale di queste frasi non è superiore a quello di uno striscione da curva (siamo quasi a al “forza Vesuvio”), potrebbe essere sufficiente la risposta che si legge nell’unico sito internet che le abbia prese in considerazione: quello del Napoli calcio, dove un tifoso risponde con argomenti di uguale livello. Ma siccome il titolare di queste incredibili esternazioni è stato il Ministro dei Beni Culturali, è l’attuale direttore dei Musei Vaticani, è socio corrispondente dell’accademia dei Lincei ed è (vien da ridere…), il curatore della mostra delle italie all’italina. Arte, immagine identità dell’Italia storica che aprirà a Torino in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale: beh, è tutto un po’ difficile far finta di niente. Per Antonio Paolucci il problema di Pompei è di trovarsi troppo al sud, in quella scala di latitudine che per lui scandisce inesorabilmente lo sviluppo e la civiltà.

Eppure Napoli non doveva sembrare a Paolucci così culturalmente sottosviluppata, quando si trattava di esporci per sei mesi il crocifisso falsamente attribuito a Michelangelo che egli aveva fortemente contribuito a fare acquistare allo Stato per oltre 3milioni di euro. Certo, sempre meglio 3milioni buttati in u’ opera che ne valeva sì e no 80mila, che usati per la manutenzione di Pompei: che così a sud, ma così a sud, che è proprio insalvabile. A meno che non la si trasporti in blocco a Firenze: e chissà se non sia questo il senso recondito del titolo della mostra che Paolucci sta preparando. Invece che lasciarsi andare al più vieto antimeridionalismo, Antonio Paolucci avrebbe potuto provare a dar conto delle sue responsabilità: in quanto ex Ministro dei beni culturali, e ancora di più in quanto responsabile fra i massimi della degenerazione estrema del sistema delle mostre di cassetta che drena energie vitali dalla tutela e riduce la storia dell’arte a rotella dell’industria dell’intrattenimento “culturale”.

Se proprio buttarla sulla geografia, il problema di Pompei non è di essere troppo a sud, ma di essere in Italia. [tommaso montanari - corriere della sera - gazzetta del mezzogiorno, 11/11/’10]

improvvisamente, un’utopia

Eravamo a pochi passi dall’uscita di una scuola e i ragazzini pascolavano pigramente su entrambi i lati di Avenue de Champel. Di colpo è partito l’inseguimento. Un quindicenne con i capelli neri e la carnagione scura urla qualcosa in tono aggressivo a quelli dall’altro lato della strada e un piccoletto con gli occhiali, dopo essersi voltato indietro un paio di volte, scatta in avanti in una corsa disperata. Il gregge si sveglia e, come leoni affamati, tutti cominciano a inseguire il povero agnellino. Lui affretta il passo, continua a voltarsi per vedere quanta distanza ha preso, ma tutti lo rincorrono ferocemente.

“Massimo”, dico al mio amico con cui assistevo alla scena, “credo che questo sia bullismo bello e buono. Forse dovremmo intervenire”. “Sì, però…”, risponde lui perplesso, senza distogliere lo sguardo dall’inseguimento, “Mi sembrano tutti un po’… non so, un po’ handicappati”. Osservando meglio i ragazzini, mi rendo conto che c’è qualcosa di strano. Ce n’è uno gigantesco, che corre creando enormi onde di grasso lungo tutto il corpo, senza mollare la presa del suo panino. È cattivissimo. E poi ce ne sono di magrissimi, uno che zoppica, uno sulla sedia a rotelle. Tutti un po’ sporchini e brutti. Ho un’illuminazione. “Oh mio dio, Massimo, questo paese sta davvero avanti: l’accessibilità e l’integrazione sono talmente alte, che questa è una battaglia tra gang rivali di disabili!”. In realtà la mia utopia di civiltà è durata poco. Fino a quando il piccoletto scappato via come un fulmine non è arrivato alla fermata ed è salito sull’autobus. Uno a uno, i liceali sporchini e brutti sono arrivati alla fermata e sono saliti anche loro. Compreso quello obeso.

Insomma, stavano solo correndo disperatamente per non perdere l’autobus, avvertiti dal grido del primo ragazzino che l’ha visto arrivare. E il piccoletto si voltava continuamente per vedere a che punto fosse. È evidente che io e Massimo ci siamo dimenticati quanto eravamo brutti e sporchini anche noi quando andavamo al liceo. Forse ho corso troppo. Per vedere una Svizzera con le bande di teppisti disabili ci vorrà ancora qualche anno. Eppure questa settimana la mia dose di utopia di civiltà non è finita qui. L’altro giorno sono passato al consolato italiano. Dovevo chiedere una lista di documenti necessari per sposare il mio compagno. Ebbene, fin dal momento in cui ho parlato con il custode all’entrata, mi sono reso conto che mi sentivo in modo molto diverso rispetto all’Italia.

Sia ben chiaro: a Roma nessun funzionario pubblico a cui descrivevo la mia famiglia mi hai mai tratto male o in modo poco rispettoso. Però io dovevo sempre affidarmi al suo buon cuore: sulle scale dell’ufficio pubblico, tiravo un sospiro e mi auguravo di trovare una persona tollerante e aperta di mente. Qui, sulle scale del consolato, non ho tirato nessun sospiro: la legge è dalla mia parte e se il funzionario ha qualche problema, il problema è solo suo. Una volta entrato nell’ufficio di competenza, però, ho visto il futuro: questo signore di mezza età con forte accento pugliese – e la foto di Napolitano alle spalle – mi ha elencato i documenti necessari per sposare il mio compagno: “Ma certo, deve richiedere gli estratti di nascita, fare le fotocopie dei documenti, i documenti delle vostre bambine e così via”.

Improvvisamente, in quell’ufficio pubblico italiano, io, Manlio, Clelia e Maddalena abbiamo cominciato a esistere per lo stato italiano, o almeno per quel suo lembo di terra all’interno della città di Ginevra. Improvvisamente, mi sono trovato nell’Italia che esisterà tra dieci, forse vent’anni. Io ripeto continuamente che noi non siamo fuggiti dall’Italia, con tutto che sarebbe molto comprensibile decidere di farlo. No, noi in Italia stavamo bene e gli italiani ci trattavano ancora meglio. Ma stando qui mi rendo conto che avere la legge che ti tutela è tutta un’altra storia. Improvvisamente l’omofobia non è più un problema tuo e quindi puoi smettere di preoccuparti di cosa pensa il funzionario che hai di fronte. Quando c’è la legge, se un funzionario pubblico è un omofobo, fosse anche un presidente del consiglio, il problema è solo suo. [claudio rossi marcelli - fonte: internazionale.it]