il nostro neorealismo

Stiamo girando un nuovo film, cerchiamo storie “spezzate”, vissute nell’ombra, storie di persone che hanno visto tradire le loro attese, le loro speranze, la loro vita. Come sempre non abbiamo una produzione, né privati finanziatori. Saremo disposti ad ascoltare un operaio che si è visto negare la pensione e il tfr, una donna che ha problemi psichici per amore del figlio malato di mente, un uomo che vorrebbe riscattare la sua vita ma non può perché è un ex carcerato, una donna che ha deciso di “buttare” la sua dignità “solo perché se lo può permettere”, parlare di omosessualità con chi ha paura di mostrarsi, di farsi accettare e a accettarsi.

Non siamo sicuri che le scene ci daranno il risultato che ci aspettiamo, anche perché è sempre meglio che qualcosa si “rompi” nel progetto finale o mentre registriamo. La tecnica è questa, ascoltare mentre riprendiamo, riascoltare e se ce ne bisogno smontare anche la tesi di partenza per far passare quella del “protagonista”. Raccontare il vero, senza fronzoli né ipotesi forzate.

Non siamo soli ma la realtà la viviamo condizionati, il lavoro ci fa decidere, creare, modificare, progettare. L’uomo dovrebbe prima pensare al piacere e poi al dovere, oggi una massima del genere è deprecabile. Anatema su chi non lavora più di 8 ore al giorno, il tempo libero è schiacciato dalla disoccupazione, un malato mentale può far ridere, una donna che tradisce è una puttana, un omosessuale è un pederasta, vivere non ha più senso, si deve fare per gli altri, sacrificarsi per non essere chiamato peccatore. Questa è parte di un retaggio culturale costruito per giustificare e legittimare.

Importante affermare che non si intende condannare tutti gli uomini, questa sarebbe un offesa a chi si prodiga per gli altri, a chi sacrifica la propria esistenza per il bene e per amore altrui. In alcune interviste rilasciateci un padre sceglie di vivere malato nell’ombra per amore di un figlio tradito dalla vita, una donna “riscatta” il suo matrimonio fuggendo con i suoi due bambini, un ex-prete decide di vivere una storia d’amore ma per continuare non può “spogliarsi” della promessa fatta.

Se avete voglia di aiutarci scriveteci, dateci una mano per raccontare il nostro neorealismo vissuto nell’ombra, come le madri di placa de mayo che dopo 30 anni hanno capito che parlare, mettere in chiaro, denunciare è l’unica sola occasione di “liberazione”, le donne non avranno più i loro figli, i loro mariti, ma non smettono di scendere in piazza ogni giovedì e di girare, girare, girare… [+blogger]


spazi vergini

Il contrasto tra la bellezza ed il vuoto genera un senso di piacevole angoscia: ci mette di fronte a noi stessi, al senso delle cose, in bilico tra la pienezza dell’essere ed il fascino dello smarrimento. Quando invece la bellezza dell’arte e della stratificazione storica, si infrange contro il vuoto istituzionale e civico, l’angoscia si tramuta in disperazione e non-senso.


Il Borgo dei Vergini è potenzialmente un luogo eccezionale; uno slargo a metà tra la piazza e la strada, dove si mescolano l’interesse storico-artistico con la complessità socio-culturale; il mercato, il commercio, la presenza di associazioni, parrocchie, partiti politici, pasticcerie, edicole, bar, palazzi del ‘700, ipogei, bambini curiosi ed anziani nostalgici; insomma un luogo invidiabile, con tutti gli “ingredienti” per una convivenza ricca e fertile, crocevia di potenziali flussi di visitatori, di integrazioni multietniche, un luogo urbano dove donne e uomini potrebbero sentirsi cittadini consapevoli, anziché stupidi utenti-consumatori.


Eppure l’assenza di regole civiche, unita al deserto istituzionale, ha generato un mostro; un vuoto selvaggio, una terra di nessuno dove tutto è possibile, dove l’assuefazione domina su ogni sana ambizione, la rassegnazione ci annulla di fronte a scene di arroganza e di tristezza: alberi e basoli divelti, chiese abbandonate, cassonetti e auto ovunque, intere famiglie su due ruote, senza casco, contromano. Come se un patto scellerato ed inspiegabile avesse separato il caos informe, dal senso della comunità e dello stato. Non c’è alibi che tenga: nella vicina Spagna, un popolo molto simile a noi per cultura, lingua, storia e condizioni economiche, ha un rispetto sacrale per lo spazio pubblico. E non c’è luogo comune che ci giustifichi: i politici vengono solo a chiedere voti, i giornalisti quando c’è un omicidio, i vigili mai. E tutti gli altri?


Noi che non siamo vigili, né giornalisti, né politici, abbiamo precise responsabilità: dovremmo provare ancora una volta a rispolverare quelle usanze desuete come “partecipazione”, “impegno”, “socialità” e “rispetto per se stessi”, per salvarci dall’aridità delle lamentele, dal pericolo dell’isolamento e dal deserto mentale del tele-vuoto. [pippo pirozzi]


"un camorrista perbene"

Alcuni negozi del rione sanità hanno attaccato al muro, dentro le vetrine, vicino alle offerte della settimana, la locandina di un film girato a Napoli dal titolo “un camorrista perbene”. Diversi mesi fa facendo zapping con il telecomando, una rete privata napoletana trasmetteva un lungo backstage, anteprima del film, con tanto di intervista al regista e al produttore. Un film girato malissimo, con attori dilettanti e un cast impreparato, il tema affrontato con stereotipi e regole casuali, una regia al di sotto della media, insufficienza nei dialoghi e nelle rappresentazioni. Insomma qualcosa di veramente orrendo, “anticonformista” e platonico.

Oggi parlando con il giornalaio che l’esponeva, la sua giustificazione è stata quella di conoscere la persona che gliela aveva portata, pochi secondi dopo ha ridotto la locandina il mille pezzi. Basta solo il titolo per capire il film e la sua idiozia. Non un offesa all’intelligenza ma un’ignoranza sia nell’idea che nella sua attuazione. Due esempi ci aiuteranno a comprendere maggiormente l’assurdità.

Non può esistere un camorrista perbene, è un controsenso che non ha giustificazioni. Chi ha girato questo film ha pensato di difendere la camorra? Ha pensato invece di schiacciare di più la malavita? Il senso dell’incongruenza ha radici più recondite. Al di là del film, mi è bastato vedere il backstage, la sua disarmonia dialettale ha grave conseguenze di significato. Se si intende difendere i malavitosi pensando che anche un camorrista è un gentiluomo, allora l’insofferenza è ancora maggiore perché si sta indicando un solo soggetto. Mentre se ci si vuole schierare dalla parte della “legge”, ancora una volta la differenza è netta perché il titolo è la negazione di una conferma, ossia non significa niente.

Offesa o no, questo “cinema” ha rovinato la nostra esistenza, ci insegna poco o niente. Siamo abituati a guardare le puttanate della televisione, i film criptati e copiati, scimmiottando le lacune di una celebrità o di una stella invecchiata. Nessuno comprende che il rione e la città di Napoli sono stanche di essere maltrattate, di essere giudicate e accusate, esse così muoiono di una morte lenta e agognata. Che asfissia, una malattia cardiovascolare che affoga l’operaio in pensione, la casalinga, il muratore, il pizzaiolo, l’artigiano... Non c’è rispetto, la storia degli ultimi è l’umana rappresentazione di una farsa pulcinellata, l’arte di uno scritto Chestertoniano, paradosso di un manipolatore che non riesce più neanche a manipolare se stesso. Questa è la vera "arte di arrangiarsi”. [+blogger]


circumsanità

Altro giorno, altra corsa...superato il lunedì, lo scoglio principale per il rientro a lavoro, si ricomincia a correre freneticamente. E per essere al passo con questa frettolosa società anch’io corro...Corro e per un pelo riesco a prendere il treno previsto per le 8.07, che passa quasi “puntualmente” in ritardo di circa 10 minuti. Pieno di studenti, come al solito; scenderanno fra appena due fermate e forse riuscirò a sedermi. Intanto arriviamo a Pomigliano d’Arco. La linea della vesuviana incombe sull’area industriale della città: i capannoni aziendali un po’ alla volta diminuiscono; gli enormi parcheggi delle fabbriche che prima pullulavano di auto adesso sono semivuoti; e mentre l’insegna dell’Alenia Aeronautica sbiadisce, le strade di accesso agli stabilimenti vengono ristrutturate e si abbelliscono di marciapiedi nuovi di zecca e aiuole sempreverdi...

Di sera lo spettacolo è ancora più triste: quello che una volta era luogo di ritrovo di coppiette ansiose di scambiarsi effusioni ora è una landa desolata, piazza d’affari per qualche prostituta in cerca di più fortuna degli operai della Fiat. Il treno avanza e poco più avanti si scorge appena dai finestrini un’area abbastanza grossa che assomiglia molto a un campo di calcio, ma dentro non vi sono né giocatori né palle al centro, solo montagne di rifiuti, perennemente innaffiate da docce profumanti. D’estate è quasi impossibile uscire all’aperto per chi lavora in quella zona: il cattivo odore costringe a rinchiudersi tra quattro mura nonostante le temperature torride. Ma tutto questo è fuori dal treno...dentro è un’altra storia. Si parla ancora del Napoli, si parla ancora delle performance al festival di Sanremo, mentre un improvvisato chitarrista sfoggia il suo repertorio dalla canzone classica napoletana.

Pomigliano con le sue gioie e i suoi dolori si allontana...anche la mente comincia a correre, fin dove il signor De Luca si impegna nella sua dottrina elettorale diffamando pubblicamente chi da anni lotta per una gestione corretta del riciclaggio di rifiuti e poi pubblicamente loda quella stessa persona. La mente corre fino a dove sedicenti imprenditori si appaltano le vite di migliaia di aquilani, o dove le ruspe eliminano ciò che rimane degli immigrati cacciati da Rosarno, mentre altre ruspano deturpano altri lidi, per costruire il paradiso mai goduto di un G8 fallito. E mentre sui giornali scorrono fiumi di parole per questa Italia “amore mio”, sulle nostre teste e sulle nostre bocche fiumi di neve e fango. [sara la pendolare]

joan baez - mercedes sosa


morte a piazza cavour

FIRMA LA PETIZIONE NELLA PAGINA DEI COMMENTI

Al Sindaco di Napoli Rosa Jervolino Russo - All’Assessore alle Politiche Sociali Giulio Riccio.

Il 12 gennaio 2010 piazza Cavour è stata teatro di un tragico evento, probabilmente dovuto a un barbaro gesto: Yussuf Errahali, un immigrato marocchino senza fissa dimora che dormiva nei giardinetti della piazza, è morto assiderato. Pare che la sua morte sia stata provocata da alcuni giovani che, per divertirsi, l’hanno gettato di notte nell’acqua gelida della fontana del Tritone. Yussuf è stato trovato senza vita il mattino dopo, ancora bagnato, dai suoi amici.

Sempre a piazza Cavour, nel settembre 2009, ignoti avevano dato fuoco ad Antonio Montella, un anziano clochard, tuttora ricoverato all’ospedale “Cardarelli” per le gravissime ustioni riportate. Siamo stanchi di girare la testa da un’altra parte. Non vogliamo che la nostra indignazione ceda ancora una volta il posto alla rassegnazione. Vogliamo che civile convivenza, lotta al razzismo e all’intolleranza, solidarietà con i più deboli non siano soltanto vuoti slogan, ma valori che rappresentano Napoli e i napoletani. Perciò noi sottoscritti chiediamo all’Amministrazione comunale:

di aprire un centro di accoglienza per i senzatetto, perché più nessuno a Napoli muoia di freddo o di stenti; di predisporre una postazione fissa di vigilanza nei giardinetti di piazza Cavour, luoghi oggi di violenze, rapine e teppismo, perché essi siano sottratti all’illegalità e restituiti alla cittadinanza. A tale scopo è urgente inoltre il rifacimento del parco-giochi per i bambini, ormai insicuro e pericoloso per lo stato di incuria e sfacelo in cui versa; di esortare la magistratura ad accertare la verità e individuare le responsabilità sulla morte di Yussuf, affinché sia ribadito il valore della sacralità di ogni vita, e simili episodi non si ripetano più. - Nel trigesimo della morte di Yussuf Errahali. [rete sanità]


le prostitute dei due mondi

Giovani, belle, straniere, parlano poco l’italiano, si mostrano, ridono, hanno la pelle dura, sono controllate a vista… una storia vecchia. Non so se succede ancora, ma appena una bella donna sostava nei pressi della stazione centrale si avvicinava sempre qualcuno a chiederle se volesse lavorare. Era una specie di rituale, un totem religioso in contrasto con le regole della galanteria ma efficace sia sotto il profilo imprenditoriale che manageriale.

In piazza le prostitute hanno la pretesa di essere giovanissime, guidate dalle più esperte, in sostanziale parità, un’uguaglianza radicale che solidarizza con le più sfortunate. Il volto triste, interrogativo, che rasenta la paura e la solitudine, una angoscia strisciante e melanconica. Parlare e ridere, fumando magari spinelli rilassanti per finta o per coraggio. È la parità del sesso.

Se questo è il mestiere più vecchio del mondo è anche vero che dovrebbe essere pagato molto di più. Dovrebbe pretenderlo sia la sua sacrificante scelta che la sua antica storia. Due buoni e ottimi motivi per mettere in azione il fronte di liberazione delle prostitute povere. Ma l’umiltà non ha vergogna e solo la sua prontezza diventa inarrestabile.

La rettitudine ha i giorni contati, neanche più le suore dell’ultimo convento possono “lavare” le impronte di tanta insolenza. Disorientano forse quelle facce pulite con gli orecchini, il rossetto, con il phard che cade a pezzi. Sono le gocce di sudore per gli ultimi 30 euro guadagnati con dignità e rispetto. Non hanno valore né importanza. Esse rimangono donne per sempre. [+blogger]


assuntina, piazza del gesù

Un po’ di tempo fa a piazza del Gesù girava per strada una donna, sempre sola, si chiamava Assuntina. Tutti la conoscevano, le offrivano birra, beveva come una spugna. Camminava dalla mattina alla sera, non si sapeva dove dormiva, la pancia le cresceva ogni giorno, si esprimeva a gesti e rideva sempre sguaiatamente. Era una donna sulla trentina, tarchiata con una bella espressione, quasi sempre ubriaca. Aveva un modo di parlare strano ma nella sua stranezza c’era qualcosa di estremamente razionale. Era difficile carpire il significato delle sue parole, anche perché diceva le cose in fretta e senza fermarsi un attimo, l’unico modo per calmarla era darle un po’ di birra. Una notte vidi Assuntina camminare, come di solito, per la piazza ma stranamente aveva qualcosa di diverso, confondeva anche un po’ le stesse persona che la conoscevano e le offrivano da bere. Quel modo strano era dovuto al fatto che Assuntina girava con le mutande abbassate, rideva e chiedeva alcol. Voltandosi notai che il suo dietro, bello soldo, era sporco di escrementi. Non ebbi il tempo di agire ma pensai a quella povera ragazza che veniva violentata sia nello spirito che nel corpo, pensai alla sua pancia che forse portava in grembo un marmocchio, pensai alla nostra società e all’assistenza sanitaria.

Qualche giorno fa, sull’area del blog di facebook, Susy scriveva che aveva notato alla via San Gennaro dei Poveri una scena simile, dei bambini molestavano una donna diversamente abile, che aveva paura e chiedeva aiuto. Lei aveva chiamato il soccorso ma la risposta era stata inconcludente e senza la minima sensibilità. Susy scriveva che si era sentita indegna, lei come donna, come cittadina, come umana. Non era possibile che scene del genere destassero l’indifferenza e a volte anche l’ilarità delle persone. Oggi c’è ancora chi muore di freddo per strada, chi non può pagare l’affitto, chi non ha i soldi per comprare da mangiare, eppure la “carità pelosa di donna Prassede”, vecchia bigotta con ancora la bocca sporca di liquido fertilizzante, si lascia alle spalle virtuosismi e ingiustizie, mentre la gente “normale” si indegna, agisce, cerca di fare il meglio per se e per gli altri.

Storia vecchia, perché chi realmente cerca di aiutare sporcandosi le mani è accusato incivilmente, come il povero Alez Zanotelli che uno spot elettorale lo accusa di ignoranza e di irresponsabilità. Mentre chi si riscalda dolcemente, ha 10 cellulari, 2 segretarie, un’autista, si abbronza negli uffici del Comune, della Provincia di Napoli e della Regione, ha l’immunità di non subire accuse in quanto eletto dal popolo. Il popolo è sovrano, come recita la nostra Costituzione, chi aiuta invece si becca una denuncia per “procurato allarme”. [+blogger]


l’unto elettorale

Incomincia il via vai delle elezioni regionali e come sempre anche il rione Sanità ha le sue belle patate lesse da pelare, lavare e friggere. E’ un viavai continuo fatto di promesse, di mazzette, di illusione e di speranze. La disoccupazione dilaga, la gente ha voglia di raccomandare i propri figli laureati e senza lavoro. E’ la speranza che muore nella speranza, sono e le illusioni che vivono malate nelle illusioni. E’ meschino desiderare un voto contro una promessa vacillante e piena di falsità.

Ottocento euro al mese: questo il desiderio. Povero, meschino, infranto, maleodorante, improbo, senza onore né dignità. Mentre su facebook l’ultimo sudista inneggia i neomelodici per essere votato, un altro perenne giocoliere nel quartiere cambia per l’ennesima volta partito e ragioni, frutto della sua inefficienza. Si cambia partito o per ragioni o per torto, ma d’altronde oggi è la normalità. Mentre a sinistra ognuno presenta una lista tendente, la destra si schiera con “l’isola dei famosi”. Certo è comprensibile, ma il vecchio stampo non ha più come presentarsi e i poveri illusi fanno i conti con l’inattuale.

Già i primi manifesti elettorali hanno incominciato a sporcare Napoli e il rione. Noi scenderemo di nuovo con la telecamera e documenteremo gli illeciti e le assurdità fatte per il “bene” e per governare. Sporche elezioni
http://quartieresanita.blogspot.com/2009/06/sporche-elezioni.html filmate dalla nostra redazione e pubblicate a giugno del 2009. Anche se forse non servirà, questa volta daremo conto alle autorità per la garanzia e il decoro delle strade. [+blogger]

imposta mediocrità

Continui attacchi della stampa, Napoli e il rione tormentati dalla maldicenza, dagli imbrogli, le beffe, le circostanze ambigue, le smentite, i buoni propositi, le mazzette, il gioco delle tre carte, l’inefficienza e la rettitudine. Un popolo negletto, un romanzo picaresco male interpretato, un quartiere ibrido, senza una “identità” antropologica (basse considerazioni), senza flessibilità né orientamenti. La gente che lavora non è considerata, uno vale l’altro, chi muore diventa un numero di un loculo, buono per le prime onorificenze. Il rispetto è solo una assimilazione di facciata, la gente ride quando il terremoto distrugge le loro possibilità, tanto una speranza vale l’altra.

“La libertà è libertà, che sia garantita dalle leggi di uno Stato borghese o da quelle di uno Stato comunista. Dal fatto che i governi comunisti oggi non rispettano i diritti civili e non garantiscono la libertà di parola e di associazione, non deriva che questi diritti e queste libertà siano borghesi. La libertà borghese viene spesso e piuttosto erroneamente equiparata alla libertà di fare più soldi di quanti effettivamente abbisognano. Infatti, questa è l’unica libertà che anche nell’Est, dove di fatto si può diventare estremamente ricchi, viene di fatto rispettata” [Hannah Arendt].

La questione è la ricchezza, la popolarità che spesso si infarcisce di rettitudine e di arroganza. Nel rione c’è chi si offende per una festa mancata, chi combatte per 600 euro mensili, chi non riesce ad avere una sedia a rotelle nonostante gli arti inferiori gli siano stati amputati, all’Asl ci dicono che è una questione economica. Non ci sono soldi... e l’impianto per il g8 costruito ad hoc in Sardegna?, e i sovvenzionamenti che lo stato elargisce alle banche e alla fiat a fondo perduto?, e gli stipendi dei top manager che arrivano a 9milioni di euro annui?, contro una classe di gente povera, di chi si accontenta di sposarsi con un abito di lusso, di chi ama accogliere le persone con i guanti e tappeti, anche se le fodere sono bucate e sotto il tappeto c’è la misericordia.

Hannah Arendt definisce il totalitarismo una “banalità”, nel senso che sono proprio le persone più banali che a volte riescono a forgiare il male, lo plasmano ricomponendo un puzzle infernale. Oggi la nostra classe politica è identica alla banalità della Arendt, sempre gli stessi hanno la consapevolezza di resistere alle accuse, agli avvisi di garanzia, sempre gli stessi accusano e parlano di complotto, di accanimento, di errore giudiziario. Mentre la gente muore di freddo, come Elvis e la mamma, muore per strada, come il senza fissa dimora di piazza Cavour, mentre l’ennesimo operaio ha ingerito benzina e si è dato fuoco, mentre una lavoratrice mamma deve subire violenze e mobbing per conservare il suo posto di lavoro, noi esseri economici e sociologicamente umani rispettiamo e legittimiamo con assidua determinazione l’imposta mediocrità. PS. De Luca attacca "tale padre Zanotelli"... è la "banalità del male" [+blogger]

chiarificazioni?

Quando ieri ho pubblicato l’articolo di cui sotto ho ricevuto diverse telefonate, una lunga mail alla rete sanità da parte del coordinatore, e i soliti commenti che sì ci aiutano nel divulgare le notizie, ma che spesso non comprendono il senso, chiaro d’altronde, delle dichiarazioni e della pluralità. Al blogger non interessa chi o in che modo l’organizzazione guida un evento o lo costruisce per l’interesse della comunità. E’ fuori discussione che tutto quello che “viene ed esce” da rione è straordinario e merita attenzione e rispetto. Ma l’articolo parlava di silenzio imposto ad un ragazzo del quartiere che in quel momento partecipava scattando delle foto, un modo come un altro per dire e farsi sentire. Adesso se quest’ultimo aveva intenzione di farsi pubblicità, non spettava né a tizio ne a caio interromperlo e/o non farlo parlare. Se Massimo avesse dichiarato delle assurdità sarebbe stato smentito e screditato, ma questo non è successo perché ha taciuto per imposizione. Qui l’errore che non ha giustificazioni.

Ieri, per telefono, ho detto ad uno degli organizzatori del carnevale al parco che avrebbe potuto mandarmi un articolo di smentita, con argomentazioni e presunte accuse anche verso il blogger. In effetti non è arrivato nulla, solo dei commenti e senza firma; sono poi arrivati alcuni scritti che accusano anche questo sito. Non ha senso, come non ha senso criticare un fatto realmente accaduto. Se si nega a qualcuno il diritto di parlare è dispotismo, mi dispiace ma non c’è altro modo per definire queste mancanze.

Qualcuno mi ha detto ieri che questo blog tende a dividere e le notizie buone non le pubblico mai, ma in realtà nessuno manda articoli, tranne pochi affezionati, né commenti, né altro che ci aiutano a divulgare iniziative buone o quant’altro. Non capisco perché si continua a dire che le critiche fanno tendenza mentre invece le buone notizie sono nascoste nel cassetto.

Il carnevale al Parco san Gennaro è ancora in linea su questo blog. Non c’è nessuna strumentalizzazione anche perché, se leggete bene gli articoli, qui si dimostra anche poca attenzione nel fare commenti, critiche piuttosto dure nei confronti della Municipalità sono state scritte e firmate, ultimo posti “viale ei pini” del 9/2/10 (poi se cercate ce ne sono tantissimi). La questione non è schierarsi né appoggiare l’uno o l’altro, la questione è la pluralità che purtroppo in Italia da diversi anni non ha una sua identica definizione. [+blogger]

intervista negata la parco

Mentre camminavo per via Sanità, incontro Massimo Rippa che aveva partecipato al carnevale di oggi (evento che anche noi abbiamo annunciato anche sul blog), con in mano un manifesto, una tavoletta di legno e la macchina fotografica. Mi dice se posso postare le foto che ha scattato al parco e per il quartiere. Mentre mi racconta il carnevale mi dice che una giornalista di retecapri gli voleva fare una intervista in relazione alla festa, ma che alcuni organizzatori si sono opposti alle sue dichiarazioni non permettendo le riprese. La giustificazione di quest’ultimi è la mancanza di “accordo” con il presidente della Municipalità Stella/san Carlo, che sembra aver dichiarato che il parco è organizzato da abusivi.

A parte le assurdità, se sono vere, delle dichiarazioni di Principe, il parco è autogestito in modo straordinario ed una cosa del genere ha un impatto sulla partecipazione democratica del rione che è assolutamente unica. Non vedo il motivo però del fatto che l’architetto Rippa non possa rilasciare affermazioni o quant’altro visto che non solo ha aderito ma ha anche contribuito alla sua riuscita. Se pure non fosse così, la sua sola partecipazione come cittadino e come abitante del rione, gli avrebbe dato il diritto di rilasciare qualsiasi dichiarazione confutabile o meno.

Nessuno, organizzatori compresi, ha l’autorità di impedire che una persona parli o sia intervistato, se poi le intenzioni di quest’ultimo fossero state sbagliate o non esatte, allora si sarebbe intervenuto in modi differenti e con le dovute smentite. È assurdo che si blocchi una giornalista che fa il suo lavoro solo perché tizio o caio appartiene ad un’atra “fazione”. La manifestazione era anche contro il razzismo e nessuno, come ben sappiamo, deve toccare Caino.

Se questa dichiarazione di Massimo Rippa, riferitomi alle ore 12,45 (circa), ha dei fondamenti precise condanno con forza quest’abuso di potere; se invece le stesse risultano false, preghiamo chi di competenza di smentirle assolutamente… e al più presto. [+blogger].


cedaw e sanità

Trent'anni fa l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), considerata ancor oggi uno dei trattati internazionali più completi sui diritti delle donne. La CEDAW chiede di rimuovere le discriminazioni che limitano la partecipazione delle donne alla vita pubblica e lavorativa e ai processi decisionali, di contrastare la violenza di genere e di impegnarsi per modificare la diffusa accettazione degli stereotipi associati ai ruoli tradizionali di uomini e donne nella famiglia e nella società.

Una rete di associazioni e singole attiviste impegnate per la promozione dell’uguaglianza di genere e la tutela dei diritti delle donne in Italia e a livello internazionale, promuove e sostiene la campagna "Lavori in corsa - 30 anni CEDAW" per celebrare il 30° anniversario della Convenzione e per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’esistenza, l’attualità e l’importanza della CEDAW come strumento di avanzamento della condizione delle donne in Italia e nel mondo e vi invita ad aderire alla rete che si sta costruendo a livello internazionale, partecipando nei modi e nei tempi a voi corrispondenti. Festeggiando il 30° anniversario della Convenzione vogliamo celebrare i successi ottenuti dalle donne contro tante forme di oppressione ed esclusione, ma anche ricordare a istituzioni e società civile quanto resta ancora da fare. Perché sappiamo che nessuna conquista è per sempre e tenere alta l'attenzione su questi temi serve a non fare passi indietro. Non lasciamo trascorrere altri trent'anni prima che la Convenzione sia pienamente attuata! www.womenin.net - campagnacedaw@pangeaonlus.org

Promuovono la campagna insieme a Fondazione Pangea: ActionAid, ARCS, IMED, Casa Internazionale delle Donne, Rete Internazionale delle Donne per la Solidarietà, Fratelli dell’Uomo, Women In The City, CESTAS, Differenza Donna, Rete Internazionale delle Donne per la pace, Fondazione One World SEE, L’Albero di Antonia, MAIS, Provincia Autonoma di Trento [daniela fiorentino]


per strada...

Lettera di una senza fissa dimora che da anni vive per le strade di Napoli. Alcuni collaboratori del blog conoscono bene la storia di Antonio, uomo straordinario e di grande umanità. Grazie.

Uno dei preconcetti più evidenti che si trova nel mondo borghese è che il Senza Fissa Dimora è un essere solo con un disagio mentale portato ad abusare di alcohol, droghe. Anche se in questo mondo vi sono questi personaggi è pur vero che tra noi vi sono persone acculturate e senza problemi psichici o esistenziali. Le associazioni che provvedono ad aiutare tutti noi dovrebbero riuscire a scoprire i talenti che ci sono in noi e non darci uno sterile assistenzialismo fatto di (pochi) posti caldi per dormire d'inverno. Gli innumerevoli gruppi che la sera e molte volte in tarda notte, portano cibo oltre ciò che è necessario, visto che la mattina si vedono le strade piene di queste vaschette non consumate. Questo sembra un voler salvare la faccia di coloro che fanno queste opere di assistenza ma in concreto non risolvono il vero problema che affligge tutti noi, il reinserimento nella società.

Non si comprende perchè solo da pochi ani si sono affiancati al dormitorio in Via De Blasis altri dormitori, quando dormivano nella stazione nessuno si preoccupava se dormivamo al caldo o al freddo, ma da quando la stazione è passata a gruppi privati, vedi Benetton..., ecco che le associazioni si preoccupano improvvisamente del nostro disagio, sono usciti i famosi help center, ma tutto ciò serve a liberare la stazione da persone che possono scandalizzare la sensibilità delle persone per bene. Mi domando queste associazioni quanto hanno fatto per far sì che l'albergo dei poveri fosse a disposizione dei Senza Fissa Dimora? Molti dicono di aver fatto molte battaglie per questo, ma io dico loro che un certo Biagio Conte a Palermo riuscì da solo ad unire tutti i Senza Fissa Dimora ed occupare dei luoghi abbandonati trasformandoli in dormitori. [Antonio Columbro]


viale dei pini

Ogni volta che piove e scende la lava dei Vergini nel rione voragini gigantesche si aprono ostacolando la viabilità. Mesi e mesi passano senza che nessuno abbia la decenza di sistemare il manto, la gente è costretta a fare gli slalom, un diversamente abile con la carrozzina non ha scampo, deve rimanere al posto suo.

Colli Aminei, viale dei Pini, la gente ha ben “ricattato” la municipalità, molti hanno protestato a suon di non voti che se “non fossero stati aggiustati il marciapiede e le buche stradali…” avrebbero minacciato il buon esito delle elezioni. Ci hanno spiegato che quando i consiglieri vanno all’ufficio tecnico non agiscono secondo i bisogni e le priorità, ma in relazione ad un accordo pre-elettorale e in conformità di quanti voti distribuisce tizio o riesce ad accaparrarne sempronio. Una vecchia legge che non ha poi tutti i torti visto che qui le persone non si lamentano, basta convincerli dei buoni propositi, poi al resto ci pensano i soliti ignoti.

Basterebbe questo blog a far ricredere, invece, chi usa trucchi da prestigiatore fallito; basterebbero i commenti che affollano i post per illustrare l’inutilità e l’ignoranza di alcuni personaggi pubblici. Per adesso la nostra municipalità paga solo stipendi, senza ritorno né di immagine né di efficienza. Uno spreco di denaro pubblico speso attingendo dalle casse di chi le imposte le deve pagare per forza, senza il minio controllo e senza la minima capacità di gestione.

La forza che attanaglia chi usurpa la dignità degli altri è la stessa di chi vende eroina promettendoti l’avvenire; una forza sconosciuta che senza vergogna ruba e infetta la povera gente; succhia l’ultimo filo di fiato dell’asmatico, rantola come un vecchio usuraio che non vuol morire solo per non lasciare le sue eredità. [+blogger]

una badante

Pubblichiamo la lettera che ci è stata spedita giorni fa da una badante del rione sanità. Si è raccomandata di non mostrare il cognome per paura di essere licenziata. La presentiamo così come l’ha fatta leggere a noi. Grazie.

Questo mestiere di badante nessuna italiana vuole farlo, perché non guadagniamo molto, un mese di lavoro per 24 ore al giorno e con pochi giorni liberi: 600 euro al mese. Sono sette anni e mezzo che sto in Italia, perché in Ucraina guadagnavamo poco, anche perché il mio ex marito non mi aiutava per le spese dei miei figli. L’università di mia figlia di economia e commercio, mio figlio già laureato in matematica, poi il suo matrimonio. Sono venuta in Italia perché c’era una mia amica che ci lavorava, si trovava bene, anche lei badante come tante di noi immigrate. Pensavo che la bellissima e ricca Italia mi avrebbe dato lavoro e benessere, per poter rientrare in un secondo momento nel mio paese. Ormai sono sette anni, la paga è misera ed il costo della vita non mi permettono di tornare, con 600 euro al mese riesco a mandare pochi soldi, anche perché in Ucraina il costo della vita è aumentato molto. Avrò cambiato più di 20 posti di lavoro, di pulizia, nelle case, in uffici, ristoranti, chiese poi la badante.

Quattro anni fa improvvisamente ho avuto un ictus colpa dello stress, sono stata tre giorni in coma, fu la lontananza dei figli, lavoravo troppo di media 20 ore al giorno, sempre in movimento, però questo mi faceva dimenticare i problemi, la nostalgia. Degli amici, anche italiani, mi hanno aiutata riprendermi, però io mi sento sfruttata, perché non mi pagano come gli italiani, delle volte ci trattano come prostitute, perché siamo ucraine, polacche. Una mia amica è stata molestata da due persone sul motorino, dicendole polacca, polacca, tirato uova e strattonandola. Anche il pullman ci trattano male. Io continuo a lavorare, ma cosa posso fare?, vorrei essere trattata come una persona normale, noi siamo più educati di tanti italiani. Non che gli italiani siano tutti maleducati ma c’è in questo periodo molto razzismo. Ricordatevi che siete stati immigrati in tutto il mondo e il dolore da voi sopportato è stato grande come il nostro, ricordatevi che la memoria di un popolo ne fa la storia. Non voglio fare sempre la badante anche per la mia età, fra un po’ vorrei essere servita anche io. [maria, ucraina]


gli sciacalli americani

Un’organizzazione dal nome orwelliano, International peace operations association (Ipoa, associazione internazionale per le operazioni di pace), non ha perso tempo: ha offerto i “servizi” delle sue società per potersi avventare su Haiti e fornire un po’ di “assistenza umanitaria” vecchio stile sotto forma di sfruttamento delle catastrofi. A poche ore dal terremoto, aveva già creato una pagina web per i suoi potenziali clienti, in cui diceva: “Le nostre società sono pronte a offrire un’ampia gamma di servizi di assistenza alle vittime del tragico terremoto di Haiti”.

Alcune delle imprese associate all’Ipoa sono specializzate nei trasporti e nella rapida costruzione di abitazioni e tendopoli, altre sono società di sicurezza private attive anche in Iraq e in Afghanistan, come la Triple Canopy, che ha rilevato il lucroso contratto firmato dalla Blackwater con il dipartimento di stato in Iraq. La Blackwater ha svolto per anni un ruolo importante nell’Ipoa, finché, dopo il massacro del 2007 in piazza Nisour, a Baghdad, è stata costretta a lasciare il gruppo. Nel 2005, quando era ancora nell’Ipoa, la Blackwater (che oggi si chiama Xe Services) schierò le sue forze a New Orleans dopo la devastazione dell’uragano Katrina. Non fu un atto di generosità: l’azienda rastrellò circa 70 milioni di dollari in contratti con la protezione civile, a cominciare da quello senza gara d’appalto per proteggere i suoi operatori, mettendo in conto ai contribuenti americani 950 dollari al giorno per ogni uomo scortato.

Il programma in base al quale oggi le società di sicurezza armate lavorano per il dipartimento di stato in Iraq - il Worldwide personal protection program - è nato proprio ad Haiti durante l’amministrazione Clinton. Nel 1994 le società di sicurezza private furono essenziali per le attività di Washington nel paese dopo l’estromissione di Jean-Bertrand Aristide a opera degli squadroni della morte appoggiati dalla Cia. Quando invasero l’Iraq, il presidente Bush e la sua amministrazione estesero il programma e lo trasformarono nell’organizzazione paramilitare privatizzata che è oggi. All’epoca del secondo colpo di stato contro di lui, nel 2004, Aristide era protetto dalla Steele Foundation, una società di sicurezza privata di San Francisco. Ma le attività dell’industria dei mercenari ad Haiti non finiscono qui. Il 15 gennaio la All Pro Legal Investigations, una ditta con sede in Florida, ha registrato il sito Haiti-security.com. È una copia di quello che già ha negli Stati Uniti, ma si rivolge agli uomini d’affari haitiani, affermando: “Le società di costruzione e ricostruzione che stanno considerando l’idea di realizzare un progetto ad Haiti possono disporre della nostra professionalità in materia di sicurezza”. L’azienda “fornirà servizi di sicurezza contro qualsiasi minaccia al benessere di Haiti. I luoghi di lavoro e i convogli dei rifornimenti saranno difesi da vandali e saccheggiatori. I dipendenti saranno protetti dalla violenza e dall’intimidazione delle bande criminali.

Il paese si riprenderà con l’aiuto dei volenterosi di tutto il mondo”. L’azienda si vanta di aver portato a termine con successo “migliaia di missioni in Iraq e in Afghanistan”. E il personale? “Tutti i membri delle nostre squadre sono ex poliziotti o ex militari”, afferma il sito. Sembra che i primi clienti stiano già arrivando. [Jeremy Scahill, The Nation, Stati Uniti – fonte: Internazionale 831]


3 antipasti 2 primi 3 secondi...

La settimana scorsa un ragazzo che si è da poco sposato ed ha un mutuo di circa 100mila euro, è stato licenziato in tronco, senza una giusta causa, pur avendo un contratto di lavoro indeterminato. Lavorava presso un tour operator di Napoli, “dopo il viaggio di nozze mi hanno scaricato come acqua sporca ed infettata”, ha dichiarato.

Oggi il corriere della sera (corriere del mezzogiorno) ha pubblicato in prima pagina: “La regione Campania cerca consulenti per organizzare convegni, conferenze stampa e eventi. Ma soprattutto è accaccia di esperti per stabilire il menu di pranzi e cene che dovranno accompagnare queste manifestazioni… I consulenti che costeranno 240 milioni di euro, dovranno anche fittare alberghi a quattro stelle, per le convention del Piano di sviluppo rurale”.

Mentre l’assessorato all’agricoltura, uno dei tanti, spilucca nei conti pubblici, naturalmente era previsto, non hanno colpa se queste cose vanno così, il licenziato di cui sopra ha seri problemi psicologici certificati dall’Asl di Napoli, problemi di natura depressiva e anche fisica visto che spesso capogiri gli fanno perdere i sensi. Anche questa storia qui è una delle tante.

Nell’articolo si legge ancora: “I convegnisti, secondo quanto recita la delibera di giunta numero 479, saranno di bocca buona. Perché nella pausa tra una relazione e l’altra, vedranno servirsi, come prevede l’appalto, caffé, dolci vari adatti, succhi, acqua minerale. A pranzo potranno godere della successione di portate con 3 antipasti, 2 primi (di cui 1 con condimento a base di soli prodotti vegetali), 2 secondi (carne o pesce), 4 contorni (verdura ed ortaggi sia cotti che crudi), frutta, 3 tipi di dolci (di cui 1 almeno senza farcitura e 1 a base i frutta), vino rosso e bianco, acqua minerale liscia e gassata, bibite e caffé. Infine a cena saranno astronomicamente sollecitati da un antipasto misto, 2 primi (di cui 1 con condimento a base di soli prodotti vegetali), 2 secondi, 2 contorni, frutta, dolce a scelta, vino bianco e rosso, acqua minerale, bibite e caffè”.

Bisogna garantire la qualità dei prodotti nostrani, prodotti campani e non di importazione dice la delibera e riportato giustamente dal giornalista Felice Naddeo. Garantiamo pure le nostre qualità, il nostro lavoro, la nostra professionalità. I consulenti servono, come serviva la serva per totò. Mentre i conti tornano per le abbuffate generale il nostro licenziato fa i conti con le assurdità del lavoro. Se non c’è la giusta causa non si può licenziare e se c’è va provata. Chi prova invece che i convegnisti sono veramente capaci? E come possiamo controllare che i 240mila ero spesi in 3 anni, per pagare gli organizzatori schef, siano veramente dati a dei professionisti? Ma poi questi eventi convegni servono realmente? Una cosa è certa, i 3 antipasti, i 2 primi, i 3 secondi, i 4 contorni non sono sicuramente ammessi alla tavola del nostro nuovo ectoplasma disoccupato. [+blogger]


gratta e vinci san pio

Ogni tanto a casa spolvero, ma non mi piace farlo, starnutisco in continuazione e sono costretto a smettere. In una rispolverata generale, per caso ho ritrovato un calendario del 2006, un calendario di san Pio “sponsorizzato” dalla parrocchia Santa Maria degli Angeli e il Santuario Diocesano di Pietrelcina con tanto di indirizzo, sito internet e mail di riferimento. Davanti un San Pio inginocchiato che prega leggendo un testo sacro, dietro il calendario questa frase: “Abbiamo tanti progetti per migliorare e rendere più accogliente le chiese di san Pio da Pietrelcina aiutaci a realizzare con la tua generosa offerta! Egli ti ricambierà con la sua potente intercessione”.

Un cartellone gigantesco e luminoso nei pressi di piazza Garibaldi, stazione ferroviaria di Napoli, espone la vincita complessiva che gli italiani ogni giorno “incassano” per aver giocato d’azzardo… per adesso più di 7miliardi di euro. Le pubblicità dicono: prova a spendere 1, 2, al massimo 5 euro e potrai vincere milioni in cambio. E, come ogni forma di gioco, la formula tenta la fortuna oppure, ritenta sarai più fortunato, ha la stessa compensazione di una lettura della mano o di un piede. Certo da un gioco dove si rischiano soldi te lo aspetti. Comunicare la parola di un santo ha una sua certa e difficile interpretazione. Soprattutto la parola di padre Pio che è stato torturato sia dallo spirito che dalla carne. La parola di Dio è scacciare i mercanti, chi abusa del potere, chi ruba ai poveri per dare ai ricchi. Gesù questo lo ha espresso molto bene nelle sacre scritture. Qualcuno può dire il contrario? Di esempi ce ne sono tanti: san Francesco, madre Teresa, gli apostoli pescatori, il Cristo che è nato tra una mucca e un asino.

Gratta e vinci san pio è una trovata geniale e vecchia quanto la chiesa di Roma. Ci sono preti e vescovi che si battono e muoiono per i poveri, che si sporcano le mani, i piedi, che si ammalano, che per difendere gli ultimi, i reclusi della società. Ci sono invece altri preti e vescovi che vivono nel lusso, che non hanno il coraggio di accarezzare un malato, che scrivono sui calendari porcate del genere, che lucrano e che non hanno rispetto per la vita. Un miracolo non avviene sempre anzi, un miracolo, per chi ci crede, si manifesta pochissime volte e solo in casi eccezionali. Anche con il gratta e vinci è la stessa cosa. C’è una possibilità su 10milioni di vincere. Quella possibilità, come guarire da una brutta malattia o riacquistare il proprio lavoro, è la speranza per debellare un tumore, è la speranza per comprare gli gnocchi e il ragù la domenica, è la speranza di pagare l’affitto o di risvegliare un parente da un coma, è la speranza che ci fa credere l’illusione, è la speranza che non deve e non può giocare con le parole.

Scrivere assurdità del genere equivale al gioco d’azzardo: hanno le stesse formule, le stesse caratteristiche, fanno sperare. Io da san Pio non mi aspetto promesse. San Pio mi deve parlare come un padre parla ad un figlio, come una mamma cura la sua famiglia. Vincere san Pio grattando un pezzo di carta è come umiliarlo, gettarlo nel ridicolo, sfotterlo e denigrarlo. “Giustizia divina! Ma chi ordinerebbe così tante pene (morali) e travagli (fisici) sempre strani e nuovi? … “E perché noi umani ci riduciamo alle colpe che ci portano alla dannazione?”. Nel quarto cerchio dell’Inferno Dante posiziona chierici e prelati. [+blogger]


anche i rom muoiono

Una tomba per mio padre sempre pulita, piena di fiori e di attenzione. Certo è meglio mettere un morto a terra, al massimo al primo piano, meglio se costruiamo una nicchia tutta per la famiglia. Quasi ogni settimane persone devote ai loro morti aprono e puliscono i loculi di proprietà, con antibatterici, candeggina, disinfettanti ecc, ecc. Non altrettanto facciamo con vivi.

Scorgere un campo rom è dirompente, straziante. Vederlo fa “schifo”, come fa schifo quello tra il cimitero di Napoli e l’aeroporto di Capodichino. Una pozzanghera di acqua putrida e giallognola ti dà il benvenuto, dopodichè una pseudoporta, fatta di legno marcio e di una rete metallica arrugginita, ti fa entrare nelle viscere di baracche annerite dalla piaggia. Decine di bambini giocano nell’inferno, un pantano protetto dalle anime, anime che un tempo ci appartenevano. Una puzza struggente di effluvi in decomposizione si forgia con l’olezzo dei fiori venduti per la strada. Una scena disgustosa. Scrive Samuel Loewenberg, “The Lancet”, Gran Bretagna: Dallo studio della Comunità di Sant’Egidio emerge che il 20 per cento dei bambini rom ha sofferto di bronchite o polmonite, il 16 per cento ha contratto infezioni della pelle, compresa la scabbia, il 13 per cento ha avuto la diarrea o altri problemi gastrointestinali e il 15 per cento soffre di deficit motori o altre disabilità. Le cause di questi problemi, si legge nello studio, sono soprattutto “le situazioni abitative antigieniche, l’isolamento sociale e la diffusa instabilità alimentare”.

Noi invece continuiamo il nostro bel viaggio tra i loculi del cimitero di Poggioreale tra il vecchio, il nuovo e il nuovissimo. Acqua potabile ogni 10 metri, i fiori si sa, hanno bisogno d’acqua e di quella buona e nutriente. Luce elettrica per illuminare il cammino dei nostri defunti, un bisogno impellente per i trapassati. D’estate meglio i fiori di plastica che quelli veri perché la puzza o l’odore crea vertigini o nausea.

In un campo rom l’acqua è un lusso, la luce elettrica è inesistenze, i bambini e gli anziani possono morire di sete e di freddo. Il caldo non fa eccezione. I servizi igienici sono inesistenti. L’istruzione non ha vita semplice, un rom non è un appestato e solo estraneo o meglio un alieno. Scrive sempre Samuel Loewenberg: I pregiudizi contro gli zingari sono talmente diffusi che è molto difficile per loro trovare degli alloggi normali. I rom, spiega Ciani, hanno molti problemi e isolarli non è certo la soluzione: “Non è una questione culturale o razziale, ma sociale, perché sono esclusi dalla società”. … La maggior parte dei 150mila rom che vivono in Italia abita nei cosiddetti campi, che in realtà sono delle specie di baraccopoli dove mancano i servizi fondamentali come l’acqua, l’elettricità e le fognature. A Roma ci sono un centinaio di campi del genere. Il più grande è il Casilino 900, che raccoglie circa seicento persone. All’ingresso c’è un cartello con scritto: “Siamo tutti figli dello stesso padre”. Ma pochi romani vivono in condizioni simili.

Noi non dobbiamo smettere di rispettare i nostri morti, non dobbiamo toglierci l’abitudine di andare al cimitero, di “interagire” con un nostro caro defunto; noi dobbiamo smettere relazionarci al “diverso” come a qualcosa che è altro, noi dobbiamo smettere di considerare il “diverso” qualcosa che è fuori di noi, che non ci appartiene, che è dissimile e sbagliato. La diversità nei pregiudizi è sempre asimmetrica. [+blogger]