prevenire il terrorismo

Francesca Bellino è una mia cara amica. Giornalista e scrittrice con una ossessione in testa che si chiama Tunisia. Non solo la sua famiglia è in parte tunisina (il marito è l’attore Ahmed Hafiene noto in Italia per aver fatto numerosi ruoli tra cui Hassan in La giusta distanza di Carlo Mazzacurati), ma da tempo lo è anche la sua anima. Di recente ha scritto un romanzo, Sul corno del rinoceronte, che ripercorre attraverso la storia di un’amicizia i momenti turbolenti che anticipano la rivoluzione dei gelsomini, l’inizio delle rivolte arabe. Mi ha sempre colpito una frase del romanzo di Francesca. Lei scrive: “I segreti sono nascosti negli occhi. Il mio primo incontro con la Tunisia sono stati gli occhi di Meriem. Poi mi sono imbattuta in quelli dei giovani in trappola, arresi ai bordi delle strade o persi davanti a squallide tazzine di caffè”. In poche righe Francesca Bellino ha fatto una fotografia precisa di quanta frustrazione circolava e circola ancora tra i giovani, soprattutto uomini, tunisini. Me li ricordo pure io quegli occhi. Tanti anni fa ho seguito un corso di arabo all’istituto Bourguiba di Tunisi. Eravamo una multiforme umanità. Tutti lì per un interesse diverso. Chi adorava il poeta Nizar Qabbani, chi voleva imparare una lingua con cui lavorare nel settore del petrolio, altri invece sognavano di tradurre manoscritti medievali. Io non so bene perché fossi lì, forse per non darla vinta a una lingua che mi faceva impazzire con i suoi plurali fratti e le sue coniugazioni. E poi c’erano loro, le signore eleganti. Alcune erano italiane, altre tedesche, altre ancora francesi. I sogni mangiati Lo studio dell’arabo era una scusa, quello che dicevano a casa ai mariti per giustificare il viaggio. In realtà più che alla lingua araba erano interessate agli arabi. Ed ecco che di colpo quei giovani senza lavoro, senza futuro, si attaccavano a queste signore occidentali per un regalo o per una cena in qualche ristorante di lusso. Le signore elargivano generosamente in cambio di qualche prestazione sessuale e di qualche galanteria. Era un commercio alla luce del sole che mi aveva lasciato senza fiato. Ero ingenua forse, ma non me lo aspettavo proprio. E cominciai a osservare quei giovani. Avevano tutti qualche sogno, qualche voglia di futuro, ma allora c’era Ben Ali, il dittatore, quello che Francesca Bellino chiama il rinoceronte, a mangiare i sogni. E oggi? La situazione non è migliorata. I ragazzi sognano ancora di fuggire, di lasciarsi questo paese alle spalle. Un paese, va detto, tra i più battaglieri e laici del Nordafrica. Un paese però che è abbandonato dalla comunità internazionale, che lo considera una pedina poco importante. Ed ecco che le grinfie del fondamentalismo e del terrorismo si sono fatte sentire con brutalità. La Tunisia è stata colpita duramente dal terrorismo, pensiamo solo agli attentati al museo del Bardo e a quello sulla spiaggia di Sousse, e oggi ha alti tassi di radicalizzazione tra i giovani. I giovani, i loro occhi. Ho cercato di guardare quelli di Anis Amri, il terrorista del mercatino di Natale di Breitscheidplatz, a Berlino. Gli occhi rivelati dalle fotografie sono opachi, velati, manca la luce. All’Ucciardone, una delle strutture carcerarie dove è stato recluso, Anis Amri è stato descritto come violento. Riguardo le foto segnaletiche che sono state pubblicate dai giornali. Questa storia ci riguarda, penso. Ci riguarda come Italia. Parla di noi. Anis Amri non ha una faccia poi così diversa dai ragazzi di Messina, Palermo, Enna, Catania. Come ogni giovane, anche lui forse ha sognato per se stesso un futuro migliore, chissà. Cerco di guardare l’uomo dietro al terrorista. Non è facile. Soprattutto non è facile se penso a chi ha perso la vita in quel mercatino berlinese. Non è facile se penso a Fabrizia Di Lorenzo che voleva solo un mondo più bello dove vivere. Se penso ai loro corpi falciati senza pietà, mi sale una rabbia immensa. Ma ecco che dobbiamo essere lucidi, e cercare di capire come siamo arrivati fino a questo punto. Dobbiamo farlo, anche solo per capire come difenderci. Se continuiamo a gridare al lupo al lupo non servirà a niente. Dobbiamo cercare Anis, chiunque esso sia, dietro la parola terrorista. La prima falla Ed ecco che questa vicenda emblematica ci spinge a guardare alle falle del nostro sistema. Parliamo tanto di legalità, ma è proprio l’illegalità del sistema che porta alla diffusione della peste terrorista. Di Anis Amri sappiamo che è arrivato in Italia con un barcone. Ecco la prima falla. Ecco quello che non va, il barcone. Il viaggio dei migranti è in mano ai trafficanti, ai mafiosi. Loro decidono i prezzi, le rotte, le modalità. Qualcosa che dovrebbe essere competenza degli stati oggi è in mano a criminali senza scrupoli. Chi arriva in Europa deve farlo a costo di morire in mare o di morire nelle tappe precedenti. Si può morire in carcere in Libia, dopo uno stupro di gruppo o di sete nel deserto del Sahara. Negli anni settanta i padri di questi ragazzi che fanno il tahrib, così si chiama il viaggio di migrazione in somalo, potevano prendere un aereo e avevano dei visti. Oggi non c’è una maniera legale di arrivare in Europa. Ci sono solo i trafficanti. Questo è un dramma per i migranti, che rischiano la vita. Ma è un dramma per l’Europa. Come sa l’Europa chi arriva nel suo territorio? Un tempo c’era un sistema di visti per arrivare dal Nordafrica in paesi come la Francia o l’Italia. Si era pendolari per un po’. Molti lo erano per lavoro, altri per studio. C’era un viavai controllato dall’una e dall’altra parte. Chi migrava non lo faceva per sempre, aveva la possibilità di tornare indietro. Le procedure non erano ottime, ma sicuramente migliori di quelle di adesso. Oggi non c’è più mobilità tra un lato e l’altro del Mediterraneo. Da mare aperto, oggi il Mediterraneo è diventato un mare chiuso, uccisi tutti gli scambi che hanno creato grandi civiltà. Dal momento in cui Anis Amri mette piede in Italia comincia una sorta di discesa agli inferi che finirà solo con la sua morte a un posto di blocco a Sesto San Giovanni. Ora, Anis Amri era un soggetto a rischio, descritto come violento, etichettato come problema e molto probabilmente era vero. Mi chiedo: si poteva recuperare questo ragazzo in qualche modo? Soprattutto nello stadio iniziale? Non ho una risposta. Mi inoltro nella sua biografia. Ed ecco che lo vediamo chiedere protezione in quanto minore. Lui ha già compiuto 19 anni. Le autorità non lo sanno e lo mettono in un centro per minori. Diciannove anni però non fanno di te un uomo. Anis Amri è un dicianovenne violento, rissoso e confuso. Questo emerge dalle parole del padre intervistato da un giornale tedesco. Il fortino dell’Europa Il sistema, inoltre, porta a mentire. Anis ha mentito, ma forse non è il solo. Il richiedente asilo deve inserirsi in griglie prestabilite per ottenere l’asilo politico. Allora se sei del nord del paese X non puoi ottenere asilo, ma se dici di essere di Y allora la tua domanda sarà valutata. I migranti lo sanno e, pur di non vedersi rifiutata la domanda, si inventano storie non vissute. Le loro sofferenze sono autentiche, ma spesso la commissione non valuta l’individuo e vuole sentirsi raccontare quello che ha già prestabilito. Ed ecco che molti si fingono minori o fingono di essere chi non sono. La realtà è complessa. Se accolgono i siriani, allora anche un tunisino o un marocchino si finge siriano, su internet ci sono i tutorial per rifare l’accento di Damasco, di Homs e di Aleppo e anche se sei di Rabat o di Mahdia allora ci provi anche tu, perché l’Europa è diventata una fortezza. Sì, un fortino che continua a sfruttare il sud del mondo, le sue materie prime, ma che vuole il migrante solo dopo che abbia passato atroci sofferenze, perché dopo accetterà di lavorare per pochi spiccioli. Il sistema è malato. Se ci fosse un viaggio legale (e, sottolineo, legale) tutto questo non avrebbe bisogno di esistere. Nessuno dovrebbe mentire. Ma è al centro di accoglienza che Anis non ancora terrorista si perde completamente. Brucia insieme ad altri ragazzi una parte della struttura. È molto violento. Sconterà, come hanno già detto tutti i giornali, quattro anni di pena in varie strutture siciliane. “Non si è radicalizzato in carcere”, dicono le autorità. Ma il carcere lo ha inabissato sempre di più. Ha creato il terreno fertile per la radicalizzazione. Lo sappiamo, le carceri italiane sono sovraffollate, invivibili. L’Ucciardone, dove Anis è finito, è noto alle cronache. Spazi angusti, corpi addensati in pochi metri soffocanti, detenuti promiscui loro malgrado. Le risse all’Ucciardone e in molte carceri italiane sono all’ordine del giorno. Il personale, soprattutto la polizia penitenziaria, è sempre sul piede di guerra. Sono in pochi e fanno turni massacranti. E poi hanno paura per la loro incolumità. Il loro numero non è sufficiente a tenere tutti quei detenuti. La situazione nelle carceri è drammatica. Luigi Manconi e Rita Bernardini ce lo ricordano sempre che il nostro sistema penitenziario non solo è in crisi, ma produce ancora più frustrazione e criminalità. Il carcere non dichiarato Dopo L’Ucciardone c’è stato il Cie, il centro di identificazione ed espulsione. Un carcere non dichiarato dove si finisce perché si è in stato di irregolarità con i documenti o i n attesa di espulsione. I Cie sono un universo psicotico dove lo spazio e il tempo sono sospesi, si è solo trattenuti, ma in soldoni si è carcerati. Si attende. Puoi guardare la tv, le donne cercano di abbellire le loro celle che qui chiamano camere, ma sei in un non luogo e la tua diventa una non vita. Puoi rimanerci un mese, due, ma anche diciotto. Ci puoi finire dentro perché il tuo datore di lavoro non ti rinnova il contratto e quindi non puoi avere il permesso di soggiorno o, come il futuro terrorista Anis Amri, perché sei in attesa di espulsione dopo aver scontato una pena in carcere. Uscire dal carcere per finire in un altro che ha regole ancora più assurde del primo. La malaccoglienza da troppo tempo in Italia produce schivitù e sfruttamento dei migranti Basta leggere il rapporto Accogliere. La vera emergenza per capire che siamo nei guai. LasciateCIEntrare ha girato l’Italia per un anno intero, il 2015, monitorando i centri di identificazione ed espulsione (Cie), i centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e i centri di accoglienza straordinaria (Cas). Quello che emerge dal rapporto è la “malaccoglienza” italiana che diventa teatro dell’assurdo non solo nei Cie, ma mostra le sue crepe anche nelle strutture ordinarie d’accoglienza. Il sistema è costoso, il personale spesso non è preparato, in molti non sanno nemmeno l’inglese e non riescono a comunicare con i migranti, gli appalti non sono chiari, c’è tanta improvvisazione. Quello che ha fatto dire a Stefano Galieni, dell’associazione Diritti e frontiere, che “è la politica la grande assente di quanto sta accadendo in Italia e in Europa. Dietro ogni struttura che nasce o muore vi è opacità assoluta, non ci sono garanzie di standard reali di accoglienza”. Questa malaccoglienza, come ha sottolineato Yasmine Accardo, curatrice del volume e membro di LasciateCIEntrare, in una intervista a Piuculture “da troppo tempo in Italia non fa che produrre schiavitù e sfruttamento dei migranti, mentre continua a rappresentare in troppi casi una fonte facile di guadagno per chi si accaparra bandi o per chi riceve affidi diretti, motivati dall’emergenza”. Malaccoglienza, ecco la parola per capire il mistero Anis Amri, un ragazzo difficile che di tappa in tappa diventa più violento, più opaco, dagli occhi insensibili. Ecco Anis Amri che accoltella il camionista polacco Łukasz Urban, che voleva comprare un regalo alla moglie a Berlino, ecco Anis Amri che mette il piede sull’acceleratore del tir rubato e falcia vite. L’Italia è la porta dell’Europa. Salva vite certo, la guardia costiera fa un lavoro da Nobel della pace, fa un lavoro che non fa nessuno. Di questo possiamo essere orgogliosi. Ma è sul resto che non va. Noi come gli struzzi mettiamo la testa sotto la sabbia. Basta che muoiono un po’ più in là, basta che non si facciano vedere troppo e se ne vadano in Germania e in Svezia. L’Italia non vuole organizzarsi. E questo non da oggi, ma dagli anni novanta. Qualcosa che ormai è un fatto ordinario è ancora definito emergenza. Non abbiamo personale preparato, non abbiamo strutture adeguate, come ci ha mostrato LasciateCIEntrare, non abbiamo carceri all’altezza, non sappiamo nulla dei paesi che si affacciano sul nostro stesso mare. Quando si parla di immigrazione si usano frasi retoriche come l’ormai sempreverde “Se ne tornassero a casa loro”. Ma nessuno parla seriamente di gestione del fenomeno o di piani per il futuro. E men che mai di investimenti. Come si può risolvere il nodo immigrazione senza soldi? Ripenso agli occhi che descrive Francesca Bellino nel suo romanzo. Gli occhi dei giovani al di là del mare, in Tunisia. Alcuni occhi sognano di diventare Mozart, Pelè o Steve Jobs. Altri non hanno idea di cosa sia il futuro, sono arrabbiati, frustrati umanamente e sessualmente. Arrivano sia i Mozart sia gli Anis Amri. Ma la malaccoglienza è uguale per tutti. C’è chi con forza d’animo, ed è la maggior parte, ce la fa nonostante tutto. Alcuni continuano il viaggio verso terre che facilitano l’inserimento, altri restano qui a vendere frutta ai mercati o come un mio amico si trasformano da pescatori in apicoltori. E sì, c’è anche chi non molla e diventa comunque Mozart. E poi ci sono gli Anis Amri. Sarebbe consolante fare come Ponzio Pilato, facile lavarcene le mani, e dire non è roba nostra, non ci interessa, era un violento psicopatico. Probabilmente era un violento psicopatico, forse non avremmo potuto fare nulla per cambiare la sua sorte e quella delle sue vittime. Ma non ci siamo presi il disturbo di fare qualcosa. La nostra politica è stata a guardare. E anche noi non abbiamo fatto nulla, nessuna pressione affinché qualcosa cambiasse. Avevamo il dovere di provare a recuperarlo. Se non per solidarietà, per la nostra sicurezza, per impedirgli di finire tra le braccia del terrorismo. Allora forse una delle armi è proprio l’accoglienza (non la sola, ovviamente, serve anche un coordinamento tra polizie e intelligence). Combattere questa frustrazione che c’è in giro. D’altronde basta leggere la propaganda jihadista per capire che i terroristi hanno paura dell’accoglienza. Dicono, non a caso, che il loro obiettivo è distruggere la “zona grigia”, ovvero lo spazio di convivenza tra diverse fedi e tradizioni. Vogliono odio e frustrazione. Vogliono la nostra paura. Ecco perché per sconfiggerli bisogna andare ostinatamente nella direzione contraria. “Love is the answer” direbbe John Lennon. Certamente. Ma ripristinando la legalità. Solo la legalità, ovvero regole condivise e diritti non violati, potrà salvare la nostra civiltà. I muri ci porteranno tra le braccia dei terroristi e daranno manovalanza ai fomentatori dell’odio. Non permettiamo che questo succeda. Questa volta dipende anche da noi. [igiaba scego, internazionale]

invito

Ieri sera abbiamo consumato un po' di pizze sospese, eravamo più di 100 tra Srilankesi, ghanesi, bielorussi, nigeriani, italiani e sanitanesi.    







analogie di quartiere

Una mail inviata all’amministrazione di un comune di Bologna, una cittadina che chiede spiegazioni, come giusto che siano. Sono così tante le analogie con il nostro quartiere che sembrano che il fruttivendolo, la suora, il barista e il ragioniere della Sanità abbiano deciso all’unisono di scrivere per acclarare le loro indiscusse e antiche argomentazioni. Pubblico il testo integrale.



“Cogliendo   l’invito dell’Assessore Lepore che auspica una cittadinanza “in conflitto” con le istituzioni (sue testuali parole), t’invio una piccola riflessione in merito all’incontro del primo dicembre. Volutamente provocatoria, nella speranza di suscitare un’emozione, ma soprattutto una reazione costruttiva.  Immaginazione civica: parole evocative che dovrebbero riaccendere speranza e fiducia. E allora perché continuo a rimanere sulla difensiva? Non è un pensiero razionale, piuttosto è un impulso, una sensazione di malessere sotto pelle, che non mi permette di fidarmi fino in fondo (dopo Pilastro 2016).

Immaginazione civica: suona davvero bene. Ai cittadini si chiede cooperazione, idee, progetti, soluzioni ai problemi. Ma non sarà che si chiede di sopperire alla carenza di servizi con il volontariato organizzato? Di trovare soluzioni ai bisogni “isorisorse” (tradotto: a costo zero per voi)? Voi di idee ne avete? Perché le risorse non le avete, lo specificate sempre. Però, forse,  aiuterete i cittadini attivi e propositivi  a trovare degli sponsor. Che fortuna! E lo dite molto soddisfatti, dall’alto del vostro pulpito. Non trovate risposte, ma sponsor, forse sì. Perché voi siete sicuri, attaccati alla certezza del vostro presente, mentre a noi, quelli che fanno fatica a sbracare il lunario, tocca immaginare il futuro… ma dov’è il domani? Perché è davvero troppo lontano per noi. Rischiamo di non avere la forza per raggiungerlo. Il tempo assume un valore diverso a seconda della situazione in cui ci si trova, non dimenticatelo mai. 

E non ditemi che mi lamento del fatto che finalmente si apre alla progettazione dal basso, perché faccio fatica a credere che si dia la possibilità di includere chi è realmente escluso. Agli incontri vedo sempre le stesse facce. Anch’io stessa sono privilegiata, perché sono informata. Ma quando ti trovi realmente ai margini, non è così semplice. Quando sei in una situazione di disagio, quando parli la lingua malamente, quando non sai nemmeno che esista una piattaforma virtuale che ti permette di connetterti con l’amministrazione, (e se anche lo sapessi, a cosa ti potrebbe servire?) quando il lavoro non c’è, quando devi associarti anche solo per far sentire la tua voce (e pure questo costa gli euro di una tessera) … ai reietti, quando capita, si fa solo un’estemporanea beneficenza, invece di “immaginare” di aiutarli a uscire fuori dal disagio per sempre. Perché redistribuire vuol dire dare a qualcuno togliendo ad altri. E se gli uni siamo noi, va tutto bene, ma se siamo gli altri… allora no!   Sui progetti delle cooperative sociali ho sempre qualche perplessità. Perché mi sembra che troppo spesso i reali beneficiari siano le cooperative stesse, piuttosto che i “portatori di bisogni”. 

Scrivete “Vogliamo investire nel capitale sociale con fiducia e coraggio e per questo è importante fin da subito aprire una fase di ascolto”.  La fiducia credo che dobbiate metterla voi, perché noi l’abbiamo esaurita molto tempo fa. Il coraggio, invece, è tutto nostro. Perché, credimi, ci vuole tanto coraggio a non arrendersi e a continuare a guardare avanti.  Ascolto? Stiamo urlando da tanto tempo, non ve ne siete ancora accorti?" [lorenza zullo] 

ceta

UNA TESTA DELL’IDRA

"Le disuguaglianze e il riscaldamento sono le principali sfide del nostro tempo", scrive il noto economista francese T. Piketty. Da qui la necessità di stipulare trattati internazionali che consentano di rispondere a queste sfide promuovendo un modello di sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista, l’Accordo commerciale tra Canada e Unione Europea (CETA) è un trattato di altri tempi. E va quindi respinto". Piketty, autore del noto studio Il Capitale del XXI secolo, motiva così questo suo giudizio sul CETA. “Il trattato è di natura strettamente commerciale e non contempla alcuna misura vincolante sul piano monetario o climatico".

Penso che Piketty abbia colto, in poche parole, il perché il CETA vada respinto al mittente. E’questo il momento di farlo. Infatti il 30 ottobre si sono chiusi a Bruxelles i negoziati portati avanti, per sette anni, in maniera quasi segreta, dalla Commissione Europea e dal governo canadese. Questo nonostante le proteste popolari e mediatiche culminate nella coraggiosa opposizione del Parlamento Vallone, purtroppo superata dal Sì del Belgio alla condizione però che l’ok finale dovrà essere dato non solo dai parlamentari del Canada e della UE, ma anche da quelli dei 27 paesi della UE. Ora tocca al Parlamento europeo discuterlo ed approvarlo, facilmente a fine gennaio/inizio febbraio. Per questo è necessario far montare, come abbiamo fatto per il TTIP (Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti), una campagna mediatica contro il CETA.

Ma dobbiamo fare uno sforzo grande per informare i cittadini sul perché rifiutiamo questo Accordo. Questo trattato è prima di tutto un grande regalo alle multinazionali e una lotta al ruolo e alle competenze dei governi ed enti locali. Il trattato infatti prevede l’abbattimento delle cosiddette barriere non tariffarie’, Questa è un’espressione precisa per definire l’attacco al diritto al lavoro, alla difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici come acqua, scuola, sanità. Il Trattato poi prevede il diritto delle multinazionali di chiedere compensazioni agli Stati contro l’"espropriazione indiretta" dei profitti previsti. Una clausola che consente alle multinazionali di citare gli Stati davanti a tribunali arbitrali. Il CETA poi contiene clausole che impediscono la ri-pubblicizzazione dei servizi idrici, ferroviari…

Inoltre l’Accordo prevede un "Forum sulla cooperazione regolatoria" che istituzionalizza l’influenza delle lobby nel processo legislativo. In poche parole il CETA consentirebbe ad almeno 40 mila multinazionali USA tra le quali Coca Cola, Wal Mart e tante altre di ottenere grandi benefici nei 27 paesi della UE. Questo Accordo  poi, se approvato dal Parlamento europeo, aprirà le porte agli altri due Trattati ancora più pericolosi: il TTIP (Partenariato Commerciale USA-UE ) e il TISA (Accordo sul Commercio dei Servizi).

Il TTIP è ora su un binario morto, sia per la forte opposizione popolare sia per l’arrivo di Trump. Ma in questo momento i prestigiatori finanziari potrebbero tirar fuori dal cilindro il più pericoloso di tutti i trattati: il TISA che impedirebbe i monopoli pubblici (educazione nazionale) e fornitori esclusivi di servizi, anche a livello regionale e locale (per esempio le municipalizzate per i servizi idrici). Come cittadini non possiamo accettare l’approvazione di questi accordi il CETA, TTIP, TISA che consegnerebbero l’Europa e il mondo alle sole logiche del mercato. E’ proprio quanto Papa Francesco bolla con tanta forza: "l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria".
Se vogliamo bloccare questa deriva, dobbiamo fermare ora il CETA che apre le porte a tutto il resto. 

Il tempo è breve, febbraio è alle porte. Per informazioni ulteriori basta entrare nella rete#stopttipItalia che porta avanti anche la campagna contro il CETA. Mobilitiamoci! E’ quanto ci invita a fare Papa Francesco, che parlando al terzo Congresso Mondiale dei Movimenti Popolari tenutosi a Roma il novembre scorso ha detto: “Quando strillate, quando gridate, quando pretendete di indicare al potere una impostazione più integrale, allora non ci si tollera più tanto perché state uscendo dalla casella, vi state mettendo sul terreno delle ‘grandi decisioni’ che alcuni pretendono di monopolizzare in piccole caste”. Insieme ce la possiamo fare. [alex zanotelli]

pizza sospesissima


Forza che in via arena alla Sanità la pizzeria ha 1.120 pizze sospese, per un ammontare da regalare di circa 3.360 euro. Chiedo a suor Lucia che ospita, nella scuola d’italiano, più di 150 sri lankesi, o a Rosario Fiorenza nella sua comunità, o a Don Antonio Vitiello con i suoi cento e passa clochard; chiedo alle persone che dormono alla via Foria o sotto i porticati di galleria Umberto; chiedo allo storico Giuseppe della via Costantinopoli che da anni dorme sospeso sotto il portale della chiesa. Questo fine settimana io, mia moglie Sara, e i miei due bambini, Caterina ‘a Pummarola e il piccolo Vincenzone, andremo da Concettina ai tre Santi alla via Arena alla Sanità 7 Bis e mangeremo gratuitamente. La pizza sospesa non è un atto di carità ma la riscoperta del dono. Vi invito tutti, arrivate da ogni parte di Napoli: ‘o n’vitato po’ n’vità! [+blogger]

surplus culturale

Napoli è una città protetta, lo è sempre stato fin dalle suo origini. I terremoti e le calamità naturali hanno sempre risparmiato la città partenopea. San Gennaro in primis tra gli artefici della gamma virtuosa di uomini straordinari, ma sarebbe troppo lunga la sfilza di religiosi da citare. Una “profezia che si autoadempie”, la voglia di sopravvivere, di scherzare con la morte, di farsela amica, un miscuglio di idee, passioni, amore, paura, attese. Ma l’arte della teoria è qualcosa di diverso dalla pratica illuminata nel suo divenire. Noi abbiamo la possibilità di provare che tutto è vero se realmente crediamo a tale verità, anzi essa è tangibile nella mente del singolo e molto spesso anche nella mente collettiva. Naturalmente con le dovute differenze tra malattia e superstizione, quello che nasce è una forma cultuale “alta”, qualcosa di altro dal di fuori, qualcosa che si forgia dentro naturalmente. Spesso una forma poetica, ma anche un semplice morso di tarantola (come nella “terra del rimorso” di E. De Martino), il sangue che si liquefa, le mani con le stimmate, la visione celeste.

L’uomo si protegge, la mamma protegge i suoi piccoli, anche con la preghiera e la vocazione; chi non crede s’aggrappa alla materia che ha sempre una sua giustificazione. Vivere nell’oblio è n’u scuore. Così come la jella è una forma di protezione, la causa che risolve le cose; il rito preclude tutta una serie di inadempienze. Un’altra caratteristica è la mancanza, un “sentimento” che non può essere accettato se si è pari. In passato c’erano i ceti, oggi c’è la finanza che nella sua più diretta espressione mette in relazione la ricchezza con un Dio. Un esempio inversamente proporzionale: il cimitero di Poggioreale di Napoli. Se con l’espressione “Signore onnipotente” si alzano gli occhi al cielo, con la stessa onnipotenza, invece, nel cimitero napoletano quanto più s’abbassano gli occhi tanto più si acquistano prestigi e favori. Per il mondo dei trapassati il diavolo non conta anche se appena sotto i piedi. L’ultimo loculo situato all’ultimo piano di una palazzina e materialmente più vicino al cielo, è considerato dai vivi poco redditizio, mentre ai piani inferiori il prezzo sale vertiginosamente. Insomma una forma di protezione dal basso. Eppure le credenze superano di gran lunga la razionalità, credere senza aver mai visto e sentito, gli esseri umani proteggono se stessi e santificano giorno per giorno le loro fatiche.

Qui c’è una componente, qualcosa che plasma l’essere, il divenire e la sua cultura. Qui c’è un illuminismo che rende magica la jella e lo jettatore. Napoli non è una città contraddittoria, Napoli sconta migliaia di governanti che hanno parlato lingue differenti. Ed anche da questi ultimi i napoletani si sono difesi. La difesa è una condizione umana che pone sempre e comunque delle strategie per sopravvivere. Da questa condizione nasce non una vita parallela ma una ricchezza, una condizione umana che s’interseca nella quotidiana rassegnazione, nell’esistenza continua ed esasperata (conoscere questo surplus culturale è importante).  Proteggersi e proteggere diventa una condizione fondamentale, la costruzione della realtà che parte dalla presenza di una entità che con forza afferma la sua storia. Il male fatto a me, e che mi attanaglia, non mi appartiene, il sangue mi preserva, il rito lenisce il mio dolore, lo jettatore è la mia speranza.

Forme di protezione, forme di mancanza, una forza incontenibile, un plasmarsi di esperienze, di interazioni continue, un continuo nel divenire; così oggi nell’attesa come nella vita, nel sogno come nei numeri a lotto. Questa energia è nuova, nasce e sbilancia, un  moto spontaneo che non potrà essere arrestato. Il Vesuvio ci protegge, san Gennaro ci protegge, la lava dei Vergini ci protegge, rito pagano o religioso che sia è una forza collettiva che non conosce fine. [+blogger]

movimento di resistenza popolare

ZTL DIMEZZATA

La commissione della Municipalità 3 ha approvato la realizzazione della Ztl alle via Vergini, sono stanziati circa 170 mila euro.  Aldilà delle buone intenzioni, alcune domande sono lecite. Nell’unica assemblea fatta ad Ottobre sono emerse alcune perplessità a riguardo; un consigliere ha dichiarato che la stragrande maggioranza dei commercianti  non era d’accordo, perché in questo momento una zona a traffico limitato sarebbe inutile. Anche dalle nostre indagini sembra che gli stessi abitanti non siano d’accordo senza una giusta regolamentazione. 

E’ stato previsto il riassesto della zona mercato? E il controllo delle licenze con la regolarizzazione degli ambulanti? In più, è stata inoltre  prevista una zona di stallo per lo scarico merci? L’area è a forte densità abitativa, questo vuol dire che per i residenti è previsto il permesso, cioè per tutti gli abitanti del rione Sanità? Nella via Mario Pagano il mercatino da anni ostruisce la zona di fuga della Scuola Angiulli, creando problemi di circolazione sia pedonale che automobilistico, cosa è stato fatto a riguardo?

In passato è stata fatta una petizione popolare firmata da 1000 cittadini dove si richiedeva la risistemazione della fontana davanti alla chiesa di santa Maria dei Vergini, che non è mai funzionata; oggi è uno ricettacolo di munnezza e degrado. Dalla stessa emerge la richiesta di una zona aiuole con diverse panchine data in affidamento alla parrocchia adiacente. Previsti anche i dissuasori nei vicoli e vie adiacenti per evitare la sosta selvaggia e il transito dei motorini. Nella ztl cittadina c’è sempre un’auto delle guardie municipali...dall'ambita democrazia partecipata così tanto di moda oggi, è stato preso in considerazione tutto ciò? [m.r.p.]   

mors tua vita mea

L'arretratezza dei napoletani? Sono forse un cittadino represso, ma la storia che gli italiani al nord si sono liberati da soli e quelli al sud, invece, hanno aspettato gli alleati dimostra ancora forti lacune. Paradigma o no, gli effetti di quello che sta succedendo nel rione, parere personale, sono dovuti ad una scellerata commistione, d'altronde abbastanza antica, di sviluppo verticistico unilaterale. (mamma mia che parolone). E' la vecchia storia: mors tua vita mea. Quello che forse non ho inteso è il fatto che chi, per esempio, organizza una rappresentazione teatrale nell'ossario delle Fontanelle lo fa anche perché... sono i morti a chiederglielo: perché dovrebbero privarsi di tutto ciò? Ricordate lo striscione che comparve sull'entrata del cimitero di Poggioreale nell'anno del primo scudetto del Napoli?!: "Che ve site perz"!!", e il giorno dopo un altro striscione diceva: "Ma chi ve l'a ditto?!"

Se una concezione particolare ci unisce alla morte, questo non sfugge all’economia che fa proseliti in nome di una giustificata concezione messianica: con i soldi puoi fare tutto. Ma anche se in ritardo qui le differenze iniziano a farsi sentire, e se prima la popolana gravida urlava a squarciagola, oggi spizzicca un po’ l’italiano antico. La questione salvifica, immaginazione creata da una commistione di giudici e giudizi, attualmente fa leva su delle incongruenze . Qualche associazione mette su un comizio politico di vecchi democristiani nostalgici, e subito parte una kermesse di azioni intellettuali. Il proselitismo sfoggia la sua ultima pizza, il suo babà ricco di arte e di cultura e così se su google cerchiamo rione Sanità in primis esce la camorra, poi una pizzeria e subito dopo una pasticceria. Il che è abbastanza confortante visto le premesse passate di un rione ombra. 

Il rivoluzionario oggi non si vanta di avere gli ipogei dei Cristallini o i palazzi del Sanfelice, meglio una accomandazione per il paradiso. “Sono il solito criticone che sa solo lamentarsi”. La pezza a colori la conosciamo un po’ tutti e intanto il gioco non sono io a condurlo. I cani sciolti fanno affari. Il politico si vanta, l’eroe di turno anche, si vanta il religioso e le suore, il cittadino medio e l’intellettuale, mi vanto anche io di aver scritto quest’articolo pur avendo la febbre a trentanovemezzo. Ma non è tanto per giustificare le inesattezze di cui sopra direte, forse se stavo zitto avrei almeno colto il murale di piazza Sanità, vera trasformazione e rivoluzione formativa. [+blogger]

mauro moretti


blocco dei ricoveri

COMUNICATO STAMPA

BLOCCO DEI RICOVERI, DAY HOSPITAL E 
DAY SURGERY ALL’OSPEDALE  SAN GENNARO 


Il blocco dei ricoveri, day hospital e day surgery, disposto dal direttore del dipartimento assistenza ospedaliera, dr. Rosario Lanzetta, sancisce la completa dismissione dell’ospedale san Gennaro, in definitiva la morte del presidio ospedaliero.Disposizione contraria a quanto concordato e cioè la riconversione dell’ospedale anche in attività ambulatoriale 12 H , per prestazioni in Day Surgery.
Riteniamo grave la chiusura dell’ospedale in poche ore perché questo obbliga i pazienti ad andare in altri presidi, tradendo il rapporto di fiducia che gli stessi hanno stabilito con i medici dell’osp. San Gennaro. 

Tradendo altresì  ogni principio di etica tra medico e paziente. Inoltre è grave che sul dispositivo, a firma del dr. Lanzetta, manchi quella del direttore generale dell’ASL NA , dr. E. Abbondante.
Tutto questo avviene disattendendo quanto promesso dal presidente della Regione V. De Luca nell'incontro con i rappresentanti del comitato ospedale San Gennaro tenutosi in Regione il 2 novembre scorso. Come comitato riteniamo tutto questo molto grave , perché lesivo dei diritti alla salute dei pazienti del Rione Sanità. [comitato ospedale san gennaro]

dal rione pilastro di bologna

Cos'è il Pilastro di Bologna? 
Wikipedia scrive: Pilastro è un rione periferico della città di Bologna, che si estende nella estremità ad est della zona abitata. A livello amministrativo appartiene dagli ultimi anni al quartiere San Donato San Vitale.Il quartiere è stato concepito all'inizio degli anni sessanta del XX secolo per accogliere l'immigrazione verso la città di Bologna, particolarmente numerosa in quegli anni. Ulteriori interventi di edilizia abitativa e commerciale si sono susseguiti fino alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, e poi di nuovo attorno al 2000.Il quartiere, nel tempo, ha rappresentato una delle aree più degradate della città di Bologna, nonostante numerosi tentativi di recupero da parte delle amministrazioni comunali. È in questo quartiere che la banda della Uno Bianca compì uno dei suoi più sanguinosi atti, uccidendo tre carabinieri nel 1991.

Non che quel che scrive Wikipedia corrisponda sempre alla verità, però credo che se domandassi ai Bolognesi cos’è il Pilastro, risponderebbero esattamente così. Un posto dal quale stare alla larga. Un agglomerato di pregiudizi (sta scritto in una guida di Bologna).  Per me? Circa un anno fa scrissi queste parole. “ Il Pilastro? Una scelta. Pima del 1996 la scelta di ignorare questa parte di Bologna. Non mi aveva mai attratto. Non mi piace il grigio. E il Pilastro, se osservato da lontano, appare solo grigio. Perfino i muri colorati, sbiaditi e scrostati, sembrano arrendersi al lento contagio del grigio. Ma il lavoro mi costrinse ad avvicinarmi. E scoprii il suo primo segreto: il verde dei parchi celati e protetti tra gli edifici. Poi entrai in molte case e conobbi le persone.  E il suo secondo segreto: un magico e precario equilibrio di tradizioni, fedi, abiti, idiomi che s’intrecciavano in ogni angolo di strada. Teppismo, maleducazione e sporcizia? Certo che c’erano.  E ci sono ancora, ma come in qualsiasi altra parte della città. E dal 2003 la scelta di vivere qui.

Perché impegnarti come scrittrice o blogger?
Il blog? Mi ritrovai per caso a una riunione. E continuai a partecipare. Per dar voce al Pilastro. Per svelare i suoi segreti a chi continua a guardarlo da troppo lontano.”

Sei una cittadina di questo rione?
Si sono un’abitante del rione. Qui non ci definiamo cittadini, ma abitanti, perché molti si sentivano esclusi perché non hanno la cittadinanza italiana. Quando mi si domanda dove abito, rispondo tranquillamente il Pilastro. Il più delle volte le persone si sentono in obbligo di dire “ah, ma non è più quello di una volta” oppure “non l’avrei mai detto". E questo la dice lunga su quel che si pensa realmente del rione.  Da quando vivo qui mi sento Pilastrina, nel senso che vivo questo quartiere e non lo uso solo come dormitorio, vivendo il il resto della città. Scrivere mi piace, anche se l’ho scoperto da grande. Prima mi affascinavano di più i numeri.  Sono finita per caso ad un incontro dei “cantieri” istituiti per il Progetto di riqualificazione Pilastro 2016 (per festeggiare i 50 anni, è stato detto, ma in realtà è per il progetto FICO). Credevo di trovarmi in quello dedicato alla storia del Pilastro, e invece mi sono trovata in quello della comunicazione. La casualità… sono curiosa e ho continuato. Mi ha intrigato l’idea di poter diventare portavoce degli abitanti. Ammetto che il desiderio di riscatto del Pilastro è stato forte. Riqualificazione… maledetta parola. Ti si appiccica addosso e non te la scrolli più. Di gran moda adesso come tante altre : cittadinanza attiva o partecipata, empowerment, rigenerazione, ecc

Conosci il rione Sanità?
Solo parzialmente. Ricordi da piccola, quando venivo spesso a Napoli a trovare alcuni parenti. Chissà com’è cambiato. 

Secondo te la criminalità è solo dovuta alla mancanza di lavoro?
La criminalità? No, non è dovuta solo alla mancanza di lavoro, ma sicuramente è incrementata da ciò. Qui c’è molto spaccio. Per i ragazzi è un modo “facile” di guadagnare. E poi… sei sempre considerato un reietto, uno da tenere alla distanza, fino a quando devi organizzare una seratina con i tuoi amici "per bene"… allora si che ti vengo a cercare! Anche qui il lavoro lo si trova solo se conosci le persone giuste, solo se sei “imbazzato”. Non sembra si possa avere una possibilità. Solo porte chiuse. E quindi ci si arrende. Si diventa aggressivi. Violenti. Si ruba. L’assenza di lavoro rende facile arruolare “gli operai” della criminalità, unica organizzazione che assume oggi.  Ad un incontro alcuni educatori hanno affermato che i bambini/ragazzi che vivono in famiglie disagiate, spesso  sono “geneticamente” programmati. E che quindi sono predestinati.  Non riesco ad arrendermi a questa idea. Non riesco a credere all’ineluttabilità di un destino. Sicuramente non possono tutti cambiare, ma lavorare ritenendo che tanto nessuno lo farò. Non so, mi lascia perplessa. Sempre questa idea di distanza. Loro non sono come noi. Loro sono dannati.

In che modo il quartiere Sanità può avvicinarsi al rione Pilastro? 
Il quartiere Sanità può avvicinarsi al rione Pilastro perché simili nella percezione da parte del resto della città: degrado, povertà, disagio, criminalità.  Vivono la stessa definizione “territorio di frontiera”. Entrambi separati dal resto della città da un ponte. Stanno affrontando un progetto di “rigenerazione”. Stanno provando a uscire fuori dalla ghettizzazione, stanno provando a far capire che Sanità e Pilastro sono anche tanto altro, senza voler nascondere gli innumerevoli problemi o senza tentare d’imbellettarli, ma volendo mostrare la realtà, fatta di tante persone che vivono la quotidianità. Chi sapeva della chiusura dell’Ospedale San Gennaro? Fino a qualche settimana fa, qui nessuno. 

Secondo te è una buona idea mettere in rete i quartieri poveri? Se sì, quali vantaggi possono trarre quest'ultimi? 
Riceviamo ogni giorno un mare d’informazione, e quel che è peggio è che non sappiamo più distinguere la verità dalla menzogna. Mettere in rete i quartieri poveri può essere un’occasione per unire le voci, gli sforzi, le opportunità, le difficoltà, le strategie  Senza filtri. Raccontando la verità, qualsiasi essa sia. Anche sul lavoro mi sono sempre domandata perché, pur avendo tutti lo stesso obiettivo, ognuno lo sviluppi nel suo piccolo “mondo” senza condividerlo con gli altri. In questo modo si ripetono gli errori, si disperdono le energie, si ha una visione condizionata dal punto da cui si guarda. la progressione è rallentata. Insieme si può creare sinergia, collaborazione. Può aiutarci a organizzarci. Quindi rete sta per: verità, sinergia, infiltrazione di idee e azioni, velocità di propagazione, amplificazione. 

Come ti dicevo, il mandato della redazione era quello di scrivere sul blog le esperienze di rigenerazione urbana simile alla nostra. Così non mi piaceva. Nel senso che non volevo  “fotografare" solo la facciata. Volevo aprire la porta e entrare. Volevo conoscere la vostra realtà, da pari a pari. Raccontare la vita. 
Perché ho scelto Napoli. Non so, è stato istintivo. Tra Torino, Roma, Catania, Napoli ho detto subito Napoli. Forse perché mia madre sosteneva che sono due città che si somigliano. Ho pensato che confrontarci potesse aiutarci. 

Credi che il turismo posso risollevare le sorti di un quartiere Ghetto?
Il turismo può aiutare. Intanto perché si supera la “barriera” del ghetto.  Poi perché si portano risorse economiche. E si creano posti di lavoro. Il lavoro è lo snodo fondamentale. Non ti nascondo che quando ho letto delle Catacombe, del cimitero delle Fontanelle mi sono detta “E si, loro sono fortunati, hanno delle bellezze culturali, noi qui che abbiamo da mostrare? Nulla ”Poi mi sono domandata quale altra modalità possiamo avere per far arrivare la gente al nostro rione. Ad esempio abbiamo una nuova Arena da poter sfruttare per spettacoli estivi. Poi possiamo pensare come attirare i turisti che giungeranno per FICO. Dobbiamo riflettere, creare, non arrenderci.  Essere ingegnosi, come hai detto tu. Non dobbiamo essere salvati perché a salvarci ci pensiamo noi. [Lorenza Zullo] 

quello che c'è!

L'incontro c'è stato, un bicchiere mezzo pieno, sempre meglio che vuoto. Si può discutere. Un rianimatore, un chirurgo e una autoambulanza attrezzata.... bastano a salvare la vita di qualcuno?! Quello che non basta sbilancia le istituzioni. Una mandria impazzita protesta e continua il suo presidio. Gente che fa scena, teatranti dell'ultima ora, artistucci morti di fame, gentaglia! Queste persone della Sanità hanno forse imparato un copione poco usuale,: recitano a soggetto, s'immergono nel pubblico creando una gran confusione. Come Pirandello che aderì al fascismo quando il Duce rischiò di cadere, per poi rinnegarlo proprio nel suo "massimo splendore".

Parabola o non, le proteste vanno avanti da molti anni. Solo la riappropriazione degli spazi pubblici (riapertura del parco intitolato in un secondo momento alla signora Parisi), e l'occupazione dell'ossario delle Fontanelle, avrebbe dovuto far pensare a qualcosa di più di una semplice "commedia". Ma i mass media e le Istituzioni sono abituati alla spettacolarizzazione. La linfa vitale per fortuna è nascosta.

Concludo con una dichiarazione del governatore della Campania, che dopo aver garantito che nell'ospedale San Gennaro un primo fondamentale soccorso è importante, subito dopo ha detto: "se non passa il referendum rischia la nostra democrazia". [+blogger]

barricate


saracinesche abbassate


in una macelleria della sanità

Avevo circa 11 anni quando ho incominciato a lavorare come ragazzo in una macelleria alla via Vergini. E' incredibile come adesso percepisco il cambiamento. Causa la povertà della mia famiglia ho interrotto gli studi quasi bambino, così come tutti i mie fratelli e parenti vicini. E' incedibile il tempo passato fuori di casa a lavorare, nel periodo di Natala dalle sei del mattino fino alle undici di sera; una giornata intera per la strada; la macelleria affollata di gente, la pioggia, il freddo della cella figo. Poi ho imparato a "sfasciare" la carne, prima con un pezzo facile, il gambetto, poi con quella che noi chiamiamo "lociena", il davanti dell'arrosto. Difficile togliere senza staccare la polpa dall’osso, difficile soprattutto in inverno quando nel laboratorio del negozio il gelo raggiungeva le mie mani. Mi diceva il capo: "mettile sotto l'acqua fredda, vedrai che si riscaldano". E così per circa 30 anni della mia vita ho lavorato senza sosta, alla fine ho comprato una panda e mi sono sposato.

Una sera, era circa mezzanotte, visto che le macellerie dove lavoravo erano due, dello stesso proprietario, distanti 100metri l'una dall'altra, mentre mi recavo all'altro negozio mi vide il parroco del quartiere: "Guaglio' ma tu stajo ancora faticanno?". Voleva a tutti i costi dire al "masto" che la sua non era umanità, che un ragazzo appena adolescente non poteva fare quella vita. Gli scongiurai di andarsene che non potevo perdere quel posto di lavoro. Ho lavorato senza sosta e quando guadagnavo 500mila lire alla settimana (ero già grande ed esperto tagliatore), ero felice. Mi ricordo che odoravo (puzzavo) sempre di carne fresca macellata, un odore che non si toglieva mai da dosso anche quando mi lavavo e mi profumavo. Quella esalazione mi perseguitava, avevo paura che qualche ragazza mi chiedesse cos’era.

Un episodio che non dimenticherò mai. All’inizio, quando ero ancora un pivello lavoratore, la cosa che più mi urtava erano le “cazziate” che beccavo dal capo. Quella concezione paternalistica l’ho sempre schifata, l’odiavo quel rompi coglioni ignorante. Mentre pulivo a terra, si era fatto quasi l’ora di tornare a casa, sfinito e senza forze, il capo cazzone usci dal cesso e mentre si allacciava la cinta del pantalone mi disse se potevo andare a “spilare ‘o cesso”, insomma quel vecchio logorroico aveva un servo per lavoratore e nella sua pervertita coscienze tirare la catena equivaleva ad un gesto umiliante. Volevo sputargli in faccia ma “senza soldi nun s'e cantano messe”.      

Adesso dopo trent’anni sono felice. Da qualche mese ho cambiato lavoro, ho ritrovato il sapore della libertà. Guadagno molto di meno e con due figli è un problema, ma non mi interessa. Mi sono iscritto ad una scuola serale, voglio prendere un diploma. Questa scelta non la saprei spigare bene, ma accompagnare i miei figli a scuola è una bellissima sensazione, prima non potevo, era impossibile; adesso quando torno da lavoro posso giocare con loro, scrutarli meglio negli occhi, assaporare la loro felicità, e vederli saltellare con gioia quando a casa porto un piccolo “regaletto”. [+blogger]  

chiudere subito il parco

Chiudere immediatamente il parco di piazza Cavour, la situazione è gravissima (vedi foto di cui sotto). Il bambino sta rischiando la vita ad una altezza di oltre due metri. Spalliere d'appoggio staccate, gomme protettive rialzate, ferri e plastica contundenti che sbucano da sotto terra, giochi semi distrutti e l'altalena per i disabili sparita. Pericolosissimo per i bambini che continuano a giocare indisturbati. Bene impegnasi per non far chiudere l'ospedale san Gennaro o per le notti bianche... ma questa situazione è assurda! Intervenire subito.[+blogger]  

"I giochi per bambini nel parco del Poggio ai Colli Aminei sono stati chiusi per molto di meno."   





 




 


 







chi non conosce la verità...

I media nazionali stanno pubblicando l'occupazione dell'ospedale san Gennaro, ATTENZIONE agli speculatori che tra poco s'innalzeranno a paladini delle salute pubblica. IMPORTANTE ricordare che da circa sette anni (eravamo soli a manifstare), la RETE DEL RIONE SANITA' ha iniziato questa battaglia di civiltà.

Con l’aiuto della gente e soprattutto con le  donne del quartiere abbiamo continuato a protestare e a dimostrare che la chiusura dell’ospedale è una assurda tragedia che può lasciare senza un primo soccorso migliaia di cittadini. Provando che le strade sono quasi sempre tutte bloccate, che in un quartiere a rischio il pronto intervento è un doppio diritto, che le circa 3000 famiglie del rione san Gennaro sono spacciate perché l’unica via d’uscita è via san Vincenzo, strettissima, a doppio senso di marcia e sempre bloccata in ambe due i sensi; che l’altra via, subito dopo quest’ultima anch’essa è zeppa di auto, intasata dal traffico soprattutto nei giorni di pioggia; proprio in virtù di tutto ciò le risposte in merito non sono mai state esaustive e convincenti. In verità le risposte non sono mai state date.

Come afferma Bertolt Brecht: “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. [+blogger]         

ospedale popolare vive


video corteo san gennaro


tortura san gennaro

Oggi l'ennesima manifestazione per dire no alla chiusura indiscriminata dell'ospedale san Gennaro dei Poveri. #senzapolitica #senzacompromessi #riprendiamociladignità






senza partito politico

Unico nello scenario della riforma assistenziale, che nel tentativo di risanare i conti pubblici, ha chiuso definitivamente l'ospedale san GENNARO DEI POVERI. 

documenti originali

Ecco il nuovo san Gennaro dei Poveri... che più povero non può essere!




sgretola la pavimentazione

Si sgretola la nuova pavimentazione in via Arena della Sanità La denuncia è del consulente speciale alla Memoria : “durante e dopo i lavori di una parte di piazza Mario Pagano, di via Arena, di vico Lammatari, di una parte di via Sanità avevo più volte – inascoltato – denunciato l’approssimazione con cui venivano effettuati i lavori di manutenzione straordinaria”, afferma Francesco Ruotolo “Cubetti di porfido mal fissati e poco cementificati tra loro, tratte ben eseguite ma altre tratte approssimative, leganti idraulici di scadente qualità: così, fin dalle prime settimane si presentavano varie tratte delle strade appena ripavimentate”. E’ quanto afferma Francesco Ruotolo, consulente speciale alla Memoria alla Municipalità 3 Stella san Carlo all’Arena, che negli scorsi mesi – quando era consigliere di Municipalità - aveva denunciato (inascoltato) l’approssimazione di tali lavori, che si aspettavano da decenni in queste antiche strade – molto degradate – del rione Sanità, che fa parte del Centro Storico di Napoli, dichiarato (come è noto) dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Secondo Ruotolo, “occorre obbligare la/le ditta/e esecutrice/i dei lavori a effettuare una ricognizione puntuale sulle tratte ultimate nel febbraio 2016, ma da rifare, non senza consultare quale tipo di relazione fu effettuata dagli organi tecnici della Municipalità che presero in consegna lavori così scadenti”. Piazza Mario Pagano. All’incrocio con via Arena della Sanità, un’ampia buca (oltre 150 cubetti divelti) a centro strada, lungo una tratta interamente rifatta meno di dieci mesi fa. Non è l’unico tratto approssimativamente realizzato; lungo le poche arterie rifatte sono numerosi gli episodi di cubetti diveltisi o in procinto di sfaldarsi.

l'ospedale è morto

COMUNICATO RETE RIONE SANITA'

L’ospedale San Gennaro dei Poveri (rione Sanità) è morto il 30 settembre scorso , in obbedienza al decreto regionale 33 che ne rispetta un altro, quello governativo. Il tutto in una logica nazionale e mondiale che sta smantellando pian piano tutti i servizi pubblici a favore del privato. Di fatto, il S. Gennaro sarà un polo territoriale riabilitativo e polispecialistico, con accesso tramite ticket, disattendendo le proposte dei lavoratori del S. Gennaro. Questo colpirà le fasce più deboli , in un quartiere con gravi difficoltà economiche. Purtroppo sono sempre gli impoveriti a pagarne le conseguenze. In più, viene così chiuso l’unico polo di legalità in un Quartiere ad alto tasso di violenza, dove manca un presidio fisso di polizia e di vigili urbani. La Rete del Rione Sanità, a nome di tutto il popolo del Rione, denuncia questo atto così profondamente ingiusto e invita tutto il popolo del Quartiere e non solo, a ritrovarsi il

14 ottobre 2016 alle ore 16,30 in Piazza Sanità


diventa il san gennaro



benedetto rione sanità

Lo strabiliante successo che da diversi anni sta vivendo il rione: il quadruplicarsi del flusso turistico, le numerose associazioni che spuntano come funghi, le guide inventate, i negozi tinti e pinti (il migliore, il più buono, il più bello), pone una riflessione se non sul metodo almeno sulle cause principali del fenomeno “virtuoso”. Ideologia a parte, non è sbagliato che migliaia di turisti visitano ogni anno il cimitero delle fontanelle, le catacombe, le chiese, gli ipogei, i palazzi. Così come non è sbagliato che una attività commerciale sfondi per una invenzione o una prelibatezza. Ma le cause di un luogo storico ed artistico come il quartiere sanità non possono essere messe in relazione con il commercio, non c’è nessuna affinità tra arte ed economia, o no?

Questa una domanda cruciale quando visito luoghi turistici. Mi viene in mente il film “Mortecci” diretto da Sergio Citti, dove il povero Lucillo Cardellini (Sergio Rubini), è costretto a suicidarsi perché reduce dalla guerra. Credendolo deceduto in battaglia, nel suo paese d’origine edificano un museo in suo onore. Unica attività lucrativa, dove un po’ tutti ci campano, quando i parenti, i sindaco e il prete si accorgono che il soldato non è trapassato ma vivo lo processano e lo costringono a morire.

Ciò che mi fa sospettare è il fatto che oggi i media parlano del rione considerando in primis la camorra, poi una pizzerie ed infine una pasticceria. Non che ci sia una relazione tra queste tre entità, ma se le cause del successo, escludendo la prima, sono da attribuire al commercio, alla invenzione di un luogo storicamente di frontiera, al tarallo partenopeo, al caos dei motorini bhè allora il sospetto che l’artificio superi il buon senso non è poi così sconsiderato.

Un luogo ha le sue origini. Le pietre, le vie, i vicoli, le piazze hanno tutte una “identità” che si plasma con la gente. Il fruttivendolo sa cosa prendere al mercato, più arance e meno kiwi, anche il salumiere vende più mozzarella e meno prosciutto, e finanche il tabaccaio sceglie le sigarette secondo i gusti. Ma forse sto esagerando, solo che le differenze e le somiglianze di un territorio si imparano guardando i cittadini di quel posto, se puoi si giudica con attenzione è ancora meglio. La genesi di un rione che ha visto così tanti capò senza distinzione tra le diverse appartenenze, ha posto una diversa interazione che in un modo o nell’altro è sopravvissuta. Ma come spesso si scrive, quartiere senza una organizzazione, al contrario, questa mancanza ha creato una nuova forza comunicativa, qualcosa che nasce per identificazione, per riconoscenza, per amore.

Se un adolescente è morto per sbaglio, io non posso pensare che anche mio figlio muoia. Ho paura, sono preoccupato, cerco soluzioni, ma non posso andare via da casa, non ho né la possibilità né la voglia. Perché devo andare via io?!, andassero a fare in culo loro. Ma cosa faccio per ovviare alle mie preoccupazioni? Cerco delle strategie, le cerco per combattere e perché ho paura. Tremo perché mia figlia è andata a scuola, ma che faccio?, non la mando? Ho fiducia nelle istituzioni? Mi sento abbandonato, che per molti al massimo è solo una bella scusa, venite qui a vivere poi ne parliamo; io il coraggio di rimanere ce l’ho, voi fate solo i turisti per caso.         


Anche se sono uscito fuori tema, quello che mi va dire è che quando vediamo, camminiamo, fotografiamo questo benedetto rione Sanità, ci prendiamo l’anima del posto, la espropriamo delle sue caratteristiche, la esaltiamo come quando ci regalano un nuovo telefonino. E’ buono il fiocco di neve, è buona la pizza, la gente sembra indifferente, ma infondo sono abituati… poi finisce che il ricordo è solo un oblio, che sono stanco attraversando tutti questi i vicoli, e che il nuovo smartphone è già vecchio. [+blogger]      

lotta continua


La maglia numero 10 ...

La maglia numero 10 e un continente risorto

Il calcio è un gioco di periferie, s’impara sui terreni storti delle ultime case, tra i calcinacci dei palazzi in costruzione. S’impara scalzi a prendere colpi senza sentirli, protetti dallo sfizio di governare con un piede il lancio del pallone. Scarpette, arbitri, superfici in erba, arrivano tardi, dopo la più gioiosa selezione naturale. Il calcio è un gioco da non smettere mai, rientrando a sera con la voglia pronta di riprendere subito. Era bello d’estate il permesso di scendere di nuovo in cortile dopo cena per darsi alle ultime rincorse. Il calcio è un gioco che s’impara anche da soli contro un muro tirando colpi al volo all’infinito. Solo nel calcio la periferia è miniera, serbatoio di talenti leggendari.

Per ogni altra professione ci vogliono le Bocconi, le Harvard, ci vogliono gli accrediti forniti dall’appartenenza a un ceto e a un censo. Invece il calcio fa spuntare gloria tra gli accampamenti dei mortificati, e fianco delle discariche di Buenos Aires, sulle spiagge infuocate del Brasile. Viene dalle magre Americhe del sud, suddite di nord, viene dalle tirannie fratricide il più felice guizzo guappo e prestigiatore del calcio di ogni tempo. Maradona, Armando Diego, argentino come il tango, è venuto a far sgranare gli occhi e spellare le mani dagli applausi al vecchio continente. Il suo piede sinistro è stato il più sofisticato strumento di precisione della geometria e giocoleria del calcio.

Venuto a vincere? Si, anche quello, ma non quanto poteva. Senza una quota di spreco non si dà grandezza. Grandezza è anche infischiarsene dei risultati, delle somme tirate. Badare di più invece all’attimo felice del palleggio, allo scatto, al passaggio che lascia a bocca aperta. Non è stato solo talento. Maradona fu atleta in avanzo sui tempi, allenamento doppio che metteva una molla dentro le gambe corte lanciate a mulinello più che a corsa, a divorare spazio. Napoli l’ha avuto nei suoi anni Ottanta, nel tempo in cui cambiava i connotati, si staccava dal sud per agguantare un lembo di nord. Napoli ha avuto Maradona non come re, ma come anello al dito, quello nuziale. I re spettano a città monarchiche, Roma, Torino.

Napoli città anarchica ha avuto Maradona in dono dall’America del sud, a contropartita dei milioni di emigranti salpati dal molo Beverello per Rio De La Plata. Napoli ha a avuto i carati preziosi dei suoi piedi a titolo di restituzione. Maradona le assomigliava. Come lui, la città poi si è lasciata andare, sazia del trionfo, che dev’essere breve, se no opprime.

È il trionfo breve a restare perfetto nella memoria; non le dozzine di scudetti, ma il paio. Oggi Maradona è tornato smilzo. Si è sgrassato dalle intossicazioni dell’età di mezzo. Oggi è un uomo del nuovo Sudamerica, avamposto di democrazie fresche, affrancate dalle dittature asservite al dollaro. Nella sua taglia ritrovata c’è il riscatto e ’immagine di un continente risorto. [erri de luca]