aiuti subumani



La guerra non finirà mai, la gente deve essere trattata così altrimenti la ricchezza si dilata e i soldi iniziano a sfuggire di mano. Fintantoché ci sono persone di serie B e C tutto è possibile; fintantoché un bambino ricco caca differentemente da un bambino povero, oppure piscia, vomita, sorride, ti schiatta un pugno in faccia, ti sbava sulla camicia o sulle mutante differentemente da un bambino che invece non gli manca un cazzo, allora la giustizia divina, terrena, filosofica, e metteteci pure satanica, è resa vana dalla incoscienza che per coerenza fa sbraitare: “miserabili quelli lì, nati nella sfortuna”… e digeriti dalla tua insulsaggine.

la super civiltà



L’Italia è un paese che ripudia la guerra. Nel 2006 l’Italia ha esportato armi piccole e leggere per 434 milioni di dollari. Intercettazioni telefoniche hanno portato alla luce che la Beretta, prima produttrice di armi in Italia, traffica con l’Iran e il resto del mondo. "Le nostre sono pur sempre missioni di pace".

...ascoltarne uno

Mi chiamo Annamaria Malavasi e il mese di Maggio compio 89 anni. “Sono diventata partigiana, dopo l’8 Settembre 1943, a Reggio Emilia, facevo trasporto munizioni, stampa, vettovagliamento. Poi, in montagna, mi hanno insegnato le armi, come usarle e accudirle. Il mio nome di battaglia ere Laila”. Lo presi da un romanzo su una ragazza che combatteva al posto al posto del suo fidanzato ucciso. Era una bella ragazza? “Si, ma noi eravamo state educate severamente, anche nel modo di vestire”. Però sfruttavamo la nostra bellezza. Quando, con le armi addosso, passavo al posto di blocco in bicicletta mi mettevo la gonna stretta, e fingevo di abbassarmela, loro, fessacchiotti, fischiavano e io passavo”. Le è mai capitato di uccidere? “Certo”. Che sensazione dà? “La donna è sempre donna. Ma nel momento del pericolo anche la donna accetta le regole della guerra. Non è facile. Nata ed educata per dare la vita, in guerra la vita la togli. E’ importante che non siamo diventate combattenti per spirito d’avventura. Ci furono torture orrende. Nella mia formazione avevo una ragazza, Francesca, che era incinta, ma era lo stesso così magra, che scappò dalla prigione passando tra le sbarre del finestrino da bagno. Per raggiungerci camminò scalza nella neve per 10Km. Quando il bambino nacque lo allattò da un solo seno perché il capezzolo dell’altro le era stato strappato a morsi da un fascista. Ho visto ragazze con le parti intime bruciate dai ferri da stiro”.

Quanto contava l’amore? “Niente. L’importante era aiutare. Io ero anche fidanzata, lo lasciai quando mi disse che fare la partigiana mi avrebbe resa indegna di crescere i suoi figli. Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. Si dormiva insieme, per terra, nei boschi, ma se uno mancava di rispetto veniva punito. La resistenza ci ha fatto capire che nella società potevamo occupare un posto diverso”. Si è più sposata? “No. Però in montagna, avevo trovato un ragazzo... Lui sì, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso, aveva una mentalità aperta, ma uomini così non è ho più trovati”. Chi era? “Si chiamava Trolli Gianbattista, nome di battaglia Fifa, anche se era coraggiosissimo. E’ morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a 23 anni. L’ho saputo solo 6 mise dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. E’ sepolto al cimitero di San Bartolomeo. Gli porto ancora i fiori... Dev’essere stato importante per me, se mentre ne parlo lo rivedo davanti. L’unico nostro bacio è stato d’addio”. Vuole dire qualcosa alle donne d’oggi? “i diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto nella guerra di Liberazione. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità di garantire un futuro di libertà e democrazia ai figli delle donne”.

Ci sono generazioni che hanno fatto (L’Italia, la grande guerra, la resistenza, il sessantotto). Altre che hanno visto (Genova, l’11 Settembre, L’Iraq). Poco prima di essere ucciso a 27 anni nella guerra di Spagna, Alistair Noon, poeta inglese omosessuale e comunista, scrisse: “
Caro Robert, so bene che combatto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre. Combatto per aver un passato perché un po’ della mia vita riposi intatta nell’accaduto”. Oggi l’Anpi, l’Ass. Nazionali Partigiani - che ha reso possibile l’intervista - conta 150 iscritti (ma da 2006 accettano anche i non partigiani). Nel 2000, dieci anni fa, i partigiani viventi erano 29mila. Oggi sono 10-12mila. SAREBBE BELLO SE, PER LEGGE, OGNUNO FOSSE OBBLIGATO AD ASCOLTARNE UNO. [giacomo papi]

crescereinsieme


Sportello di Consulenza Psicologica e Sociale

Nel cuore della Sanità, presso l’associazione “Crescere insieme” in Piazzetta S. Vincenzo n. 25, apre un centro rivolto a genitori e ragazzi. Il Centro offre gratuitamente: Sportello Di Consulenza Psicologica: Consulenza Psicologica e/o Psicodiagnostica Individuale, Familiare e di Coppia. Consulenza Psicologica per Minori e Genitori. Sportello Sociale: Informazioni su corsi di avviamento professionale tenuti da Regione, Comune ed Enti Privati. Sostegno alla Genitorialità attraverso attività formative. Consulenza rivolta a gruppi di formatori, educatori, volontari che lavorano con i gruppi. Consulenza per le tossicodipendenze

Il centro è aperto lunedì e giovedì: ore: 16:00/19:00. Ogni sabato l’associazione organizza una giornata di aggregazione e convivialità, attraverso animazione, preghiera e condivisione. N.B. L’associazione “Crescere insieme” è disponibile a chiunque abbia possibilità e voglia di donare qualche ora del suo tempo in attività di volontariato. “In una realtà sorda ai problemi del prossimo,noi possiamo aiutarti”. Per informazioni: associazione “Crescere Insieme”, Piazzetta S. Vincenzo alla Sanità, n. 25, Napoli. Tel./ Fax 081/7413064, e-mail: crescere.insiemenapoli@virgilio.it

napoli spettacolare

È impressionante vedere le immagini di guerriglia, di distruzione, di abbandono, di “impossibilità”. I telegiornali nazionali non fanno altro che mandare immagini di sparatorie, di agguati, di vergogna, di indifferenza. Napoli è la città predestinata a questo scempio mediatico ed invulnerabile, incline ad ogni forma di civiltà e di responsabilità. Secondo alcuni intellettuali la nostra città non può essere spiegata, non ci sono argomentazioni, essa è un caso a sestante fuori ad ogni normale caratteristica “scientifica”. Napoli è persa nel vuoto, nel distacco, nell’omertà. Chi subisce questa forma di separazione forzata è la gente, le persone che hanno paura, che vivono nel terrore, nel caos, nella disperazione. Noi restiamo a guardare intrappolati nella nostra “cultura” e chi ci capisce qualcosa è un genio.

Io non sono sicuramente un genio ma vivendo costantemente la città, il mio quartiere, il caos, che sbilancia Napoli, non lo noto, forse non avrò la capacità di vederlo, sono un incosciente, ma la mia esperienza mi suggerisce una altra spiegazione. Non è vero che Napoli è arretrata, che la gente è bigotta, incline alla malavita, alla camorra; le persone di Napoli sono stanche e, mentre le istituzioni rimangono indietro, esse invece vanno avanti organizzandosi e unendosi in modo autonomo. Vivono nel silenzio e nella paura, ma progrediscono nel quotidiano, nel fare, nel costruire alternative. La faccia della malavita è la stessa dell’imprenditore che evade le imposte, che esporta i capitali, che imbroglia sul cemento, che incanta per viltà.

Lo stesso fenomeno avvenne nel 1943. Napoli si difendeva da sola, faceva le barricate, cacciava i tedeschi, sacrificava la sua gente per la terra. Questo sostituirsi allo stato non è stato mai riconosciuto. Le persone morte sono morte per caso, le bombe lanciate per caso, la fame vissuta per stupidaggine. Nella letteratura c’è la famosa nave saccheggiata dai napoletani, non la vita persa di Nicola, Mariano, Roberto e Patrizia. La lacerazione mediatica è frutto della transizione storica, vedere solo per fare sensazione, per la spettacolarizzazione, per l’audience, per la pubblicità, per vendere più armi. Napoli serve anche a questo tipo di economia. [+blogger]


voglia di raccontare

Lidia mi chiama più volte sul cellulare “aiuto, ho voglia di raccontare, di denunciare, di farmi ascoltare”. Quando parla è sempre un po’ agitata, mi spiega quello che le è successo, e io non ho voglia di commentare. Una storia vera ed assurda. Mi spiega partendo dalla fine “hanno scritto una sentenza insensata, hanno dichiarato di tutto, ma com’è possibile?”.

“Ho un figlio borderline. E’ stato ricoverato diverse volte, in casa mi minacciava, avevo paura per le altre due mie figlie adolescenti. Mi sono affidata a dei servizi sociali, e forse questo è stato il mio grave errore. Gli esperti hanno dichiarato che io sono la causa di tutto, del male di mio figlio, di quello che gli è successo. Mi hanno accusato di essere una madre pessima, solo per il fatto che mi vesto decentemente, questo sarebbe sinonimo di trascuratezza verso i miei bambini. Nel frattempo mio marito muore tragicamente in un incidente stradale, i medici del servizi sociali hanno dichiarato la morte poco chiara, come se l’avessi indotto io ad ammazzarsi. Solo perché negli ultimi tempi io e mio marito ci siamo divisi, questo è bastato per formulare una presunta accusa di noncuranza. Mio figlio è stato denunciato da una ragazza per molestie, riesce a scappare illudendo i sorveglianti, me lo ritrovo una sera a casa, mamma mi hanno liberato. Chiamo i carabinieri, non voglio aggravare di più la sua situazione, gli dico che si è pentito, infondo è sempre un malato mentale. Gli assistenti sociali mi chiamano e mi riaccusano un'altra volta. Mi dicono che denunciare è stato una follia e che loro adesso non possono far più niente. Intanto anche la sentenza di primo grado mi accusa, il giudice scrive di una mamma poco affidabile, strana, eccentrica, e forse malata. Faccio fatica a spigare alle mie figlie cosa sta succedendo. Per fortuna la loro intelligenza è superiore alla media".

Non posso e non voglio spiegare di più. Solo queste poche righe bastano per farsi una idea. Le odissee non finiscono mai, la gente è distrutta, giudicata, maltrattata. Una delle sue due figlie cerca di parlare un po’, di difendere la madre spigandomi che ama anche suo fratello. Piange. Lidia invece non si commuove, è forte, è una mamma che non ha voglia di lasciare da sole le sue figlie. Deve lavorare, pensare al suo “bambino” malato, deve difendersi dalle accuse, deve vivere. Lidia è una donna giovane, ma forse questo è il suo problema. Il suo aspetto fisico la tradisce. La crisi ti deve debilitare, ti deve distruggere, ti dive abbattere. Non devi più crescere, non devi più sacrificarti, non devi più illuderti. L’amore non ti serve più, non c’è più spazio per te nella società, debilitati, non aggiustarti più i capelli, non metterti più il rossetto, non andare più a lavorare: forse, vedrai, che il giudice si commuoverà. [+blogger]

lodo elvis

Elvis è morto a 6 anni, a Napoli, ucciso dal monossido di carbonio sprigionato da un braciere alla carbonella, estremo ed unico rimedio contro il gelo, dopo che l’Enel aveva staccato l’erogazione di energia alla sua povera abitazione, per morosità. Era un bambino educato, ordinato e da grande sognava di fare l’ingegnere, secondo la sua maestra. La madre, Manuela, capoverdiana, è in coma. Per i politicanti di governo Elvis a Manuela costituivano una minaccia per la sicurezza del paese. Discutendo di questo immane dramma con mia figlia, mi sono sentito dire: “Papà, se la politica non riesce a salvare la vita ai tanti, ai troppi Elvis, allora la politica non serve a nulla”. In modo semplice ed immediato ha colto l’essenza ultima e vera della Politica con la P maiuscola.

Una Politica che, adesso, deve prendere fra le braccia il corpicino di Elvis e portarlo, con delicatezza, al cospetto di Cristo e gridare tutta l’indignazione possibile, tutto il dolore possibile, versare tutte le lacrime senza risparmiarne alcuna. Poi, con risolutezza, la Politica dovrebbe prendere con mano le migliaia di Elvis costretti a vivere nei tuguri dell’ipocrisia e della menzogna e accompagnarli a scuola, in scuole allegre, colorate, sicure e poi accompagnarli a casa, in case vere, modeste anche, ma dove non vengano mai a mancare l’aria, la luce, l’acqua, il caldo, cibo sano, beni inalienabili della persona.

Mi risulta che in Francia esista una legge di Stato che impedisce al proprio Ente di staccare del tutto l’erogazione di energia e l’obbliga a lasciare un tot di watt. Chiedo ai nostri deputati e senatori di proporre con urgenza una legge simile anche in Italia e di battersi per l’immediata applicazione, con la stessa rapida efficienza con cui fu approvato il Lodo Alfano. Ovviamente, se approvata, una legge simile non potrà che chiamarsi Legge Elvis.

Nel frattempo propongo all’Enel di predisporre la stipula di “Contratti di solidarietà”, con cui l’utente, volontariamente, potrebbe pagare una percentuale in più di energia (1, 5, 10%) da destinare agli indigenti. Che la Politica con la P maiuscola si manifesti in tutto il suo splendore, prima che sia troppo tardi per altri Elvis, perché un bambino non è mai responsabile della sua condizione. [natale sorrentino, pubblicato a dicembre 2009 www.openworldblog.org/2009/12/14/lodo-elvis/]

senza titolo

PER LE STRADE


PER ESSERE


vittoria degli immigrati

Oggi [ieri] alle ore 13.00 sei dei nove rifugiati della nave da carico “ Vera D”, sono stati rilasciati dal CIE (Centro di identificazione ed espulsione) di Brindisi , su istanza del giudice, perché presunti minori. Abbiamo accolto questa notizia con un urlo di gioia: giustizia fatta per gli immigrati, una vittoria per gli attivisti napoletani che hanno difeso passo passo i nove immigrati. Il nostro impegno è iniziato quando il 7 aprile la nave da carico “Vera D”, che batte bandiera liberiana, aveva attraccato al molo 51 nel porto di Napoli, dichiarando di avere a bordo nove immigrati clandestini (erano saliti segretamente ad Abidjan, in Costa D’Avorio). Per motivi di sicurezza, la “Vera D” è stata bloccata dalle autorità portuali fino al 12 aprile, quando gli attivisti anti-razzisti ne sono venuti a conoscenza.

Da quel momento gli attivisti hanno iniziato a presidiare la nave perché non salpasse, dato che il Ministero degli interni vuole che gli immigrati vengano respinti. La lunga trattativa fra la compagnia della nave e gli attivisti si è conclusa nel cuore della notte di quel 12 aprile. Alcuni attivisti , accompagnati da un legale, sono saliti a bordo per incontrare i nove immigrati. Tutti hanno chiesto l’asilo politico e sei di loro si sono dichiarati minorenni. Subito dopo è stato presentato un esposto alla Procura della Repubblica e all’autorità portuale, dove si richiedeva il diritto di asilo, nonché la tutela dei sei minori. Così i nove clandestini (cinque nigeriani e quattro ghaneani) sono sbarcati alle ore 12.00 del 13 aprile. Una bella vittoria questa, in un’Italia che ha votato il “Pacchetto Sicurezza” di Maroni, un’Italia che sta respingendo i disperati della storia. E’ straordinario che il Comune di Napoli abbia dato la disponibilità ad accoglierli.

I nove immigrati sono stati poi trasportati all’Ufficio dell’Immigrazione della Questura di Napoli. Abbiamo presidiato l’Ufficio per tutto il pomeriggio, proprio perché temevamo un colpo di mano. Le trattative tra gli attivisti, i sindacalisti e i rappresentanti del Comune di Napoli con la Questura di Napoli, hanno continuato senza sosta. I nove immigrati sono stati esaminati all’ospedale e trovati tutti maggiorenni: 18 anni di età. Questa notizia ci aveva fatto infuriare perché ci sembrava ovvio che almeno tre erano minorenni. A posteriori, posso dire che la trattativa è stata una farsa ben recitata , perché la decisione era già stata presa dal ministro Maroni a Roma, e alla Questura toccava solo ubbidire. Alle ore 20.00 tentiamo l’ultimo incontro con il dirigente dell’Ufficio. Fu un momento durissimo. Ci disse che i nove dovevano essere trasportati al CIE di Brindisi. Insistemmo sul fatto che c’erano dei minorenni. ”Se ci sono dei minorenni - replicò il dirigente - me ne dispiace.” A quel punto persi le staffe. “Come può un pubblico ufficiale - urlai - dire se ci sono… Ma in che paese viviamo?” ‘Devo ubbidire”, mi rispose. Uscimmo con tanta rabbia in corpo.

E ci disponemmo davanti al portone dell’Ufficio, da dove dovevano uscire i nove per essere trasportati a Brindisi. La Questura inviò un primo scaglione della Celere, guidato da una donna tutta sorrisi. Nel frattempo, altri attivisti arrivavano: eravamo circa un centinaio. Allora inviarono un secondo squadrone della Celere, armato di tutto punto. Ci confrontammo così , faccia a faccia, per mezz’ora. Poi l’ordine di caricarci. Tentammo di resistere, ma fummo travolti. Alcuni di noi riuscimmo a svincolarci e a ritornare davanti al portone. “Dovrete passare sul mio corpo – urlai - voi non potete portare dei minorenni in un lager. ”Uno spintone mi fece barcollare e cadere. “Vergognatevi! - dissi al Dirigente dell’Ufficio Immigrati. “Vai via, sobillatore!”- mi gridò, mentre le gazzelle della polizia sfrecciavano via portando gli immigrati. Ero talmente scosso che mi misi a piangere. Quello che avevamo subito era poca cosa in confronto al grido di dolore dei nostri fratelli, anzi figli, africani. La notizia, oggi, che la Questura di Brindisi ha riconosciuto che ben sei di loro erano minorenni e che sono stati liberati, ci conforta e ci fa sentire che non abbiamo lavorato invano. [alex zanotelli]

una banale caduta

Ieri pomeriggio alla via sanità tre adolescenti, senza casco, camminavano su di una scooter zigzagando tra gli altri motociclisti. L’ultimo passeggero, poteva avere 10/11 anni era seduto sulla sella e, cercando di non cadere, si aggrappava al suo compagno avanti che a sua volta si stringeva il guidatore. Tutti e tre non raggiungevano i 35 anni di età. All’improvviso l’ultimo ragazzino si sbilanciava ulteriormente, facendo sbandare la moto che per fortuna non urtava nessuno ma perdeva impietosamente il suo passeggero. L’uomo/bambino cadeva a terra, un botto “naturale” ma spaventoso, dritto con mani e pancia sulla strada. Un urlo che non veniva sentito subito dai suoi compagni di viaggio che proseguivano. Solo dopo si accorgevano del compagno perso per la via. Quest’ultimo veniva aiutato da un signore a rialzarsi, batteva le mani, sembrava stordito, successivamente intravisto dai suoi amici e dalla folla.

Ho pensato che si fosse fatto davvero male. Guardando bene la faccia del l’uomo/bambino mi sorprendeva il fatto che, appena rialzatosi, il suo viso fosse più intendo a nascondere l’imbarazzo che il dolore che gli procuravano le mani, mosse vertiginosamente su e giù. Credo che anche la pancia un po’ gli facesse male. Gli amici scooteristi, dopo poco, visto che non mostrava paura, sembrava che non si fosse fatto nulla, incominciavano a sfotterlo, a prenderlo in giro per la sua banale caduta. L’uomo/bambino, riprendendo lo stesso posto sul motorino, continuava la sua folle camminata. Dolorante, soffiava sulle sue mani che gli bruciavano, ma un eroe comunque nel praticare la sua normale attività.

Cari genitori, mi complimento con voi e con la vostra sensibilità. Vostro figlio, l’uomo/bambino che avete concepito circa 10 anni fa, aveva rischiato di morire tra l’ilarità dei suoi coetanei. Complimenti per l’amore che provate per quest’uomo, bambino troppo presto per essere un adulto che si imbarazza del suo dolore. Complimenti per la vostra sensibilità, la vostra umana responsabilità. Se questo è insegnare, se la linea sottile che trapassa la vita e la morte non ha nessun valore per voi, allora sentitevi pure fieri di aver fatto un figlio eroe. Avete creato un bambino che, a vostra immagine e somiglianza, un giorno si vergognerà del vostro dolore, dei vostri mali, delle vostre speranze… di averlo messo al modo. [+blogger]