tempo umano

Basta guardare su internet o su molti libri di storia dell’arte per capire che il rione Sanità è un luogo ricchissimo.  Da secoli tutto è rimasto com’è, le cape di morta stanno al loro posto, così come gli ipogei, le catacombe, i palazzi del Sanfelice. E’ cosa risaputa che da qui non si muoveranno. Potremmo parlarne o no, essa resteranno nel quartiere per sempre. Quello che invece molti non sanno, o fanno finta di non sapere, è il fatto che oltre all’arte e alla storia qui, in questo luogo, c’è la gente: ci sono lavoratori, gli artigiani, i piccoli imprenditori, i disoccupati. Investire sulla gente non sembra essere un business, cosa si può ricavare da questa massa di degenerati?

Un tempo l’economia del rione girava intorno ai guantai; vicoli, vie, piazze, salite e discese… tutti lavoravano a contatto con la pelle. Uno studio fatto di recente ha dimostrato come il quartiere fosse un piccolo distretto industriale del guanto. Ma anche le sigarette di contrabbando hanno fatto la loro parte nell’economia così come i falegnami, i ciabattini, i venditori ambulanti. Questi rivoli di economia sono stati il fulcro di una società che un tempo si aggrappava alla famiglia, una famiglia che cresceva usando le proprie strategie e iniziative, una famiglia che si allargava per sopravvivere così come per costruire avendo a diposizione un capitale umana, la creatività, la bravura.

Se tutto questo fosse rivisto come “merce di scambio partecipe”, se si considerasse prima l’uomo e poi la [sua] storia, in questo caso l’arte del rione avrebbe un posto più consono nella gestione. Il capitale umano è di gran lunga più importante di quello artistico. Esso è variabile ed è per questo che deve essere gestito bene; può crescere, svilupparsi, migliorarsi fino a diventare straordinario. Il capitale umano è la variabile indipendente, è una risorsa concreta, è la vita che si riappropria della sua sopravvivenza, non si trasforma ma si lascia trasformare. [+blogger]   

filo pericoloso

Filo pericoloso, quasi altezza uomo, 
in piazzetta san Severo a Capodimonte. 
Sembra filo cavo elettrico alta tensione. Chiediamo intervento immediato delle autorità competenti.    






il carnevale del rione


chi rosica non risica

Il fioraio, il macellaio, la pizzeria e il negozio di scarpe hanno chiuso. Queste attività commerciali sono state rimpiazzate da agenzie di scommesse, pubblicizzate su tutti i canali sportivi. È un controsenso, mentre il lavoro scarseggia aumentano le attività per buttare meglio i soldi?! Due euro non sono poi così tanto, se ne possono sempre vincere 200. Qui nel quartiere, così come del resto in tutta Napoli e anche nelle altre città italiane, grandi e piccole, giocare per vincere è un hobby psicologico, un fattore quasi naturale, dopo la finzione (si scherza). Ma nei momenti di crisi le alternative non sono mai errate anche se deleterie. Dov’è finito il gioco del lotto? Ha cambiato nome, adesso si chiama lottomatica. La speranza è rischiosa e la si porta appesa ad un filo; chi non risica non rosica, e chi rosica può arrivare fino all’osso. Ma in tempi di decadenza, come la decadenza del nostro nuovo Governo, si deve per forza sognare avendo una buona dose d’illusione dalla parte giusta. Non è poi così sbagliato vincere dei soldi per mangiare. Dalla parte di un senza lavoro, con prole, vincere un terno secco è come avere una benedizione. Chi l’ha realmente ottenuto è andato scalzo, il lunedì dell’angelo, a Madonna dell’Arco.

Non può e non deve fare scalpore il poveretto che butta 5 euro per far vincere il suo inganno. Del resto in ogni momento storico vale la massima: Mors tua vita mea. L’accanimento del bisognoso è parte integrate della speranza, è la vita che si ribella alla privazione. Ma non giocano anche i ricchi? Una canzone di diversi anni fa diceva pressappoco così: “il ricco è un mendicate che chiede di continuo senza mai dare nulla in cambio”. La possibilità di vincere è uguale a zero, così come la probabilità che in definizione non esiste. Non esiste il 50% di possibilità, è una finzione. La probabilità non esiste ed è spiegata in tutti i libri di statistica. Una moneta ha una testa ed una croce. Lanciata nell’aria, quando la raccogliamo, la parte visibile è una sola, o la testa o la croce. Questo ci indica che, per il 50% possiamo raccogliere la monete con la testa capovolta e viceversa. Ma non ci dice che è probabile per il 50%, ci dice che possiamo raccoglierla; infatti, se indichiamo un valore assoluto, ad esempio, 100 volte lanciamo la moneta nell’aria e la raccogliamo, la probabilità che esca solo la testa o solo la croce è pari a zero o 100. Io posso lanciare una moneta è raccogliere per ben 100 volte o solo la testa o solo la croce e non c’è nulla che può provare il contrario. [+blogger]

glabalizzazione dell'informazione

LETTERA APERTA AI GIORNALISTI ITALIANI

Caro/a  giornalista, pace e bene! So quanto sia difficile fare oggi il giornalista in Italia, dentro un sistema in cui i media sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. Per questo non ti scrivo per chiederti l’eroismo, anche se in Italia abbiamo avuto tanti giornalisti, che hanno pagato con il sangue, il coraggio di dire la verità al potere, sia esso politico, economico-finanziario o mafioso. Ti scrivo solo per chiederti di mettere qualche “sassolino” nell’ingranaggio dell’informazione, facendo passare qualche notizia in più sui drammi dei più poveri, soprattutto del sud del mondo.

Ti confesso che mi fa tanto male vedere come l’informazione in questo paese sia così provinciale, così centrata sui nostri problemi, così persa nei meandri dei pettegolezzi della nostra vita politica e sociale. Come missionario sono profondamente indignato per il pochissimo spazio dato alle gravi crisi che attanagliano il sud del mondo, in particolare dell’Africa, il continente più vicino a noi. (E solo grazie alle testate missionarie, che gira qualche notizia in più e non nel grande circuito dei media) Non riesco a capire come, per esempio, si parli così poco delle tragedie in atto in quel continente. Penso all’attuale guerra civile in Sud Sudan, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati. Penso alla drammatica situazione della Repubblica Centrafricana, dove si è innescata un’altra spaventosa guerra fratricida. Penso ai bombardamenti in atto nel Sudan contro il popolo Nuba, da parte dell’esercito di Khartoum. Penso a tutta la zona saheliana che vive una stagione di grave instabilità.

Siamo di fronte a immensi drammi umani, a massacri di popolazioni inermi, a milioni di rifugiati che ora premono alle porte dell’Europa. E tutto questo in un incredibile silenzio stampa. Ricevo ogni giorno appelli di missionari che chiedono di far conoscere i drammi dei loro popoli. Ma è quasi impossibile far passare tutto questo nei media nazionali. Siamo di fronte alla “globalizzazione dell’indifferenza” , come ha detto Papa Francesco a Lampedusa.

Caro giornalista, mi appello a te, alla tua umanità, perché tu possa darci una mano a far conoscere il grido di dolore di tanti uomini, donne e bambini. Te lo chiedo perché porto, da una vita, nella mia carne,  la loro sofferenza. Ma anche perché come giornalista, ho pagato caro l’aver detto la verità al potere. Caro giornalista, vorrei che anche tu potessi aiutarci, invitando i tuoi colleghi a fare altrettanto. Se tanti giornalisti della carta stampata, del web, della radio e della televisione dessero solo un piccolo contributo, avremmo un miracolo informatico. Caro collega, non ti chiedo l’eroismo, ma solo un po’ più di coraggio e di passione. [alex zanotelli]


il mattino: vergini e cinesi

Il 14 gennaio scorso il mattino di Napoli ha pubblicato un articolo dal titolo “vergini e cinesi nel rione sanità l’inferno dei vivi”. Due pagine intere dove, in parte, si paragonano i clochard che sostano in piazza Cavour, la munnezza di salita cinesi e i sotterranei della via s. m. Antesaecula. Ho la pagina del giornale davanti e cito un pezzo (copio testualmente ciò che ha scritto l’articolista Pietro Treccagnoli): “Alla Sanità, se passeggi, se ti guardi attorno, sgamano subito che vieni da fuori. Cercate qualcuno?, domandano con un sorriso stirato i ragazzi in motoretta. Non si capisce se è gentilezza o controllo del territorio. Sei sospetto, soprattutto perché non sei straniero. Hai la stessa pelle loro e perfino il medesimo accento. Potresti essere una guardia. Occhio. Non ti mollano. Poi sembra che sono andati via ma li trovi fermi, davanti ad un bar. Scompaiono. Poi ricompaiono affacciati ad un balcone e ti guardano beffardi. Infine, sono seduti in una Smart, ti passano accanto, aprono il finestrino per farsi riconoscere. Prendiamola come una scorta non richiesta, ma necessaria. Alla sanità ti ammali e puoi farti male. Ma se sei innocuo, esci sano come sei entrato”.

Non mi piace estrapolare una parte di un articolo e commentarne il contenuto, ma questo segmento mi ha fortemente incollato al giornale. Mi surriscaldavo ogni qualvolta superavo una riga, per poi riprenderne un’altra. Non sapevo se stavo leggendo qualcosa di vero, qualcosa di falso, oppure una scenografia cinematografica. A me che sono nato e vivo nel rione da sempre scritti del genere fanno sbellicare dal ridere. Non capisco perché i giornalisti devono recarsi sul posto quando una montagna di [s]letteratura è a loro disposizione. Decine di “scrittori” hanno già scritto cose del genere, basta cercare su internet o su altri quotidiani napoletani e nazionali. L’effetto dispregiativo ormai non mi va più di commentarlo, quello che mi dispiace raccontare è come dallo stile descrittivo si è passati a quello sensazionalistico. Per fortuna che non sono io il primo a dirlo, capisco che scrivere è una professione piuttosto difficile, per lo più antiquata, ma spesso la disinformazione ha dalla sua parte l’etichetta, uno stampino fatto apposta per essere usato al momento giusto.

Premesso che l’effetto di incollarti al giornale sia la formula giusta, così come il titolo e il sottotitolo, l’altra cosa che maggiormente mi dispiace è veder raccontare un luogo senza mai realmente criticarlo. Nello scritto di cui sopra non c’è una critica, non ci sono parole per cui un cittadino della sanità può trarne insegnamento, per cui si possa dire ad un bambino o ad un adolescente: “leggi che ti acculturi”. Quello che c’è scritto nell’articolo, e in quelle poche righe che ho riportato, è per lo più la spoliazione di un’anima o delle anime di Napoli, e in questo caso, del quartiere Sanità. E la valutazione di un effetto prevaricatore, il contrario di quello che dicevano De Sica ed Eduardo, pur citati dallo stesso Treccagnoli. Quello che c’è scritto nella pubblicazione è la valutazione di una politica che mette tutti contro tutti, il buono e bravo acculturato scrittore che rimprovera i suoi figli distratti; l’eroe che, lungimirante, cerca uno spiraglio nella sua paternalistica funzione, quello che insegue la verità nei suoi giudizi di valore.

“Non è sicuramente questa la letteratura che voglio insegnare a mia figlia”, mi ha detto un commerciante dopo aver letto l’articolo de “Il Matttino”. Nelle scene dei registi neorealistici il personaggio povero, sporco, ladro e balordo ha un suo spirito così come una sua “identità”; alla via Cinesi Mastroianni e la Loren hanno raccontato prima di tutto la gente, l’umiltà, la capacità di organizzarsi nella povertà e nel bisogno. Eppure in quegli anni la criminalità esisteva pari ad oggi, forse superiore e più cattiva, per certi aspetti. Raccontare come in un film dell’horror - prima della trama c’è l’emozione, la suspense, lo stordimento - è una condizione essenziale della stampa attuale. Scrivere senza cognizione di causa è una prerogativa che fa mala alle generazioni future; la letteratura da tavolo è superata così come l’eroe/politico che abbraccia la sua croce per il bene altrui. 

Se raccontare un rione, e i suoi 60 mila abitanti, vuol dire raccontare la trama di un film va più che bene; ma un film è pur sempre una finzione mentre la realtà è qualcosa di altro, qualcosa di normale, qualcosa che, quando la racconti, non ha uditori né pubblico. Ci saranno pure dei fetenti nel rione? Ma certo! ‘O marjuolo è marjuolo a Napoli, a Milano, a New York, a Calcutta e nel Burundi’, parafrasando un celebre difensore della povertà. La realtà è sfuggita di mano perché è semplice e la semplicità nessuno più ormai la sa descrivere. [+blogger].  

guinness 2014

Sono 2 settimane che questa voragine pericolosissima "parcheggia" indisturbata alla via Sanità 


I consiglieri della Municipalità camminano solo per le vie dei Colli Aminei?


Aspettiamo che una moto ci caschi dentro?, che un sampietrino colpisca un bambino?, che si apra maggiormente? Per caso è previsto una buca per il guinness dei primati 2014?   


titoli di giornali

“Alcuni ragazzini hanno scagliato qualche pietra contro l’auto dei carabinieri”. È vero? Non è vero? Titolo de Il Mattino sensazionalistico così come tutta la stampa italiana. Sembra che i giornalisti non sappiano far meglio che scrivere notizie, quelle che sentono, che magari non hanno mai visto, quello che detta il senso comune e a volte l’insulsaggine. Non si risparmiano ne Repubblica Napoli, né il Roma, né Cronache di Napoli. È un problema della stampa italiana, ma non solo; anche fuori dai nostri confini c’è voglia di vendere piuttosto che informare. Il mattino ieri sul suo sito ha anche mostrato un video che tradisce le aspettative, non si vede nessun adolescente lanciare pietre, chi sa cosa volevano mostrarci.

Sant’Antuono questa volta farà il miracolo? Dobbiamo imparare ad usare un nuovo linguaggio, a scrivere in un altro modo, magari inventarci un’altra lingua italiana. Queste continue etichette sono superate, non fanno bene a nessuno e creano differenze preoccupati. Inutile che poi un tale racconta che un talaltro eroe sta salvando vite umane per far credere che non è tutto marcio, che non si scrive solo per diffamare. La non conoscenza è un notizia senza riscontro. La non conoscenza abbatte l’informazione, che è la base della comprensione, della acquisizione, del cambiamento. Molti, moltissimi giornalisti hanno la responsabilità di questa grave mancanza, mancanza che gravita intorno ad una logica economica piuttosto che culturale. [+blogger]         

i rovesci dei lavoratori

È da diversi anni ormai che nella busta paga non ci sono più la tredicesima, il trattamento di fine rapporto, le ferie, gli straordinari, per non parlare della quattordicesima mensilità. I contratti di lavoro, flessibilissimi, hanno sradicato dal “linguaggio comune” i diritti dei sottoposti facendo percepire che le differenze non esistono. È altrettanto palese che le paghe mensili sono diminuite, che accettare un lavoro oggi è una virtù, per non dire fortuna, che rinunciare invece è da scellerati.

Queste che oggi possono chiamarsi sottrazioni, sono state il sale della pluralità, dei diritti che attualmente si rovesciano prepotentemente nella normalità. Ho sentito dire ad una mia amica che ha dovuto rinunciare al suo contratto a tempo indeterminato, previo ricatto e licenziamento, “se vado in ospedale devo prendermi una mezza giornata di ferie”. Tutto nella totale abitudine, così come rinunciare ad avere uno stipendio equo, la liquidazione, i trasferimenti, ecc ecc.


Quello che mi fa più paura è che nel linguaggio comune i diritti di cui sopra sono spariti. La percezione di una occupazione continua e costante è definita prestigiosa. Il lavoro, ossia la fatica fisica e mentale, dei lavoratori è inesistente. La percezione dei diritti, così come le loro definizioni, sono sparite dalla mente, dal linguaggio, dalla normativa. Quello che resta, e che hanno voluto che restasse, è la gratitudine che oggi c’è nei confronti di chi vende i rovesci dei lavoratori. [+blogger]     

guardare una partita

Guardare una partita di calcio della serie A è come vedere due multinazionali in competizioni. Così come la concorrenza sleale, l’aggiotaggio, il marketing aggressivo, in campo scendono (compresi gli allenatori), 24 star del cinema televisivo, testimonial di pubblicità e fedeltà. Gli ingaggi parlano con gli inserzionisti e i manager, il giocatore è venduto alla stregua del panettone di Natale, dell’uovo di Pasqua, del viaggio a Dubai. Con beneficio di quest’ultimo per il prestigio, la ricchezza e la notorietà, assieme ai calciatori vengono venduti anche tutti i tifosi, quelli che ogni domenica pagano il biglietto, si abbonano o comprano pacchetti televisivi. 

Il calcio mercato, le partite truffate, il calcio scommesse sono tutte varianti di un sistema economico e finanziario che compra merce in cambio di divertimento stratificato. Le differenze hanno un prezzo laddove lo scarto tra un oggetto e l’altro rende l’uno inferiore. Il tratto distintivo, spiegato con un esempio, è quello di un operaio che per 40 anni ha lavorato alle dipendenze senza ricevere il trattamento di fine rapporto. Oggi la precarietà sogna la liquidazione, così come noi tutti sogniamo lo scudetto e la champions league della nostra squadra del cuore. [+blogger]