oroscopo preventivo


per i nati acquario

Se pensi che tuo/a marito/moglie ti faccia le corna, signore/a acquario, ti consiglio di chiedere aiuto allo scrittore Fialho de Almeida. Se lo conosci buon per te, se invece non sai di chi sto parlando, ti assicuro che fino a poco tempo fa non lo conoscevo neanche io. Insomma, se hai voglia di sapere se c’è tradimento, Fialho ti parlerà così: “Eh, Eh! … Quando il mio collega, l’Eterno, abbandona i suoi clienti, loro si ricordano di venire da Satana. A lui vanno tutti i frutti buoni della terra e a me tutte le cause perse. E adesso viene pure questo. Che cosa vuoi da me?”. Terribile, un racconto portoghese fiabesco all’interno del libro dal titolo “Quando il diavolo ci mette la coda”. Lo scrittore, di estrazione borghese, prese una laurea in medicina che non uso mai, così come una moglie per interesse che non “uso” mai, così come la sua vita monotona che non uso mai… fino alla brillante sensazione di suicidarsi per le allucinazioni.

per i nati pesci

In un film straordinario interpretato da un altrettanto straordinario Jack Lemmon, la condivisione di una casa “squillo”, quella del protagonista, è divisa tra diversi impiegati di una azienda che a turno affittano l’appartamento per le loro avventure extra-coniugali. Il film è girato benissimo, con il solito Jeck Lemmon nei panni di un intelligente arrampicatore: la sua “ingenuità” espressiva nel recitare è così brillante che vestire i panni di una specie di “magnaccio” incute rispetto per l’innocenza che esprime e per la semplicità che emana. Se hai voglia di fare la stessa esperienza, magari coinvolgendo i tuoi colleghi di lavoro, caro/a pesce, ti consiglio di intraprendere la stessa esperienza del protagonista del film, con una lieve differenza però: la condivisione deve essere permanente, un “darti gratis” totale: presterai la tua auto, i tuoi vestiti, le tue cose, la tua intelligenza… incominciando a vivere veramente sottraendo le divisioni che addizioni giorno per giorno. [librifilmsanità]

trasferta al san paolo

Napoli è il suk di piazza Garibaldi. La stazione fresca di restyling post-moderno. I Frecciarossa e gli Espressi che portano al Nord le speranze delle loro rispettive e antitetiche utenze: colletti bianchi contro scugnizzi, fighette contro chiattone. Chi parte e chi resta: chi sospira di malinconia, guardando sfilare al finestrino il boschetto di grattacieli del centro direzionale; e chi rimane con un pugno di mosche e un groppo alla gola dopo aver caricato valigie e fidanzata sul vagone appena sparito dietro Gianturco. I tossici ammucchiati alla fermata davanti al Mc Donalds, in attesa dell’autobus R4 per Scampia. I tassisti ufficiali e quelli ufficiosi che indifferentemente sbraitano senza pudore a caccia di clienti. Le macchine che sfrecciano selvagge, e i pedoni che scattano (più veloci di Lavezzi in contropiede) sulla roulette russa delle strisce pedonali. Un furgone con l’altoparlante che pubblicizza il prossimo film in calendario al cinema a luci rosse di piazza Mercato: musica e orgasmi simulati in sottofondo. Le ciambelle, i bomboloni e i cornetti taglia extralarge esposti nelle vetrinette esterne dei bar, che promettono colazioni goduriose e inimmaginabili a Genova. Il caos del cantiere della metropolitana che taglia la piazza in due. I tappeti di abbigliamento e cianfrusaglie contraffatte stese dai senegalesi dirimpetto ai negozi degli italiani: ininterrottamente, pacatamente, serenamente, per chilometri di marciapiede, fino in fondo al Rettifilo.

Napoli è la bellezza scollacciata del rione Sanità. Il quartiere più verace del centro storico. Il posto dove è nato Totò, dove Sofia Loren ha stregato Marcello Mastroianni in “Ieri, oggi e domani”, e dove la percentuale di abbandono nella scuola dell’obbligo è del 60%. Il posto che pur essendo centralissimo, autentico e impregnato di storia sembra dimenticato dai napoletani, con la maggiore arteria di comunicazione che per collegare piazza Dante a Capodimonte passa sopra la Sanità anziché dentro. Il posto dove se mamma, babbo e bambino sgusciano insieme con lo scooter tutti e 3 senza casco nessuno si meraviglia. Il posto dove la pavimentazione è tutta buche, e ogni intonaco scrostato. Il posto dove non c’è una saracinesca abbassata né un locale sfitto, dove gli alimentari e i fruttivendoli magari si arrangiano fra mille furbizie ma in compenso non l’hanno ancora data vinta al supermercato. Il posto delle contraddizioni tragicomiche, dove le cartacce infestano le strade, ma anche dove i cassonetti più strabordanti sono le campane dei rifiuti diligentemente e inutilmente differenziati. Il posto dove tutti se la prendono coi politici trafficoni ma dove tanti accettano per due lire di regalare il loro voto agli stessi trafficoni. Il posto dove gli uomini comandano ma a lavorare sono soprattutto le donne. Il posto dove i panni sono stesi di traverso come dei festoni, dove il portale della chiesa barocca diventa la porta di un campo di calcetto, dove basta un goccio di pioggia per mandare in tilt le fognature, dove nelle intercapedini fra un isolato e l’altro spuntano orti urbani poetici. Il posto dove i condomìni sono a misura d’uomo e la gente si conosce: si saluta, si relaziona, a volte si aiuta a volte si accapiglia ma di sicuro non si ignora. Il posto dove il teatro si annida in ogni dove: nella gestualità dei negozianti che sommergono di chiacchiere e attenzioni ogni sconosciuto appena entrato; e nella falsa intimità degli appartamenti al piano terra, dove le porte finestre non hanno imposte e le casalinghe disinibite in vestaglia sembra lo facciano apposta per farsi guardare.

Napoli è la casa di padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano più famoso d’Italia, un prete che è passato dall’Università di Cincinnati alle baraccopoli del Kenya, che coi suoi articoli e i suoi palasport gremiti ha portato in Italia il grido dei poveri del mondo, vittime delle grandi ingiustizie e disuguaglianze planetarie, e che a quasi 70 anni ha scelto di trasferirsi alla Sanità: lui, trentino tutto d’un pezzo, insieme ai diavoletti screanzati che parlano solo in napoletano. In quasi 10 anni di Sanità padre Alex ha coagulato intorno a sé un crogiolo di energie solidali. C’è Antonio che dal suo bugigattolo di monolocale anima un blog quotidiano e progetta di far decollare a breve una web-radio di quartiere. C’è Anna che ogni sera cucina per 80 persone senza tetto, convergenti alla Sanità da tutto il circondario per la tregua di un pasto caldo e un letto pulito dentro l’oasi del centro La Tenda. Ci sono Angela e Anna Maria, che hanno unito le mamme del quartiere bene del Vomero e quelle ruspanti della Sanità per gestire insieme un servizio itinerante di pronta assistenza agli homeless partenopei. E c’è Mauro, un romano pazzo scatenato, che dopo una vita da operatore sociale ha mollato il lavoro e le sicurezze per condividere le utopie, i progetti e le battaglie di padre Alex alla Sanità: dalle campagne per l’acqua pubblica a quelle per la raccolta differenziata nel quartiere, dal doposcuola per gli scugnizzi al progetto di microcredito e ai corsi di italiano per immigrati. E’ grazie a Mauro che le porte della Sanità e di casa sua mi si aprono per due giorni intensissimi, sempre a piedi: fra artisti di strada e pezzi di società civile che ridanno vita a un parco pubblico degradato di Montesacro; fra pizze da sogno e srilankesi ubriachi ciondolanti in piazza Cavour; fra nugoli di assistenti sociali che denunciano la loro precarietà di lavoro a suon di tarantella nel cortile del Maschio Angioino; fra cene galanti a casa di biologhe carine e caffè arrangiati a casa di intellettuali rifondaroli comunisti maledetti. A spasso per via della Sanità non facciamo in tempo a camminare cinquanta metri che qualcuno urla “Mauro!”. La gente lo saluta, se lo coccola, non lo capisce fino in fondo (perché sto romano capatosta si ostina a vivere qui, senza soldi, senza arte né parte? Perché vive come un prete senza essere un prete?), ma non per questo smette di volergli bene.

Napoli è fame di calcio. Fame di rivalsa nei confronti del Nord ricco, efficiente e prepotente, la cui superiorità emerge senza storia nell’economia ma molto meno facilmente nel gioco della pedata. Voglia di rispondere a suon di gol alle canzoncine idiote sui napoletani colerosi e vergognosi. Voglia di sognare, di tenere alta una bandiera con orgoglio, di dimostrare che l’Italia che vince siamo anche noi. Il Napoli secondo in classifica nel pieno del girone di ritorno, vent’anni dopo il mito di Maradona - la cui foto un po’ ingiallita resiste come un totem sulle pareti di locali pubblici e portinerie – lontano, epico, certo, ma ora diventato di colpo meno inavvicinabile del previsto. La fame è quella che porta 50mila spettatori allo stadio San Paolo in una partita tranquilla contro una Sampdoria qualunque. La fame sono le code chilometriche degli spettatori davanti ai cancelli chiusi, a più di 2 ore dal fischio d’inizio. La fame sone le torme di bagarini e venditori ambulanti che si fregano le mani come ai tempi d’oro. La fame è la parola scudetto sulla bocca di tutti, è incredulità e gioia sfrenata.

Napoli è il Napoli. Questo Napoli. Il Napoli del presidente De Laurentis, che anno dopo anno riesce a migliorare qualità della squadra e posizione in classifica. Il Napoli di Mazzarri, il nostro ex allenatore che ha inventato un 3-4-3 scoppiettante, e rispetto ai tempi di Genova è diventato anche meno buzzurro e meno presuntuoso. Il Napoli del tridente delle meraviglie, che inventa giocate e corre ai limiti dell’impossibile, che fa impazzire lo stadio e fa vergognare gli 8 sampdoriani assiepati insieme a me nello spicchietto al piano terra fra curva e tribuna. Noi, comprimari a nostro discapito del Napoli show, illusi da un avvio discreto e poi sepolti da una valanga di gol e azioni, mimetizzati in mezzo a uno spreco di 30 poliziotti e 15 steward. Dopo il mercato di gennaio in stile finanziaria di Tremonti, un bel 4-0 era quello che ci voleva. E in più, ecco nel secondo tempo il colpo di grazia dalla radiolina: la doppietta di Pazzini, la voglia di scomparire. Tutto nero. Anzi no, tutto azzurro. Come lo stadio, o almeno tre quarti di esso, che si colora di sciarpate e sul finire esplode in un boato canoro. Tutti in piedi, tutti a intonare il coro più bello e inimitabile. “Oh vita, oh vita mia…”. Beati loro, e peccato per qualche scemo della curva A, proprio accanto a noi, che trova il coraggio nel pieno del trionfo di cantare “figlio di…” a Cristiano Lucarelli, di augurarsi il ritorno in serie B della Samp e (dulcis in fundo) di fischiare “Oh vita mia” contro il resto dello stadio. Roba da psichiatria, purtroppo. Napoli è la lontananza dalla Samp di Alessio, un ragazzo di 25 anni, partenopeo del Vomero, professione rappresentante non so di che cosa. Trasferte intime e impossibili come quella di domenica scorsa regalano incontri come questi. Arriva allo stadio con le stampelle e la felpa SAMPDORIA: dall’italiano pulito e pettinato che sfoggia fin dal primo approccio capisco che lui con la Sanità non ha niente a che vedere. Durante il secondo tempo ci ritroviamo accanto, anneghiamo insieme nella goleada di Fuorigrotta.

Poi, a fine partita, Alessio si offre per fare da guida a me e a un altro lupo solitario di Genova nella non facilissima operazione di allontanamento dallo stadio San Paolo. Ci carica in macchina, con le stampelle si mette alla guida. “Lo so, non potrei”. Ma figurati, e poi siamo a Napoli no? Durante il tragitto nel magma del traffico impazzito in stile vittoria dell’Italia ai Mondiali, cominciamo a scambiarci flash e aneddoti blucerchiati. La galleria di Mergellina, lungomare Caracciolo, le luci della sera, vedi Napoli e poi muori. Finché Alessio non mi spara la bomba: "Sai, sono abbonato alla Samp". All'inizio non ci voglio credere. Poi comincia a elencarmi orari di treni, tragitti notturni, coincidenze, luoghi di Genova. E allora comincio a pensare che sia vero. Ottocento chilometri all’andata e ottocento a ritorno per ogni partita. Da solo. Non so voi, ma dopo le cessioni di Cassano e Pazzini io ho trovato il mio nuovo idolo. La Sampdoria siamo noi. [tommaso giani, tifoso sampdoriano]


uccellacci e uccellini


vittime

Giovedì 27 gennaio si è celebrata la giornata della memoria, in ricordo di quando, nella stessa data di molto tempo fa le truppe sovietiche aprirono i cancelli di quello che divenne da allora in poi sinonimo di orrore: quelli del campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, dove si consumò gran parte della "soluzione finale" nazista al problema ebraico in Europa, e dove trovarono la morte una parte consistente dei sei milioni di ebrei ufficialmente registrati. Altrettanto numerosi furono i dissidenti politici, ma anche molti cristiani di tutte le confessioni, testimoni di Geova, omosessuali, zingari, il cui numero esatto di vittime ingoiate dal loro olocausto, il porrajmos, non è certo, sono vittime dimenticate.

Ricordare è giusto, ma se si onorano le vittime di ieri, è giusto non dimenticare i tanti olocausti silenziosi o più o meno rumorosi che a scadenze alterne o quotidianamente si consumano più o meno lontano da noi. Solo vent'anni fa a quarant'anni dalla seconda guerra mondiale e dalla scoperta dei campi di concentramento, nella ex Jugoslavia si è svolto il più grande massacro dei Balcani, quando si sperava che mai più in Europa si assistesse a pulizie etniche, poi il Ruanda con il massacro tra tutsi e hutu, favorito anche e soprattutto dagli interessi della grandi potenze ex coloniali, in particolare Belgio e Francia, e poi il Sudan, la Somalia.

Perché la memoria non diventi vuota retorica, cerchiamo di non commettere l'errore di non vedere, come fecero tutti allora. Altre leggi razziali si stanno attuando sotto i nostri occhi: in Italia, dove un governo influenzato dall'ideologia becera della Lega Nord, ha imposto leggi inumane che vanno contro ogni buon senso e contro ogni norma del diritto, Sarkosy in Francia, che ha deciso la deportazione (è il caso di dirlo) indiscriminata di molti rom, tutto in nome di un concetto di sicurezza che mira più a scatenare guerre tra poveri, che al vero interesse della cosiddetta società civile, tutto per difendere il posto privilegiato alla tavola del benessere, quasi come in un senso di assedio come raramente è capitato nella storia dell'umanità, forse come deve essere capitato nel passaggio dal mondo antico all'età di mezzo.

Come dimenticare i bambini del campo rom del Triboniano a Milano, che un giorno sono stati sfrattati con le ruspe, e che un gruppo di maestre coraggiose e appassionate della loro missione (si, perché insegnare non è un lavoro come gli altri), erano riuscite a portare a scuola. Cosa penseranno quei bambini? Che sono condannati ad essere per sempre ai margini per il fatto di appartenere ad una razza "sbagliata"? E che dire dei barconi di disperati respinti in Libia, e senza che spesso vengano soccorsi? E' per queste nuove vittime della storia che è nostro dovere vigilare, affinché non venga fatta anche a noi la domanda che abbiamo fatto ai nostri padri e nonni: " e voi, che cosa avete fatto?" [vincenzo minei]


la merda di napoli

La squadra del Napoli è forte, è al secondo posto in classifica, ha comprato un difensore bravissimo e sta per acquistare un centrocampista ed un altro attaccante, e così si può anche vincere lo scudetto. Dobbiamo crederci davvero, basta con il superpotere delle città del nord. Allegria, allegria la rinascita è vicina. Noi tutti a vedere le partite del Napoli, guai se il segnale facesse cilecca, sarebbe la rivoluzione.

Eppure la gioia del calcio cheta la merda che i politici napoletani hanno scaricato nel golfo di Napoli; la felicità di vedere la nostra squadra del cuore vincere abbassa la rabbia di sapere che ci mangiamo le pesche avariate, le patate ossidate, il latte putrefatto. Bisognerebbe che gli 80mila, che ogni domenica vanno allo stadio, più tutti quelli che vedono la partita in tv, spegnessero all’improvviso il loro entusiasmo svolgendo la stessa azione che oggi svolgono i cittadini dell’Egitto.

Buttare fuori dal Comune, dalle Municipalità, dalla Regione tutti quelli che già c’erano e quelli che, invece, si sono insediati ora. Bisognerebbe bruciare le loro auto blu, scassare i loro telefonini, appenderli per la cravatta, smontare i loro condizionatori, farsi ridare tutti gli stipendi che hanno guadagnato, cacciarli dall’Italia. Hanno infettato il golfo di Napoli, hanno infettato la nostra terra.I tifosi del Napoli scrivono molte cose che non vengono riportate dai giornali. Molti hanno la loro dignità e sanno che forse qualcosa può cambiare grazie alla loro azioni.

Mentre nell’oscurità e nel silenzio si aspetta, un altro essere umano, in chi sa quale ospedale della Campania, sta morendo per insufficienza cardiaca o respiratoria, con un enfisema polmonare o una allergia acuta. Con la schiuma in bocca e gli occhi stralunati possiamo sempre pensare che stia guardano la partita. Forza Napoli. [+blogger]

omaggio


senza titolo

Va via dal quartiere,
si è scocciato di fare il volontario
e ha deciso di lasciare per sempre il rione.
Buona Fortuna!

socianimal

Noi siamo nello spazio, divisi tra tempo e sociale. Siamo sulla terra, con il sole che ci riscalda, con le nuvole che ci fanno bere e con l’aria che ci fa respirare. A volte, però, ci scordiamo di essere degli animali e ci ricordiamo solo di essere umani. Egocentrici, per noi gli animali non sono terrestri, per noi gli alberi non sono terrestri, né le montagne, né mare. Non sappiamo di essere un tutt’uno, non sappiamo cosa significa ecosistema, non sappiamo cosa voglia dire spreco né riuso né dispendio. Se avessimo bene in mente che senza l’uno non potrebbe vivere l'atro allora saremmo più consapevoli delle nostre scelte e delle nostre affermazioni.

Ammazzare un insetto è come ammazzare un terrestre, anzi, significa ammazzare un essere che è vive come gli umani e serve agli uomini. Così come il concetto di spreco di acqua, di spreco della terra, delle materie prime, così come lo spreco dei vestiti, delle tv, dell’auto, del gas, delle parole. No, forse adesso le parole non c’entrano, ho forse si… perché decine e decine di parole forse non bastano per sradicare la diffusa concezione commerciale, l’invasione che l'economico ha insinuato nel nostro cervello e nella nostra cultura. A volte scambiamo l’affermazione risparmio con l’esosità, la tirchieria, scambiamo il mangiare poco o quello che serve per vivere, per avarizia.

A volte ci scandalizziamo se una persona senza fissa dimora piscia per la strada e non ci vergogniamo, invece, di vedere che un uomo cammina su di uno scooter portando sulla coscia un bambino di pochi mesi. La differenza è capire se la cosa è legittima o se non lo è. È legittimo salvare la vita ad un uomo sacrificando quella di un’animale. Per noi uomini la vita dell’animale vale meno. Infatti picchiare un povero cristo, anche se è un po’ tonto, perché piscia per la strada equivale al non riconoscere che un atto così vile, come quello di mettere in pericolo un bambino, abbia origine nella nostra capacità di rendere legittimo, proprio come se stessimo paragonando la morte di un animale e la morte di un uomo.

Come non ci accorgiamo che schiacciando una lucertola uccidiamo un nostro simile, un terrestre per l’appunto, così allo stesso modo non ci sfiora minimamente l’idea che la vescica del povero uomo vale quanto la vita del bambino. [+blogger]

che meraviglia le primarie

Abuso, brogli, contraffazione, ricatti… tutti gridano e si indignano. Le primarie a Napoli, per il posto di un candidato sindaco, questa volta, però, escludendo la sindachessa, si sono svolte serenamente senza che i bravi sfidanti annunciassero il golpe. Strana coincidenza, si ammazzano con le parole vicendevolmente, si indignano, annunciano ricorso e dicono che è una indecenza. Ma non capisco, se è una indecenza, perché partecipi? La democrazia non è un regime perfetto, anzi, direi, che è l’imperfezione per eccellenza, anche se non fai quello che è previsto dalla norma puoi però sempre contestare: contesti contro il muro, contro il silenzio, contro il paradosso ecc, ecc.

Uno inciso di Mauro Migliazza: “Sembra che nel nostro quartiere siano stati pagati i voti, triste figure, ombre trapassata che spicciolavano misera nell’ilarità generale. Anche chi era di un altro partito, di un’altra tendenza, si è fatto accalappiare dalla rete della “solidarietà”.

Certo i principi normali affermano che chi perde deve accettare la sconfitta, invece ormai non c’è più decenza si sbraita e si arraffa nel sospetto che tutti siano abusivi. Ed è vero! Una condizione inaudita che è fallita prima ancora di cominciare. Allora voi candidati e scandidati sindaci, se non siete capaci neanche di organizzarvi per conto vostro, sarebbe meglio che lasciasse stare concetti come voto, partecipazione, democrazia diretta. Tanto lo sapete che non esistono, che questi principi sono falsi, sono una invenzione del popolo ignorante … [+blogger]

sostiene le ragioni