io smanifesto... ancora

NON VOTARE CHI SPORCA IL QUARTIERE E LA CITTA'.

ADERISCI ALL'INIZIATIVA IO SMANIFESTO

CONTRO CHI ATTACCA I MANIFESTI IN MODO SELVAGGIO

CONTRO CHI PRIMA DI ESSERE VOTATO GIA' COMMETTE ILLECITI

CONTRO CHI DISTRUGGE I PALAZZI STORICI DEL RIONE

CONTRO CHI ILLEGALMENTE ABUSA DELL'INDIFFERENZA

CONTRO CHI MANIFESTA SENZA SMANIFESTARE


ni hombres ni mujeres

ADOTTA UN ARTICOLO, NUOVARUBRICASANITA’
Può sembrare un paradosso che il primo gruppo che ho incontrato all'arrivo nel sudamerica machista sia stata la comunità TTTI: Travestis Transgender Transexuales Intersex argentina. Ed effettivamente è così. La cosa liberatoria dei paradossi però, scriveva Deleuze, sta precisamente nella loro capacità passionale di spezzare l'unidirezionalità del pensiero e di aprire varchi in direzioni impreviste. Questa la meraviglia della comunità TTTI: la capacità di rompere con il pensiero di genere tradizionale e di aprire a prassi e formulazioni teoriche nuove. Due premesse. Primo: la letteratura che si sofferma sui travestis argentini è ancora scarna ma espressiva: da Lohana Berkins, attivista travesti argentina lucida, passionale e combattiva che nel 1995 ha contribuito a fondare l'ALITT (Asociación de Lucha por la Identidad Travesti y Transexual) e che si autodefinisce “un travesti, una donna, socialista, indigena, grassa, povera, di colore, lavoratrice e di più”, che vorrebbe “creare un mondo in cui essere accettata per tutto quel che sono.” Josefina Fernandez, la prima a rompere il silenzio nel 2004 con Cuerpos Desobedientes e poi curatrice con Lohana Berkins di La Gesta del Nombre Propio nel 2005. Mauro Cabral, attivista trans ed intersex di Cordoba. Amalia E. Fisher Pfaeffle e Diana Maffìa, responsabile Pari Opportunità della Ciudad de Buenos Aires e autrice del recente Sexualidades Migrantes. Il contesto in cui questi autori scrivono (ed è la seconda premessa) è un contesto contraddittorio e intricato. Figli ripudiati di un continente tradizionalmente machista, che nella città di Buenos Aires trova un'“isola felice” ancora contraddittoriamente oscillante tra conservatorismo e cosmopolitismo; cugini poveri e declassati del movimento gay bianco in America del Nord, che mantiene un'egemonia di nazionalità, di classe razza genere e di mille cose ancora sul movimento LGBTTTQI sudamericano; e bersagli di istituzioni che continuamente li ricacciano nell'assimilazione, i travestis argentini si trovano a subire una marginalità multipla, ironicamente costretta tra una visibilità prorompente ed una invisibilità gelida. I dati relativi alla segregazione istituzionale sono tremendi: il 90% dei travestis argentini arriva a Buenos Aires dalle province eteronormative del nord e secondo una inchiesta dell'ALITT solo l'11% all'arrivo in città riesce a lavorare fuori dal mercato della prostituzione. La chiusura anti-trans del mercato del lavoro è generalizzabile alla scuola: il 76% dei travestiti non completa la scuola superiore; la minoranza che completa l'università a quanto pare reprime la propria sessualità nei pantaloni maschili per lunghi anni mentre il 64% non termina nemmeno la scuola elementare, in un drop-out che coinvolge anzitutto le ragazzine di 12-14 anni, particolarmente sensibili a quell'età alla discriminazione dei compagni. La salute è parimenti problematica, con l'incubo delle visite mediche o del ricovero nel reparto uomini, per cui dice Lohana Berkins, “molti travestiti preferirebbero morire giovani che esporsi ad un tale trattamento”. Se a queste cose aggiungiamo la brutalità della polizia, esperienza dell'86% dei travestis, la povertà cronica e il dolore di chi è strutturalmente unfit, arriviamo ad una aspettativa di vita scioccante: trent'anni. Secondo Marcela Romero solo l'1% della popolazione travestis raggiunge i 60 anni. Il 20% viene assassinato ed il resto muore di AIDS o di suicidio in genere appunto tra i trenta ed i trentacinque anni, con valli sino all'età giovanissima di quindici. Una situazione istituzionalmente difficile dunque, che si complica nel movimento LGBQ, dove dai primi anni novanta i TTTI, insieme alle donne omosessuali, sono stati centrali all'organizzazione della marcha del orgullo di Buenos Aires, e dove tuttavia la visibilità politica dei TTTI è stata per anni assimilata e marginalizzata: “le lesbiche rifiutavano la nostra femminilità considerandola un'altra delle varie manifestazioni dell'orientamento gay, ed i gay semplicemente si meravigliavano del nostro glamour e simultaneamente ci escludevano dalla loro comunità”. Fast-forward al 1991. Nel 1991 nasce l'ATA, Asociación de Travestis Argentinas, il primo travestis group nel paese. La sua prima azione pubblica è ottenere la rimozione dei cosiddetti Edictos Policiales dell'era Peron, che punivano con il carcere un numero di attività socialmente innocenti come il ballo con persone dello stesso sesso e il cross-dressing. Gradualmente ATA ha assunto un ruolo indipendente all'interno del dibattito di genere argentino, poi dividendosi nel 1995 in ALITT, Asociación de Lucha por la Identidad Travesti y Transexual e OTRA, Organización de Travestis de la Republica Argentina, ed arrivando di recente a far adottare all'interno della Città di Buenos Aires una legge per la quale i travestis hanno il diritto di scegliere un nome proprio istituzionalmente valido corrispondente alla identità di genere. Cosa c'è di interessante in tutto questo? È vero, il dibattito non è nuovo. La critica all'esistenza di due forme corporee morfologicamente ideali e separate, il maschile ed il femminile muore già con Foucault e poi definitivamente con Judith Butler, che in Gender Trouble introduce l'idea poi ripresa dal movimento intersex e queer di una continuità corporea di genere non riducibile ad un sistema binario. Il movimento queer ha ripreso questa prospettiva rivendicando il diritto all'auto(s)definizione continua, per cui la libertà dell'“identità” diventava esattamente il rifiuto dell'identità e della definizione (salvo ricatalogazioni successive eventualmente contraddittorie). Ma se il movimento travestis argentino ha dei punti in comune con il movimento queer, laddove i due si differenziano è nelle origini eteronormative, cattoliche, alternativamente dittatoriali, periferiche in termini di classe e di razza spesso estreme dei travestis argentini, e nel significato specifico di travesti in argentina. A differenza degli altri paesi occidentali, in argentina e in brasile il travesti non è semplicemente il cross-dresser, col@i che veste trans/genere, ma è una persona che rifiuta di identificarsi con le identità binarie. Inassimilabile al transgendered o al transessuale, il travestis vive una discronia tra sesso e genere. La (supposta) continuità corpomente dell'etero, ricercata ed in larga parte ricreata dal transgendered e dal transexual nel perseguimento di un'armonia sesso-genere autodeterminata, è nel travestis discronica, in quanto il travestis vive un conflitto che non si risolve nella riassimilazione nei binarismi ma che preme per l'abbandono tout court delle logiche binarie e per la liberazione polimorfa ed estatica del desiderio, della sessualità e dell'affettività. Il trasvestis dunque non cambia sesso nè genere: li vive entrambi nella zona di confine, che in questo caso è spazio di disagio. Vuole vivere la propria unicità che è l'unicità dell'intersex se vogliamo, l'unicità di tutti infondo, ma una unicità fatta di conflitto. Questi due contesti problematici, il contesto d'origine ed il discomfort interiore, questa duplice assenza di rifugio del travestis, ne sono la forza propellente, l'energia che guida all'elaborazione singolare di uno spazio spiazzante al di fuori delle opzioni possibili pregno di potenzialità politiche. Consideriamo la recente Gesta del Nombre Propio. Dicevamo che a partire dal 2006 i travestis possono scegliere un proprio nome, una propria identità. L'elaborazione teorica della rivendicazione è meravigliosa. Scriveva Claris Lispector che l'unica parola che ha senso scrivere è quella inesistente. Quella incarpibile che vive nel vuoto. L'unica identità che ha senso assumere è quella mai esistita, e l'unico nome proprio per noi stessi è quello che nasce ora. Così per Lohana Berkins, il punto di partenza delle rivendicazioni TTTI è il rifiuto del dualismo e di tutte le logiche binarie, l'abbandono del punto di arrivo per un punto di partenza che si ribella alle opzioni esistenti anche nelle istituzioni più rigide e cristallizzate come il binarismo di genere. “El binarismo nos enferma”, ci mutila, dice, ci fa ammalare. Noi non siamo ni hombres ni mujeres. Il nostro è un terzo genere, un terzo mondo. “Autonomia corporal”, rivendicano i travestis, non un nome dato ma un nome proprio, autodeterminato, in un processo di autoproduzione personale e sociale continua che al procedere sgretola i rifugi esistenti e che è tanto più incredibilmente radicale quanto più infondo oggi, ciò che per i travestis argentini significa una soggettività libera è pur ancora prostituzione ed un'aspettativa di vita di trent'anni. Un bisogno di ribellione tanto più disperato e libero dunque, quanto più consapevole che dietro a sé non c'è nulla da salvare. Cosa di importante in questo dicevamo. Desessualizziamo e politicizziamo, spostiamoci in Italia. Sarà la tradizione cattolica o aristocratica, sarà la religione dell'imprenditore diffuso, ma la tradizione politica in Italia (e non solo) ha tra le sue più pericolose abitudini l'educazione ai binarismi, alle dicotomie, alle definizioni duali, antagonistiche. L'istituzionalizzazione di un mondo di buoni e cattivi, di destra e sinistra, di dittatori e resistenti, crea un'abitudine alle logiche binarie, e con essa un quasi inconfessabile bisogno di punti di riferimento autoritari, che sono la spiegazione, semplicistica certo, del revival contemporaneo di modelli politici primitivi. Ecco che in un contesto sovrastimolante e caotico come quello contemporaneo, disorientante e incerto si usa dire, ove l'insicurezza, lo smarrimento è forma più lucida di consapevolezza, il binarismo antagonista è una protezione. Laddove vi è incertezza politica ed esistenziale, la contrapposizione binaria offre radicalismo, sicurezza, una personalità forte in luogo del naufragio. In questo bianconero dualistico non c'è movimento o sperimentazione. C'è obbedienza, un processo di riordino dei mille volti dell'individuo che lo impallidisce, lo svuota e lo istituzionalizza, in un iter che paradossalmente nel suo essere desoggettivante e deresponsabilizzante diventa a volte più seducente e rassicurante della libertà. In questo contesto la scelta trans è la manifestazione degli altri sé, la liberazione dei mille sessi e dei mille ossimori impauriti ed agognanti in ognuno. È spazio politico di una trasformazione eccessiva ed estremista esattamente come lo è il desiderio appena liberato dal dover essere. Berkins parla del ruolo dello spettatore nella performance trans. Dice che l'ossessione del suo sguardo ipnotizzato è misura della discriminazione successiva contro il trans. Possibile, ma parimenti l'osservazione ossessiva è proiezione del proprio desiderio timoroso ed inespresso di trascendenza. In questo contesto la terra di nessuno di genere cessa di essere un terreno trans per diventare un territorio politico trasversale. Uno spazio di sperimentazione e di espressione anti-normativa inopportuno illecito ed addirittura imbarazzante ove dare espressione pubblica ai desideri più indicibili, lancinanti ed impacciati di ognuno. Ove, dice Jon Fernández: “Giochiamo col genere, facciamo performances, ci accarezziamo col corpo e coi genitali, accarezziamo tutto ciò che ci piace. […] Ci operiamo, ci ormoniamo, giochiamo con l'ambiguità cosicché il mondo cambi, e cosicché cambi la sua idea di noi. Perché la nostra intenzione è tergiversare e confondere, aggiungere un po’ di caos a questo mondo in cui altrimenti muoverebbe solo la normatività”. Un gioco a un tempo disarmato e dissacrante dunque, il trasformismo trans. Un gioco il cui scopo è creare uno spazio sociale protettivo ove accogliere i sé più intimi ed unfit. Ove dare espressione politica al desiderio oppresso e alla voglia d'amore, il grande sconosciuto dei movimenti binari ed antagonistici. Ove muovere un passo in una direzione inesistente a partire dalla rassicurazione dell'errore inevitabile, trasformando il timore in legami dolci. Un luogo in cui poi perdersi, perdersi nel vuoto a partire dall'insalvabilità del presente, in una via di fuga inevitabile, dolceamara, spaventata, libera. [francesca coin, “loop” n.6 gennaio - http://novemberdiaries.blogspot.com/]

il 28 e 29 marzo smanifesta

Aderisci all’iniziativa “IO SMANIFESTO”. La proposta del blogger (rionesanità) contro l’attacchinaggio selvaggio che n’chiavica la nostra città. Non votare il candidato che incolla i manifesti illegalmente sui muri dei palazzi, degl’edifici storici, delle chiese, degli ospedali, delle scuole, le piazze, le vie, i vicoli…

Bisogna in qualche modo punire chi sporca per un voto, chi commette reato ancor prima di essere eletto, chi insulta la civiltà, chi crede di farla franca. Puntualmente ad ogni elezione provinciale, comunale, regionale, migliaia di manifesti insudiciano Napoli. Il Comune ha gia stanziato diverse migliaia di euro per organizzare le squadre di lavoro col compito di staccare i manifesti pirati. Migliaia di euro sottratti ai cittadini per una “violenza gratuita”.

Nel rione sanità, donna Carmela, "sprovvista" di arti inferiori (
http://quartieresanita.blogspot.com/2009/10/negata-sedia-rotelle-ad-una-donna-senza.html) non riesce ad avere una sedia a rotelle adeguata per la sua casa, mentre all’Asl le dicono che i soldi non ci sono, noi paghiamo lo scotto di decine, centinaia, di cialtroni che danneggiano economicamente e fisicamente Napoli. Se proprio ci tieni a votare vota donna Carmela e aderisci all’iniziativa IO SMANIFESTO contro l’attacchinaggio selvaggio che n’chiavica la nostra città.

un miliardo di affamati

La decisione della Commissione Europea di autorizzare la coltivazione della patata transgenica Amflosa, continua a suscitare le reazioni più svariate. Sono molte le perplessità espresse da più parti, soprattutto riguardo ai rischi per la salute umana e all’effetto domino che la decisione dalla UE potrebbe innescare, con conseguenze negative sull’agricoltura tradizionale e biologica in Europa. ”Tra le diverse prese di posizione - afferma l’Osservatore Romano - i media hanno creduto di leggere anche un ipotetico pronunciamento favorevole da parte del Vaticano, che non c’è stato. La nota del giornale del Vaticano si riferiva alle affermazioni sugli OGM fatte in quei giorni da mons. Sanchez Sarondo, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, in un seminario sull’argomento che si teneva a Cuba. L’Osservatore Romano se la prende, a ragione, con coloro che confondono ancora una volta i commenti e i punti di vista di singoli ecclesiastici con dichiarazioni ‘ufficiali’ attribuibili alla Santa Sede o alla Chiesa. Purtroppo mons. Sarondo non è nuovo a queste affermazioni. Infatti fu lui a convocare un convegno a Roma (15-19 maggio 2009), con il beneplacito delle multinazionali del bio-tech, presieduto dal prof. Ingo Potrykus (università di Eht-Zurigo), il padre del golden rice, il riso arricchito di beta carotene e vitamina A. Secondo gli scienziati di Syagenta, la multinazionale svizzera, il golden rice potrebbe far impallidire il mito della moltiplicazione di pani e pesci.

E’ questa infatti la ragione fondamentale in favore degli OGM che risolverebbero il problema della fame. Nulla di più falso! Infatti è lo stesso Osservatore Romano ad affermare: ”E non è un caso che proprio nel 2009 - anno in cui nei paesi in via di sviluppo, le coltivazioni OGM, sono cresciute del 13% (contro una media mondiale del 7%), raggiungendo quasi la metà dell’intera superficie del pianeta coltivata con piante transgeniche - gli affamati nel mondo abbiano superato per la prima volta quota un miliardo. Questa nota dell’Osservatore Romano non è firmata, ma potremmo scorgervi la mano del nuovo presidente di Giustizia e Pace del Vaticano, il cardinale Peter Turkson, in carica da pochi mesi. Turkson è stato una delle figure più significative del II Sinodo Africano, che si è tenuto a Roma dal 5 al 25 ottobre 2009. Lo strumento di lavoro del Sinodo Africano, la Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace, che lo stesso Papa Benedetto XVI, nel suo primo viaggio in Africa, ha consegnato ai vescovi a Yaoundé (Camerun) e a Luanda (Angola), è categorico sulla questione degli OGM: La campagna di semina di organismi geneticamente modificati, che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i veri problemi degli agricoltori africani: la mancanza di terre arabili, di acqua ed energia…

Questa tecnica (OGM) rischia di rovinare i piccoli agricoltori e di sopprimere le loro semine tradizionali, rendendoli dipendenti dalle società produttrici di OGM. E’ questa la prima vera presa di posizione del Vaticano sugli OGM. I vescovi africani durante il loro Sinodo, hanno capito molto bene a cosa servono gli OGM: a rendere i contadini d’Africa sempre più dipendenti dalle grandi multinazionali come la Monsanto e quindi sempre più affamati. E’ a questa stessa conclusione di condanna a cui arriva uno dei nostri migliori studiosi sull’argomento, il sacerdote Marco Belleri di Siena, nel suo notevole studio Tradimento del Sogno di Dio: Gli OGM sono quanto di più lontano ci possa essere dal disegno di Dio - egli afferma - quindi moralmente inammissibili. Con l’appoggio della commissione di GPIC della CIMI [Alex Zanotelli]

oroscopo preventivo

Il segno del cancro

“Pasque di Sangue” è un libo di Ariel Toaff (ebrei d'europa e omicidi rituali) censurato subito dopo l’uscita poi, pare, riammesso in commercio con le dovute modifiche. Un testo sconcertante e macabro. Sottoaccusa la comunità ebraica di origine tedesca del XV secolo incriminata dai cristiani di uccidere i loro bambini per raccogliere sangue a scopi terapeutici. Caro Cancro, oltre a consigliarti di leggere il testo, una condizione necessaria per confonderti ancora di più le idee sui conflitti nel mondo, lasciati cullare dolcemente dai racconti comprovati dalla storia e dalla fantasia per modificare il tuo profilo ideologico e anarchico. Questo espediente ti servirà per comprendere maggiormente anche la tua confusione in relazione alla storia d’amore che stai vivendo attualmente. Un consiglio, agli uomini, è dato dallo stesso autore del libro: “Brunetta era fatta immergere in un bagno d'orina, prodotto laborioso di un «garzoncello vergine» di Trento, e subito dopo lo straordinario, se pur poco olente, lavaggio, la donna, senza ulteriori ambagi, iniziava a cantare la sua confessione”.


Il segno dei gemelli

Sei pieno di complessi, a volte veri, a volte, privi di ogni fondamento. Un po’ la realtà, un po’ la finzione ti schiacciano nell’immediato, ti ostacolano, ti imbarazzano, ti chiudono nelle tue inquietudini e nelle tue fornicazioni. Per te, gemelli, una pellicola straordinaria, a te dedico la recensione de Il grande cinema di Alberto Sordi: “Un film a tre episodi sul tema dei complessi (timidezza, falsi pudori, impaccio) in cui Sordi interpreta Guglielmo Bertone, uno dei tanti candidati al concorso per diventare lettore del telegiornale. Professionista preparatissimo, viene ostacolato in tutti i modi dalla commissione di selezione a causa del suo imbarazzante difetto fisico: un’evidente dentatura equina che mal figurerebbe in video. Nonostante tutti i tentativi per farlo cadere in fallo, l’abile dentone riuscirà ad avere la meglio, iniziando così la sua carriere di annunciatore”.
Cosa dirti di più, attualmente l’imbarazzo non ha più senso, per il resto auspico che se meriti realmente i tuoi complessi verranno schiacciati dalla tua abilità e intelligenza. Credimi, in quest’epoca non da poco.

io sono... non avrai altro dio...



Krzysztof è un professore universitario che, separato dalla moglie, si trova costretto a crescere il proprio figlio, Paweł, da solo.

Il padre è un grande appassionato di computer e pensa che tutta la vita possa essere descritta matematicamente attraverso l'uso del computer. Secondo lui, non esiste una dimensione trascendente della realtà: non esiste nessun Dio e quando si muore il cervello smette semplicemente di funzionare.

Alla visione atea del padre si contrappone la visione della zia, molto credente.

L'interesse per il figlio al mondo trascendente si scatena quando casualmente nota in strada un cane morto congelato, che lo porta a farsi domande sul senso della morte, su cosa essa sia. [fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Decalogo_1]

la nuova spoon river

Ci siamo “fatti da soli”: questo è il mito della piccola e media impresa del nord-est dove si profondevano lodi bipartisan al dinamismo del piccolo imprenditore Veneto… alla fine il simulacro dell’individualismo ha rivelato la sua vera subordinazione alla finanza speculativa, all’indebitamento senza freni, alle assicurazioni che scommettono sul fallimento (hedge founds). Ecco la trappola nella quale son caduti i veneti leghisti: La crisi, come la morte (una morte selettiva infatti), non guarda in faccia a nessuno e non fa distinzione fra piccola borghesia e proletariato. Purtroppo chi è vittima dell’individualismo, chi crede di poter “fare da solo” sempre e comunque, si trova d’improvviso davanti ad un bivio: nichilismo o suicidio, poiché non rientra nella mentalità del piccolo imprenditore del nord-est (ma anche dell’operaio ormai) la possibilità di un’azione collettiva.

“L’inizio del dramma. Il primo capitolo della «Spoon River» veneta, antologia tragica che raccoglie le storie delle vittime del lavoro, l’ha scritto il 28 settembre 2008 un grafico pubblicitario di Padova, che a 42 anni si è impiccato in casa perchè aveva perso il posto e non riusciva a trovarne un altro. Sul tavolo della cucina un biglietto ai familiari: «Io non sono il tipo che si fa pagare le bollette». Due settimane dopo, il 12 ottobre a Montegrotto Terme, si è ucciso un impresario edile di 60 anni. [….] Il 26 marzo 2009, il Veneto piange la sua prima vittima straniera. Williams Agiekum, ghanese di 37 anni, dopo dieci anni nelle concerie di Arzignano (Vicenza) era finito in cassa integrazione, a 800 euro al mese. Ne versava 650 euro d’affitto e da due mesi stava al freddo e al buio: gli avevano tagliato luce e il gas. Ha ingoiato un bicchiere di soda caustica e ha chiuso gli occhi per sempre.

[…] Ma non c’è nemmeno il tempo di piangere, perchè il 21 maggio 2009 Stefano Grollo, 43enne dirigente della Simec, si getta sotto un treno a Castello di Godego (Treviso). In azienda si cominciava a parlare di cassa integrazione a rotazione per tutti i 124 operai e lui non ha retto. Poco dopo le 11 si è accovacciato sui binari, aspettando per mezz’ora l’arrivo del convoglio che l’ha travolto. Nessuno ha visto nulla. In quel periodo si sono suicidati quattro operai: un romeno, che non percepiva lo stipendio da qualche mese a causa della chiusura temporanea della «Tms» e che versava in una grave situazione finanziaria dovuta a una figlia malata; un 40enne di Campodarsego (Padova) che dopo il licenziamento dalla fabbrica per cui lavorava da dieci anni si è cosparso di benzina e si è dato fuoco nella sua auto; un 32enne impiegato nel settore della chimica a Marghera e a casa da qualche mese; un uomo di Spinea (Venezia), che dopo aver perso il lavoro si è tagliato le vene.” [abu abbas - Fonte: corriere del veneto]

la guerra di mamma

Mercoledì 17 marzo ore 17,00 all’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli presentazione del libro “la guerra di mamma” di Gaetana Morgese. Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo nelle quattro giornate di Napoli. L’evento e la scrittura di questo libro hanno un particolare significato per le persone che vivono nel rione. Il ponte della Sanità, odiato per aver relegato il rione a diventare “periferia cimiteriale”, è difeso con una estrema lucida incoscienza dalla protagonista del libro. Lenuccia diventa napoletana come il padre, come il suo amico Antonio e come tutti quelli che resistono alla disfatta dell’Italia, al “tradimento” delle istituzioni, alla tabula rasa dei tedeschi.

Il ponte della sanità minato dai nazifascisti resiste all’esplosione grazie alle barricate mai realmente riconosciute, grazie ad una organizzazione spontanea e pronta, grazie a Maddalena e ai suoi amici. Una guerra assurda che non ha avuto eroi né malvagi, né vinti né vincitori, una guerra come tutte le altre che attualmente “bruciano” il pineta. Dall’Africa all’Asia, dai Balcani, al sud America, in nome di una economia folle e di un potere irriconoscente, una Lenuccia nel mondo vivrà per sempre come esempio distinto, come esempio di stanchezza, di protesta, di resistenza e di amore.

basta... fare politica

Mentre sui muri dei palazzi storici del rione un cumulo di manifesti elettorali sovrapposti illegalmente continuano a sporcare il quartiere senza che nessuno faccia niente, del resto anche tutta la città è colpita da questo fenomeno, un altro senza fissa dimora è morto la settima scorsa di freddo e di fame a piazza Cavour. Mentre la politica parla un linguaggio incomprensibile migliaia di buche, voragini pericolosissime causate dalla pioggia, invadono Napoli: dalla Sanità a Capodichino, da Casavatore ad Arzano, da Capodimonte a Miano e Secondigliano.

I problemi veri e reali sono appannaggio del gossip elettorale, degli scandali sessuali, delle leggi incostituzionali. Il linguaggio politico muore sotto il dilemma di un paese più disunito e meno partecipe. In televisione si parla solo di complotti, di leggi ad personam, di veline, mentre il dibattito vero, quello che dovrebbe arricchire di più la nostra cultura, soggiace nel silenzio più assoluto. Non c’è dibattito sulle modifiche che stanno apportando all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori; non c’è dibattito sull’espulsione di un padre immigrato che vuole accompagnare i figli a scuola, non c'è dibattito sul crollo del pil del 5% nel nostro paese, peggior dato mai registrato prima del 1971.

“In Lombardia il reddito annuo pro capite è di 32.100 euro, in Sicilia di 16.500 euro”, scrive Gerhard Mumelter, sul giornale Der Standard, Austria, in un articolo dal titolo: lo strappo nel tricolore, commentando la netta differenza che c’è tra nord e sud dell’Italia; Robert Maggiori “Libération”, Francia, afferma: “Retrocessa a provincia, l’Italia perde posizioni in molte classifiche internazionali che riguardano la scuola, la salute, l’ambiente, i diritti, la cultura (a cui sono stati tagliati drasticamente i fondi pubblici) o le nuove tecnologie”; mentre un commento spagnolo “El País” sentenzia drasticamente: “Se gli italiani finora pensavano che il problema fosse il governo, in questo momento è la repubblica nel suo insieme a preoccuparli. Le istituzioni sono indebolite dalla corruzione e dalle proposte di riforma che cercano di minare lo stato di diritto. Nessuno sembra sapere dove stia andando l’Italia, un paese fondamentale nella costruzione dell’Unione europea”.

Un caso emblematico. Sembra che nessuno ha più voglia di chiedere i proprio diritti, di chiedere lavoro, di chiedere istruzione, di chiedere partecipazione. Il rione Sanità vive nell’ombra offuscato da un ponte che lo ha sventrato, mentre Napoli e il nostro paese sembrano scandalizzarsi più per i tradimenti coniugali che per 2 milioni di persone in cerca di occupazione (307mila i lavoratori che hanno perso il lavoro in un anno). In parte è la società della “visione” che cerca consensi e legittimità, in parte è la stanchezza e il malaffare. Su “Le Monde”, giornale francese, Jacqueline Risset commenta in modo esemplare: “Le cause sono diverse e vanno cercate nella storia italiana recente e lontana. I mezzi, usati in modo ripetitivo, sono quelli relativi all’abolizione dei rapporti tra realtà e finzione, un’abolizione progressiva raggiunta con forti dosi di una televisione allucinatoria”. [+blogger]
Fonte delle citazioni dei giornali esteri: Internazionale

hanno tolto l’amianto

Hanno tolto l’amianto da piazza Sanità. Stamattina le buste erano state spostate più verso il cancello della Basilica, forse dagli spazzini che ieri avevano rimosso i rifiuti. Il nostro povero cartello ridotto in carta stracci dalla pioggia.


Oggi “Il Mattino Napoli” aveva pubblicato in prima pagina l’articolo dal titolo: “Rione Sanità, sacchi di amianto sul sagrato”. Ieri noi avevamo mandato moltissime mail per far spostare l’eternit. Stamattina i carabinieri avevano chiesto le generalità di chi ha scritto il cartello “tumore pronto per l’uso”. In realtà anche altri due cittadini del rione avevano solidarizzato con il blogger, mostrando i loro documenti ai carabinieri. Per fortuna che internet è un mezzo di informazione potente e importante. In questo modo, lo speriamo, le coscienza più “civili” si sveglieranno da un torpore che li avvolge, forse, inconsapevolmente.


È l’insieme che fa la differenza, nel momento in cui la protesta era singola l’inconsistenza regnava sovrana, chi doveva fare il suo lavoro o dovere pensava ad altro; invece quando l’insieme si muoveva, si faceva sentire e creava “conflitto”, dall’altra parte il silenzio non aveva giustificazioni, non aveva prerogative, non aveva scusanti, non era legittimo. La sola pubblicazione dell’amianto posto sul marciapiede della basilica detronava chi doveva fare ma non aveva fatto, chi doveva intervenire ma non era intervenuto, chi sapeva e non aveva agito… chi vorrebbe i voti per restituirci soltanto flati puzzolenti. [+blogger]