Una tomba per mio padre sempre pulita, piena di fiori e di attenzione. Certo è meglio mettere un morto a terra, al massimo al primo piano, meglio se costruiamo una nicchia tutta per la famiglia. Quasi ogni settimane persone devote ai loro morti aprono e puliscono i loculi di proprietà, con antibatterici, candeggina, disinfettanti ecc, ecc. Non altrettanto facciamo con vivi.Scorgere un campo rom è dirompente, straziante. Vederlo fa “schifo”, come fa schifo quello tra il cimitero di Napoli e l’aeroporto di Capodichino. Una pozzanghera di acqua putrida e giallognola ti dà il benvenuto, dopodichè una pseudoporta, fatta di legno marcio e di una rete metallica arrugginita, ti fa entrare nelle viscere di baracche annerite dalla piaggia. Decine di bambini giocano nell’inferno, un pantano protetto dalle anime, anime che un tempo ci appartenevano. Una puzza struggente di effluvi in decomposizione si forgia con l’olezzo dei fiori venduti per la strada. Una scena disgustosa. Scrive Samuel Loewenberg, “The Lancet”, Gran Bretagna: Dallo studio della Comunità di Sant’Egidio emerge che il 20 per cento dei bambini rom ha sofferto di bronchite o polmonite, il 16 per cento ha contratto infezioni della pelle, compresa la scabbia, il 13 per cento ha avuto la diarrea o altri problemi gastrointestinali e il 15 per cento soffre di deficit motori o altre disabilità. Le cause di questi problemi, si legge nello studio, sono soprattutto “le situazioni abitative antigieniche, l’isolamento sociale e la diffusa instabilità alimentare”.
Noi invece continuiamo il nostro bel viaggio tra i loculi del cimitero di Poggioreale tra il vecchio, il nuovo e il nuovissimo. Acqua potabile ogni 10 metri, i fiori si sa, hanno bisogno d’acqua e di quella buona e nutriente. Luce elettrica per illuminare il cammino dei nostri defunti, un bisogno impellente per i trapassati. D’estate meglio i fiori di plastica che quelli veri perché la puzza o l’odore crea vertigini o nausea.
In un campo rom l’acqua è un lusso, la luce elettrica è inesistenze, i bambini e gli anziani possono morire di sete e di freddo. Il caldo non fa eccezione. I servizi igienici sono inesistenti. L’istruzione non ha vita semplice, un rom non è un appestato e solo estraneo o meglio un alieno. Scrive sempre Samuel Loewenberg: I pregiudizi contro gli zingari sono talmente diffusi che è molto difficile per loro trovare degli alloggi normali. I rom, spiega Ciani, hanno molti problemi e isolarli non è certo la soluzione: “Non è una questione culturale o razziale, ma sociale, perché sono esclusi dalla società”. … La maggior parte dei 150mila rom che vivono in Italia abita nei cosiddetti campi, che in realtà sono delle specie di baraccopoli dove mancano i servizi fondamentali come l’acqua, l’elettricità e le fognature. A Roma ci sono un centinaio di campi del genere. Il più grande è il Casilino 900, che raccoglie circa seicento persone. All’ingresso c’è un cartello con scritto: “Siamo tutti figli dello stesso padre”. Ma pochi romani vivono in condizioni simili.
Noi non dobbiamo smettere di rispettare i nostri morti, non dobbiamo toglierci l’abitudine di andare al cimitero, di “interagire” con un nostro caro defunto; noi dobbiamo smettere relazionarci al “diverso” come a qualcosa che è altro, noi dobbiamo smettere di considerare il “diverso” qualcosa che è fuori di noi, che non ci appartiene, che è dissimile e sbagliato. La diversità nei pregiudizi è sempre asimmetrica. [+blogger]







