La maglia numero 10 ...

La maglia numero 10 e un continente risorto

Il calcio è un gioco di periferie, s’impara sui terreni storti delle ultime case, tra i calcinacci dei palazzi in costruzione. S’impara scalzi a prendere colpi senza sentirli, protetti dallo sfizio di governare con un piede il lancio del pallone. Scarpette, arbitri, superfici in erba, arrivano tardi, dopo la più gioiosa selezione naturale. Il calcio è un gioco da non smettere mai, rientrando a sera con la voglia pronta di riprendere subito. Era bello d’estate il permesso di scendere di nuovo in cortile dopo cena per darsi alle ultime rincorse. Il calcio è un gioco che s’impara anche da soli contro un muro tirando colpi al volo all’infinito. Solo nel calcio la periferia è miniera, serbatoio di talenti leggendari.

Per ogni altra professione ci vogliono le Bocconi, le Harvard, ci vogliono gli accrediti forniti dall’appartenenza a un ceto e a un censo. Invece il calcio fa spuntare gloria tra gli accampamenti dei mortificati, e fianco delle discariche di Buenos Aires, sulle spiagge infuocate del Brasile. Viene dalle magre Americhe del sud, suddite di nord, viene dalle tirannie fratricide il più felice guizzo guappo e prestigiatore del calcio di ogni tempo. Maradona, Armando Diego, argentino come il tango, è venuto a far sgranare gli occhi e spellare le mani dagli applausi al vecchio continente. Il suo piede sinistro è stato il più sofisticato strumento di precisione della geometria e giocoleria del calcio.

Venuto a vincere? Si, anche quello, ma non quanto poteva. Senza una quota di spreco non si dà grandezza. Grandezza è anche infischiarsene dei risultati, delle somme tirate. Badare di più invece all’attimo felice del palleggio, allo scatto, al passaggio che lascia a bocca aperta. Non è stato solo talento. Maradona fu atleta in avanzo sui tempi, allenamento doppio che metteva una molla dentro le gambe corte lanciate a mulinello più che a corsa, a divorare spazio. Napoli l’ha avuto nei suoi anni Ottanta, nel tempo in cui cambiava i connotati, si staccava dal sud per agguantare un lembo di nord. Napoli ha avuto Maradona non come re, ma come anello al dito, quello nuziale. I re spettano a città monarchiche, Roma, Torino.

Napoli città anarchica ha avuto Maradona in dono dall’America del sud, a contropartita dei milioni di emigranti salpati dal molo Beverello per Rio De La Plata. Napoli ha a avuto i carati preziosi dei suoi piedi a titolo di restituzione. Maradona le assomigliava. Come lui, la città poi si è lasciata andare, sazia del trionfo, che dev’essere breve, se no opprime.

È il trionfo breve a restare perfetto nella memoria; non le dozzine di scudetti, ma il paio. Oggi Maradona è tornato smilzo. Si è sgrassato dalle intossicazioni dell’età di mezzo. Oggi è un uomo del nuovo Sudamerica, avamposto di democrazie fresche, affrancate dalle dittature asservite al dollaro. Nella sua taglia ritrovata c’è il riscatto e ’immagine di un continente risorto. [erri de luca]

2 commenti:

Nicola Vetrano ha detto...

Vita, sport al massimo livello "artistico", società del proprio tempo, mirabilmente raccontati da Erri De Luca

Anonimo ha detto...

Molto bello, il mio scrittore napoletano preferito...