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ragionier total

Io, ragionier Total, non sono diverso da voi, ne voi siete diversi da me. Siamo uguali nei bisogni. Disuguale nel loro soddisfacimento. Io so che non potrò mai avere nulla più di quanto oggi ho…fino alla morte. Ma nessuno di voi potrà avere nulla più di quanto ha. Certamente molti di voi avranno più di me…e tanti hanno meno. E’ nella lotta legale o illegale, per ottenere ciò che non abbiamo, molti si ammalano di mali vergognosi, si riempiono il corpo di piaghe, dentro e fuori. 

Tanti altri cadono, muoiono, vengono esclusi, distrutti, trasformati. Diventano bestie, pietre, alberi morti, vermi. Così nasce l’invidia e in questa invidia si nasconde l’odio di classe. Che è composto in egoismo e quindi reso innocuo. L’egoismo è il sentimento fondamentale della religione della proprietà. Io sento che questa condizione mi sta diventando insopportabile. Così come lo sta diventando per molti di voi. [flavio bucci, detto total] 

trentavolteeduardo



il mattino: vergini e cinesi

Il 14 gennaio scorso il mattino di Napoli ha pubblicato un articolo dal titolo “vergini e cinesi nel rione sanità l’inferno dei vivi”. Due pagine intere dove, in parte, si paragonano i clochard che sostano in piazza Cavour, la munnezza di salita cinesi e i sotterranei della via s. m. Antesaecula. Ho la pagina del giornale davanti e cito un pezzo (copio testualmente ciò che ha scritto l’articolista Pietro Treccagnoli): “Alla Sanità, se passeggi, se ti guardi attorno, sgamano subito che vieni da fuori. Cercate qualcuno?, domandano con un sorriso stirato i ragazzi in motoretta. Non si capisce se è gentilezza o controllo del territorio. Sei sospetto, soprattutto perché non sei straniero. Hai la stessa pelle loro e perfino il medesimo accento. Potresti essere una guardia. Occhio. Non ti mollano. Poi sembra che sono andati via ma li trovi fermi, davanti ad un bar. Scompaiono. Poi ricompaiono affacciati ad un balcone e ti guardano beffardi. Infine, sono seduti in una Smart, ti passano accanto, aprono il finestrino per farsi riconoscere. Prendiamola come una scorta non richiesta, ma necessaria. Alla sanità ti ammali e puoi farti male. Ma se sei innocuo, esci sano come sei entrato”.

Non mi piace estrapolare una parte di un articolo e commentarne il contenuto, ma questo segmento mi ha fortemente incollato al giornale. Mi surriscaldavo ogni qualvolta superavo una riga, per poi riprenderne un’altra. Non sapevo se stavo leggendo qualcosa di vero, qualcosa di falso, oppure una scenografia cinematografica. A me che sono nato e vivo nel rione da sempre scritti del genere fanno sbellicare dal ridere. Non capisco perché i giornalisti devono recarsi sul posto quando una montagna di [s]letteratura è a loro disposizione. Decine di “scrittori” hanno già scritto cose del genere, basta cercare su internet o su altri quotidiani napoletani e nazionali. L’effetto dispregiativo ormai non mi va più di commentarlo, quello che mi dispiace raccontare è come dallo stile descrittivo si è passati a quello sensazionalistico. Per fortuna che non sono io il primo a dirlo, capisco che scrivere è una professione piuttosto difficile, per lo più antiquata, ma spesso la disinformazione ha dalla sua parte l’etichetta, uno stampino fatto apposta per essere usato al momento giusto.

Premesso che l’effetto di incollarti al giornale sia la formula giusta, così come il titolo e il sottotitolo, l’altra cosa che maggiormente mi dispiace è veder raccontare un luogo senza mai realmente criticarlo. Nello scritto di cui sopra non c’è una critica, non ci sono parole per cui un cittadino della sanità può trarne insegnamento, per cui si possa dire ad un bambino o ad un adolescente: “leggi che ti acculturi”. Quello che c’è scritto nell’articolo, e in quelle poche righe che ho riportato, è per lo più la spoliazione di un’anima o delle anime di Napoli, e in questo caso, del quartiere Sanità. E la valutazione di un effetto prevaricatore, il contrario di quello che dicevano De Sica ed Eduardo, pur citati dallo stesso Treccagnoli. Quello che c’è scritto nella pubblicazione è la valutazione di una politica che mette tutti contro tutti, il buono e bravo acculturato scrittore che rimprovera i suoi figli distratti; l’eroe che, lungimirante, cerca uno spiraglio nella sua paternalistica funzione, quello che insegue la verità nei suoi giudizi di valore.

“Non è sicuramente questa la letteratura che voglio insegnare a mia figlia”, mi ha detto un commerciante dopo aver letto l’articolo de “Il Matttino”. Nelle scene dei registi neorealistici il personaggio povero, sporco, ladro e balordo ha un suo spirito così come una sua “identità”; alla via Cinesi Mastroianni e la Loren hanno raccontato prima di tutto la gente, l’umiltà, la capacità di organizzarsi nella povertà e nel bisogno. Eppure in quegli anni la criminalità esisteva pari ad oggi, forse superiore e più cattiva, per certi aspetti. Raccontare come in un film dell’horror - prima della trama c’è l’emozione, la suspense, lo stordimento - è una condizione essenziale della stampa attuale. Scrivere senza cognizione di causa è una prerogativa che fa mala alle generazioni future; la letteratura da tavolo è superata così come l’eroe/politico che abbraccia la sua croce per il bene altrui. 

Se raccontare un rione, e i suoi 60 mila abitanti, vuol dire raccontare la trama di un film va più che bene; ma un film è pur sempre una finzione mentre la realtà è qualcosa di altro, qualcosa di normale, qualcosa che, quando la racconti, non ha uditori né pubblico. Ci saranno pure dei fetenti nel rione? Ma certo! ‘O marjuolo è marjuolo a Napoli, a Milano, a New York, a Calcutta e nel Burundi’, parafrasando un celebre difensore della povertà. La realtà è sfuggita di mano perché è semplice e la semplicità nessuno più ormai la sa descrivere. [+blogger].  

tra la vita e la morte


alto fest



"sodoma" in silenzio

Vincenzo è un regista, il primo che io conosca del rione Sanità, un regista del quartiere, un cittadino impegnato da anni per il recupero dei beni artistici e storici. Non voglio adesso elencare ogni suo pregio, proprio perché ci conosciamo da anni, rischio di essere troppo fazioso nel giudizio e nella complicità. Non posso e non voglio parlare del film, anche perché non l’ho ancora visto, ma di tutto quello che è stato scritto e taciuto dai media e da una certa produzione che nonostante la critica ha diretto con estrema facilità un argomento che alletta l’opinione pubblica e tutto ciò che rappresenta la realtà di un quartiere povero.

Facile, il titolone è un omaggio agli inserzionisti che lucrano sulla speculazione, così come il nome del regista è fondamentale per un film, anzi è la parte più importante, è la mente, è la rappresentazione, è la costruzione… è il film! Anche la sua vita trae frutto dal suo passato che fa notizia, che si inclina ai raduni scandalistici, bieca fenomenologia di un passato che non c’è più, di un passato che ritorna sottoforma di beffa e di ambiguità.

Non mi spiego però come mai in un film come “Sodoma, l’altra faccia di Gomorra”, quando viene presentato, spiegato, pubblicizzato, la percezione visiva e uditiva intravede l’odore della Sanità, l’odore del quartiere che dice attraverso Vincenzo Pirozzi, sono io il regista, io la persona più rappresentativa del film. Ma basta, è solo la percezione che fa scintille, quando invece dovrebbe essere la normalità, dovrebbe essere la sostanza, il cuore del lavoro cinematografico. Gli articoli che parlano bene del film sfiorano il nome del regista, “ma come?, non è la parte più importante?”. Anche in televisione il nome è associato al ragazzo napoletano, un ragazzo che da anni dirige la soap opera “Un Posto al Sole” trasmessa da rai3.

Ma la questione è più sottile. Se Vincenzo è un bravo, brutto, incapace o brillante regista, questo lo stabilirà la critica, così come la gente, gli amanti del cinema; se invece le sue capacità e il suo successo sono la diretta conseguenza del far parlare (e scrivere) perché fa notizia, allora questa è un'altra questione ancora; se deve essere giudicato che lo sia fino in fondo da tutti, senza nascondere nulla e assumendosi ogni responsabilità. Regista da tempo e attore in diversi film di ottima fattura, se Vincenzo, parere del tutto personale, non si avvicina ancora alla “resurrezione” è solo perché è in atto in questo preciso momento una rivoluzione culturale che parte dal rione Sanità. Uno che ha avuto la forza di girare un film come Sodoma, parodia scandalistica di chi non sa sparare, uccidere, ricattare (e se e quando lo fa si ridicolizza virtuosamente), ha in se i germi di un cambiamento radicale. Ma per non essere presuntuoso, visto che potrei sbagliarmi come dice qualcuno, aspettiamo la storia e quello che ci dirà in futuro.

Enzo è un mio amico. Adesso anche io dopo questa affermazione sarò accusato. [+blogger]     

250 film in 2 minuti e mezzo


attuale monografia del rione

Il rione sanità non è mai stato così tanto raccontato come in quest’anno. Il 2012 ha “sfornato” scrittori e giornalisti, così come una Municipalità più attenta e un Comune pronto alle esigenze del quartiere, anche l’Asia sta facendo la sua parte. Così sono nati diversi libri, articoloni di giornale, rubriche ansa ecc. ecc., tutte sul rione, che nel bene e nel male parlano cercando di spiegare, se pur a volte con etichette e stereotipi di altri tempi. Tutti sembrano avere un concetto ben radicato in mente, l’identità del luogo.

L’identità è un discorso che merita un approfondimento, così come i molti scritti, a volte vere e proprie storture senza discernimento. L’ultima arrivata è una “monografia” digitale che potete trovare a questo indirizzo, una sorta di intervista al quartiere, qualcosa che mette in luce le differenze tra un B&B di lusso con un fabbrica a nero di scarpe che lavora per le grandi marche; così come l’artigiano guantaio si confronta con il blog del quartiere; e la religione fa i conti con l’economia e con il volontariato.

Un aspetto nuovo, criticabile, come del resto fanno moltissime persone che leggono questo blog. In ogni caso, tutti si dimenticano della storia, ma del resto è così lunga e complessa che una distrazione è “lungimirante”. Il rione è operaio, il rione è artigiano, il rione è resistenza fatta con le barricate alle via cristallini per cacciare i “fetentoni” tedeschi. Chi sa perché questo nessuno se lo ricorda mai. Il ghetto invece è attualità e ciò che fa “audience” non deve essere trascurato.

Comunque ringrazio l’autore giornalista che ha saputo raccontare senza (o in parte) trascendere il suo punto di vista. Antonio Siragusa in pochi mesi di ricerca sul campo ha saputo fare quello che decine e decine di persone che abitano nel rione o che dicono di studiare il quartiere non hanno mai fatto e forse non se lo sognano affatto: raccontare la dignità senza fronzoli. [+blogger]   

così parlò bellavista

“Caro architetto, che vi debbo dire, il problema del 157bis di via Duomo è storia vecchia, la conoscono tutti”. Così Luciano De Crescenzo posizionava la camorra con o senza il pacemaker, con o senza la malasorte e/o lo schifo. Il pizzo bisognava pagarlo e, in assenza di esso, la protezione poteva essere scoperta previo avviso e timbro di garanzia. Oggi andare a perdere tempo per i negozi lascia il tempo che trova… è da poveracci chiedere 100/200 euro.

Eppure la Camorra è stata d’esempio per tutta una generazione, nulla è sfuggito ai suoi insegnamenti e alle sue prese di posizione. Il primo degli esempi è la paura, la paura soprattutto della povera gente, di chi non vuole immischiarsi, di chi sente che la vita è più importante del denaro. Un altro degli esempi negativi è quello dell’omertà, che ha radice più remote.

Chi più di tutti hanno vinto la paura sono stati i partiti politici. Non hanno mai disdegnato di affermare la loro estraneità ai fatti, lanciando epiteti, giustiziando con forbite frasi uomini e clan. Eppure oggi la lega dovrebbe chiamarsi Legorra così come la vecchia democrazia cristiana demoangheta. (Niente di più facile di smettere di fumare, lo faccio venti volte al giorno! Twain.)

Secondo l’Unicef in Italia l’1,8% dei bambini vive sotto la soglia di povertà. Il giornale francese “Le Monde” dice che i bambini napoletani continuamente abbandonano la scuola per andare a lavorare a 50euro alla settimana. Radio24 annuncia che bisogna riprendersi i lavori manuali come l’idraulico, l’imbianchino, la domestica, il lavavetri. Per certo tutti ci condannano, oggi Bossi per paura, ieri Pomicino per omertà. La differenza sostanziale purtroppo è che tra il bene e il male si sceglie sempre il bene. [+blogger].         

ladri d'anima...e dopo?

Ho avuto modo di assistere all’anteprima del film “Ladri D’Anima” di Maurizio Giordano, film documentario che parla di Marcello Torre sindaco di Pagani (Sa) ucciso negli anni Ottanta per difendere le sue idee e il suo senso di giustizia. Beh, al di là che non sarebbe neanche il caso di recensirlo, ma lo faccio esclusivamente per ciò che rappresenta e ha rappresentato l’ex sindaco barbaramente assassinato, un film del genere non solo mette in cattiva luce il protagonista, ossia Marcello Torre, ma anche tutti quelli che si battono attualmente per lui e per la giustizia sociale.

Brevemente e tecnicamente “Ladri D’Anima” si posiziona tra un film di Mario Merola/Giggi D'Alessio stile anni perduti e i montaggi che attualmente si possono vedere su youtube che raffigurano neomelodie pagane d’importazione. Come già precedentemente recensito il film “Un Camorrista Perbene”, al di là del fatto che nel messaggio ultimo come nel soggetto “Ladri D’Anima” ha intenti più nobili e di levatura differente, la recitazione così come il montaggio, la grafica, gli snervanti nomi che appaiono di continuo con sottofondo nero (scelta naturalmente discutibile ma pur sempre una scelta di stile), risultano di sgradevole impatto sia visivo che uditivo e percettivo. La regia pecca di pressappochismo e dilettantismo, difficile non accorgersene che un’attrice professionista(?) legga spudoratamente la sua parte, anche gli incolpevoli giovani attori che per la prima volta si cimentano in un lungometraggio risultano stonati, con gli occhi nella telecamera, privi di un aiuto regia decente e di un attento operatore di macchina.

Le critiche possono anche lasciare il tempo che trovano e fare pubblicità al film, vale la massima “se ne parli bene o se ne parli male purché se ne parli”, ma la dissonante realtà tra una recitazione pessima e il protagonista che, nella sua missione sacrificale infarcita di retorica vittimistica, sopravanza in una cavalleresca “infarinatura” degna di un’elementare recita scolastica, beh credo che dire sia troppo è poco, anche in virtù del fatto che le fonti ufficiali della morte del Sindaco di Pagani risultano dissonanti, sparite, non ufficiali, confuse. Beh, se il Film “Ladri D’Anima” è servito a creare altra confusione senza dubbio nulla toglie che sia riuscito pienamente e “degnamente” nell’intendo prestabilito. Mi domando: ma per caso è stato fatto apposta? [+blogger]