tutte

Se tutte le donne andassero a scuola. Se tutte le donne si laureassero. Se tutte le donne smettessero di guardare i programmi televisivi dove le donne sono svilite. Se tutte le donne non comprassero più i prodotti che fanno pubblicità usando il corpo delle donne. Se tutte le donne imparassero a usare i contraccettivi. Se tutte le donne denunciassero ogni violenza subita. Se tutte le donne votassero solo le donne. Se tutte le donne pretendessero dai mariti una divisione equa dei compiti familiari. Se tutte le donne lavorassero.

Se tutte le donne che lavorano chiedessero di essere pagate di più. Se tutte le donne imparassero una lingua straniera. Se tutte le donne spiegassero alle figlie come funziona il loro corpo. Se tutte le donne insegnassero ai figli come si stira una camicia. Se tutte le donne imparassero a usare il computer. Se tutte le donne aiutassero le altre donne. Se tutte le donne si organizzassero. Se tutte le donne facessero sentire la loro voce. Se tutte le donne sapessero il potere che hanno. [giovanni de mauro - internazionale.it]

la propria vergogna

Quando una persona fa del male in modo evidente e continuo si assume la responsabilità derivante da quell’atto, l’evidenza non può essere negata. Un ladro se viene beccato a rubare va in galera, un manigoldo verrà punito, un truffatore anche. Un tempo c’erano le punizioni corporali oggi, invece, è diverso anche se le punizioni si differenziano per grado e quantità. Insomma, gli atti evidenti hanno la loro storia, bella o brutta che sia, essi potranno essere spiegati e rappresentati. Se uno si vergogna di quell’atto potrà sempre riscattarsi, comprenderlo, evidenziarlo. Quando c’è un giudizio evidente, bello o brutto che sia, le conseguenze possono essere spiegate. Quello che invece è deplorevole, schifoso, infimo, spregevole, è negare la propria vergogna. [+blogger]


"Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili". [Bertolt Brecht]

storia e tv


è scomparso il clochard?

Il povero che avevo filmato sabato sera, e che viveva al freddo vicino al supermercato di via Sanità, l’altro ieri era stato portato nel centro la Tenda da un volontario del rione, grazie anche all’intervento di molte persone del quartiere che gli portavano caffè e latte caldo, brioche e cornetto, un pasto e una coperta. Molti ci dicono che è difficile portare un “vagabondo” in una casa, toglierlo dalla strada almeno quando fa freddo, quando piove, oppure se ha bisogno di cure. Invece, Mauro Migliazza, ci dice che non c’è voluto niente: “il primo giorno ha fatto un po’ di storie, gli ho comprato qualcosa e mi sono messo vicino a lui per qualche minuto, poi sono ritornato e ho iniziato a dialogare, sono riandato via e ritornato di nuovo sempre nello stesso giorno, alla fine siamo diventati amici e si è fidato di me”.

Mi chiedo, se una sola persona è riuscito a essere “simpatico”, ad entrare nelle grazie di un povero “demente”, un’insieme di persone preparate per l’accoglienza dovrebbero avere la forza e la possibilità di “Ammucchià e puverielle n’coppe a nu lenzuolo e portarseli in paraviso”, mi perdonerete il napoletano e la citazione di Viviani. E invece no, molti sostengono che è difficile, che spesso proprio perché hanno problemi psichici sono restii al cambiamento e alle cure. Queste è pure vero, ma mi faccio un’altra domanda: se faccio il prete, il missionario, il “salvatore di uomini”, se predico la pace, l’amore, la fratellanza, la giustizia e sono contro la disuguaglianza dovrei, in primis, sporcarmi le mani come fanno centinaia di uomini e donne che dedicano la loro vita per il prossimo?!

In realtà ci sono molti, anzi moltissimi, preti invisibili che fanno questo!; ma c’è una particolarità: sono invisibili appunto, non si fanno vedere, vegetano per le strade, non respirano proprio come i più poveri che non hanno il diritto di parlare, di protestare, di vivere. L’idea di questi preti, e il loro parere, non interessa a nessuno: non interessa all’assessore Riccio (politiche sociali) che nel 2004 aveva promesso quattro luoghi/struttura dislocati strategicamente per la città di Napoli ma che invece poi si sono rivelati luoghi “d’aria puzzolente”; non interessa a nessuno che operatori volontari lavorano gratis raccogliendo la merda di chi non ha un cesso per defecare; non interessa a nessuno l’unione di più persone che sradicano la loro cultura per entrare nella cultura dell’altro.

L’economico, entrando in tutti gli aspetti del sociale, estraendo ogni forma di definizione, contrapponendo il buono, forte, felice, educato, civile al cattivo, mentecatto, malfamato, rozzo, incivile, ha invaso ogni forma di definizione materiale e immateriale, invertendo anche l’ordine di come si definisce la solidarietà, l’amore, la pluralità, il sostegno. Oggi in nome del mercato si guadagna, si legittimizza, si definisce la proprietà privata…. Un clochard, su di una panchina di piazza Cavour dove dormiva quasi ogni notte, un giorno scrisse: “C’è qualcosa di perverso se, chi ha accumulato con fatica le sue ricchezze, le custodisce gelosamente? Si!, solo nel caso in cui la morte, la sofferenza, l’indifferenza prevaricano la ragione”.

A proposito, dimenticavo, lo sapevate che nel rione ci sono a disposizione 154 posti letto (100 Tenda e 54 La Palma), su circa 300 disponibili in tutta Napoli?! [+blogger].

leggilibrosanità

Provo sempre un po’ di timore, lo ammetto, nell’approntarmi alla lettura di un saggio. Timore di un testo talmente scientifico da risultare freddo, di una scrittura così attenta ai concetti che si vanno a esprimere da risultare, spesso, poco accattivante. Timore, insomma, di sentirmi chiusa fuori, esclusa da ciò che l’autore, per paradosso, tenta di portare alla mia attenzione. Oppure di ritrovarmi ingabbiata in una serie di regole necessarie alla fruizione. O, più semplicemente, di annoiarmi. In questo senso, Il cibo, una via di relazione mi ha piacevolmente stupita. La varietà, intanto: si tratta di una raccolta di testi redatti da autori vari e curata da Maria Luisa Savorani, al cui interno trovano posto capitoli a genere saggistico, ma anche brevi racconti, poesia e persino qualche ricetta della tradizione italiana.

Si susseguono pagine che attingono all’esperienza umana e professionale degli autori (e che lasciano trapelare in più di un’occasione sensibilità e una volontà evidente di incontrare l’altro, ad esempio nei paragrafi dedicati al cibo come comunicazione) a pagine di carattere storico e antropologico (nei capitoli sui miti correlati al pane e al vino e sul culto delle dee Madri – archetipi della femminilità, di colei che è preposta per tradizione al nutrire). Le sezioni dedicate nel dettaglio alle situazioni esistenziali in cui l’alimentazione necessita di particolari specificità (la gravidanza, la maternità, la malattia, le fasi di ricerca del sé anche attraverso l’ascetismo) si alternano a brevi scritti poetici e intimistici, come pagine di diario, toccanti nella loro autenticità. Il tutto contraddistinto da un desiderio dichiarato, tra le righe e nel titolo stesso del libro, di toccare corde intime davvero in chi legge, tanto a livello di comprensione quanto in senso emotivo. Argomentando, con esempi chiari e cognizione di causa, la necessità di riappropriarci del senso profondo del cibo: quello di comunicare con il mondo intorno e con quello interiore, sino al riappropriarsi della identità propria e del contesto socio-culturale. Quello di nutrire, e non tanto materialmente, quanto piuttosto con il dono stesso del cibo, il modo in cui viene portato, l’intenzione finale del gesto di preparare e offrire.

Gli alimenti e le bevande primarie, come il pane e il vino, assumono così una straordinaria semantica intrinseca: attraverso il cibo e la maniera di sceglierlo e di porgerlo a noi stessi e alle persone che ci circondano, possiamo dire anche senza parole, comprendere l’altro, offrire aiuto, amore, solidarietà. In questa ottica, ecco che la cucina diviene luogo privilegiato in cui utilizzare la comunicazione non verbale, ma pure posto di incontro per eccellenza, di condivisione e confidenza, fucina di creatività in cui il sapere e il saper fare vengono tramandati di madre in figlia, il luogo pulsante di ogni casa. La lettura di questo libro ti fa sentire “ricevuto”, e non già in un salotto tirato a lucido e formale, quasi asettico nella sua perfezione, ma in una cucina calda, profumata di storia e di rispetto, popolata da leggende antichissime che tornano a vibrare. Il linguaggio utilizzato, anche nelle sezioni più scientifiche, è sempre fruibile, la scrittura scorrevole e il percorso lineare, così da non perdere alcuna sfumatura di gusto. Un saggio che ti accoglie e riscalda, che ti invoglia a recuperare il piacere di ricevere e offrire, nella consapevolezza di ogni piccola sfumatura dell’atto.

“Il cibo e la tavola sono codici comunicativi completi che fanno da specchio alle nostre condizioni psichiche e sociali. […] Il pranzo costituisce un’unità che coinvolge una molteplicità di atti culturali e formativi. Il momento conviviale può divenire una connessione di senso, una modalità di vivere, un’apertura sul mondo. […] Riconquistare lo spazio della cucina come espressione, come cura dell’altro e di sé, come momento profondamente vitale diventa un atto libero che ci rende protagonisti attivi della nostra vita e ricrea un dialogo.” [Silvia Longo per Libri Consigliati]

caro lucio...


Caro Lucio abbiamo “fallito”, tu portandogli un giubbotto e qualcosa di caldo, io riprendendolo con la telecamera e denunciando la miseria. Mi dispiace ma è così! Il fallimento nostro è il fallimento della povertà, della solidarietà, dell’amore, della pietas. Noi adesso abbiamo pietà di quet’uomo... ieri sera faceva molto freddo, e mentre tornavo a casa, al caldo, non ho avuto la forza di portarlo con me. Neanche tu l’hai fatto caro Lucio, neanche il prete se lo porta nel suo lussuosissimo bed e breakfast. Noi proviamo pietà, domani la pietà finisce; noi dovremmo provare amore, come si prova per un figlio, una madre, per se stessi; e invece proviamo pietà, ci dispiace, ci indigniamo, gli compriamo qualcosa. Quest’uomo sta per morire, mentre noi proviamo pietà! [+blogger]


dieta di carne

Quando ero bambino mia mamma mi ha super nutrito, una dieta ferrea fatta di ogni tipo carne: vitello, vitellino, agnello, maiale, cavallo. Era convinta che se non mangiassi almeno tre volte, in una settimana, la carne, sarei rimasto senza globuli rossi e senza ferro, ricoverato con prognosi riservata, spacciato per la mia crescita ed intelligenza. Carne macellata di ogni tipo, non importa se un animale, un terrestre come noi, subisca le più atroci torture, ingiustizie e maltrattamenti fino ad essere sparato in testa. Quando si ammazza un agnellino fa più pena di un bambino, è assurdo, ma è così. Piange disperatamente, gli occhi smarriti, terrorizzati, alienati e chi affonda la lama nel cuore sembra non aver sentimenti. Noi uomini ammazziamo ogni tipo di animale. Si ammazza per vendere, per vestirci, per divertimento, per esperimento, per noia, per paura, per crudeltà.

Il cacciatore deve pur esporre la sua testa di cervo come soprammobile oppure imbalsamare un cavalluccio marino, avere la sua pelle di balena, coccodrillo, vestirsi con il pelo di un orso o di un daino. È assurdo, ma è così. Eppure si vivrebbe benissimo senza mangiare carne, senza rivestirci di pelle, senza un visone o le scarpe di serpente. Ma del resto perché ci meravigliamo?! Come testimonia la foto, se siamo così malvagi da ammazzare un bambino, da contagiarlo con l’aids, se sterminiamo popoli, se facciamo la guerra solo per non farci togliere la neve da sopra un grattacielo, o una pista di ghiaccio nel deserto, o l'autodromo di Abu Dhabi allora perché mai dovremmo smettere di schiacciare uno scarafaggio che fa schifo? Mi chiedo: e se dopo la morte ci ritrovassimo tutti noi umani chiusi in gabbie di un metro per un metro aspettando che ci friggono? [+blogger]

i cittadini dei miracoli

LETTERA ALLE ISTITUZIONI

Al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, Al Sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, All’Assessore della Pubblica Istruzione del Comune di Napoli Gioia M.Rispoli, Al Presidente della Municipalità Stella San Carlo all’Arena Alfonso Principe, All’ Assessore della pubblica istruzione Massimo Rippa, Al Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, Al Rettore Dirigente del convitto Vitto Emanuele e preside dell’Educandati Femminile Vincenzo Racioppi

OGGETTO: RIVENDICAZIONE DI SPAZI PUBBLICI NELL’EDUCANDATI
FEMMINILE AI MIRACOLI.


Egregio Ministro dell’Interno Roberto Maroni, quelli che Vi scrivono sono i cittadini dei Miracoli, per la seguente motivazione: vorremmo sapere perché ogni cinque, sei anni c’è il cambiamento del parroco della nostra chiesa, quando questi chiede qualche spazio in più per i bambini e i ragazzi del quartiere Stella San Carlo all’Arena Napoli. Lo spazio viene richiesto da una parte dell’Educandati Femminile di piazza Miracoli scuola che è decollata fino ad ora solo per metà. Dato che questa scuola ha ancora molti spazi liberi, ci chiediamo, perché non dare uno spazio anche alla Chiesa per l’oratorio, dove si incontrerebbero e farebbero attività i ragazzi del quartiere gratuitamente. La domanda che Vi facciamo è la seguente: qual è il problema? C’è il guadagno per qualcuno che già adesso vi adopera dentro? Ci sono problemi burocratici? Noi vorremmo una spiegazione da qualcuno, siamo ormai stufi di tutto e di tutti. In attesa che qualcuno ci faccia il favore di risponderci rivolgiamo i nostri distinti saluti. [I cittadini dei Miracoli, via]

ciacco dicono alquanti...

Ecco cosa pubblicava "il foglio" - Vedi



Ecco cosa pubblichiamo noi! Leggi


veleno dalla lombardia

L'ITALIA non ha la pena capitale, ma potrebbe presto contribuire attivamente a uccidere condannati a morte, a dispetto delle nostre leggi, dei comandamenti cristiani, della morale cattolica. Un'azienda farmaceutica con base vicino a Milano, la Hospira Spa è stata incaricata di produrre Sodium Thiopental. Si tratta dell'anestetico utilizzato per le esecuzioni con iniezione letale negli Stati Uniti. Da gennaio la società milanese, sussidiaria di una multinazionale americana, dovrebbe esportare la sostanza negli Usa, che ne sono rimasti a corto e non possono più giustiziare nessuno con questo metodo, usato in 35 Stati su cinquanta, finché non riceveranno nuove dosi. A scoprire questa "Italian connection" è stata Reprieve, l'organizzazione umanitaria britannica che si batte contro la pena capitale e la tortura in tutto il pianeta, e che ha anticipato a Repubblica l'appello inoltrato questa settimana all'azienda milanese.

L'iniezione letale è un micidiale cocktail di tre sostanze, una delle quali è un anestetico dalle caratteristiche particolari, il Sodium Thiopental appunto, che dovrebbe garantire di uccidere i condannati "con gentilezza". La Hospira Usa, l'unica compagnia americana che produceva questo farmaco, qualche mese fa ne ha interrotto la produzione per problemi nel suo stabilimento negli Stati Uniti. Ben presto, i penitenziari dei 35 stati che compiono le esecuzioni con tale sistema sono rimasti senza anestetico. A quel punto hanno disperatamente cominciato a cercarlo altrove.

Lo stato dell'Arizona, per esempio, il mese scorso se ne è procurato un quantitativo prodotto da un'altra azienda farmaceutica in Gran Bretagna, ma la Corte Suprema dell'Arizona ha temporaneamente bloccato un'esecuzione, non avendo garanzie che il farmaco inglese avesse le stesse qualità di quello prodotto in America, ovvero permettesse una morte "senza atroci sofferenze". La condanna in questione è stata poi ugualmente eseguita, uccidendo Jeffrey Landrigan, nonostante i dubbi sull'anestetico e nonostante il giudice che lo aveva riconosciuto colpevole si fosse dichiarato pronto a un ripensamento di fronte a nuovi elementi sulle circostanze del delitto di cui era imputato.

Ma nel frattempo Reprieve (il nome significa "sospendere", riferito alla pena di morte, tra i patroni dell'associazione figurano personalità come lo scrittore Alan Bennett, l'attrice Julie Christie, l'architetto Richard Rogers)) ha fatto causa alla ditta britannica, come ha scritto il Guardian, chiedendo che venisse vietata la vendita del farmaco negli Usa in base a una legge europea (EU Council Regulation 1236/2005) che definisce illegale l'esportazione di prodotti "utilizzabili per la pena capitale, la tortura o altri trattamenti crudeli e inumani". A quel punto, pur di mandare avanti lo stesso la fabbrica della morte, lo stato dell'Oklahoma ha proposto di usare un anestetico usato comunemente dai veterinari per addormentare gli animali. Serviva però una soluzione più a lungo termine. E così Reprieve è venuta a sapere che Hospira ha affidato alla propria sussidiaria italiana, la Hospira Spa di Liscate, in provincia di Milano, la produzione di Sodium Thiopental da destinare ai penitenziari americani, almeno fino a quando la produzione non riprenderà negli Stati Uniti.

"Non solo, abbiamo scoperto che la fabbrica milanese è stata già usata in passato per questo scopo", dice a Repubblica l'avvocato Clive Stafford Smith, direttore di Reprieve, uno dei difensori dei diritti umani più famosi del mondo, autore di decine di mozioni contro la pena di morte e la tortura, dalle carceri degli Usa fino ai detenuti di Guantanamo. "Ora ci sono due modi per bloccare questa iniziativa. Il primo, il più semplice, è una decisione volontaria di Hospira Spa di fermare la produzione del farmaco o di impedire che venga esportato negli Usa per le iniezioni letali. Il secondo è che il governo italiano emetta un bando all'esportazione di questo anestetico". Livia Firth, ambasciatrice di Reprieve per l'Italia, ha scritto ieri una lettera a Francesco Colantuoni, amministratore delegato di Hospira Spa, per chiedergli un incontro: "Siamo sicuri che non vorreste facilitare le esecuzioni, e soprattutto non in Italia, ove la lotta contro la pena di morte è particolarmente forte", afferma la lettera. "La vostra ditta può evitare lo scandalo di essere direttamente coinvolta nella pratica barbarica della pena di morte". [Enrico Franceschini – Fonte: La Repubblica.it]